Mattarella spiazza Tria preferendo evitare la crisi, almeno per ora

            Il Sole .jpgIl presidente della Repubblica ha spiazzato il ministro dell’Economia chiedendogli di non dimettersi dopo avere subìto nel vertice di maggioranza e in Consiglio dei Ministri lo sforamento del deficit al 2,4 per cento sul prodotto interno lordo. Esso è equivalente ad una decina di miliardi di euro rispetto alla soglia concordata dietro le quinte con l’Unione Europea ed è stato festeggiato dai grillini in piazza e sul balcone di Palazzo Chigi.

            Messaggero.jpg Il capo dello Stato ha preferito evitare, almeno per ora, la crisi che le dimissioni di Giovanni Tria avrebbero comportato, non volendo egli far finta di nulla, in caso di rinuncia, e limitarsi a sostituire il dimissionario con qualcun altro, magari affidando l’interim del superdicastero economico al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, pronto a proporsi.

            Convinto, a torto o a ragione, che una crisi di governo scatenerebbe la sfiducia nei mercati finanziari più ancora dell’annuncio dello sforamento dei conti, Sergio Mattarella ha preferito mettersi alla finestra, incrociare le dita e attendere le reazioni degli investitori nei titoli dell’ingente debito Giannelli.jpgpubblico italiano. Che è destinato a crescere con il livello di deficit reclamato e infine ottenuto dai grillini, con la sofferta adesione dei leghisti, per finanziare soprattutto il cosiddetto reddito di cittadinanza promesso agli elettori.

            Se dai mercati, ma anche dall’Unione Europea,  dovessero arrivare segnali più  negativi del previsto o del temuto, e dovesse quindi risultare insufficiente la garanzia costituita, secondo Mattarella, dalla permanenza di Tria al vertice del Ministero dell’Economia, le valutazioni al Quirinale e dintorni potrebbero cambiare. E lo spettro della crisi ricomparire.

           Corriere.jpg Le pressioni di Mattarella su Tria, che avrebbe probabilmente preferito festeggiare oggi in modo diverso il suo settantesimo compleanno, si sarebbero svolte -nel condizionale e altro cui è ricorso il quirinalista del Corriere della Sera Marzio Breda- con “una concitata catena di telefonate tra il ministro e il Colle”, rimaste però “senza conferme” al Quirinale. Ma, almeno sino al momento in cui scrivo, anche senza smentite. Che, se dovessero sopraggiungere, dovrebbero far parlare di un curioso e, francamente, poco credibile abbaglio generale dei giornali, tanto numerosi sono stati gli articoli e i titoli dedicati ad una frenata del presidente della Repubblica. La cui “stagione” è stata definita da Marzio Breda “travagliatissima” non certo pensando a Marco Travaglio, il direttore del Fatto Quotidiano che ha festeggiato con i grillini “la manovra del popolo” costituita dalla legge di bilancio in arrivo.

            Ponte .jpgSulla scrivania del capo dello Stato e dei suoi collaboratori ci sono altri fascicoli, o problemi, aperti e roventi del governo gialloverde e della sua maggioranza. C’è, per esempio, il decreto legge travagliatissimo, pure lui, sull’emergenza genovese, che ha impiegato quindici giorni per arrivare agli uffici del Quirinale e contiene – oltre a coperture finanziarie improvvisate nelle ultime ventiquattro ore nel Ministero dell’Economia per riempire gli spazi bianchi o i puntini sospensivi lasciati nei precedenti passaggi- procedure per la ricostruzione del ponte autostradale crollato il 14 agosto difformi, a dir poco, da quelle europee. Ma soprattutto una condanna della società che gestisce l’autostrada, prima ancora di un pronunciamento giudiziario, ed è stata pertanto esclusa dal giro dei possibili ricostruttori. E’ quanto meno scontato, in una condizione del genere, un contenzioso che ritarderà l’uscita dall’emergenza.

            Csm.jpgDa presidente, infine, del nuovo Consiglio Superiore della Magistratura appena insediato con l’elezione di David Ermini a vice presidente, Mattarella ha dovuto assistere allo spettacolo inedito di una verbosa contestazione levatasi dal vice presidente del Consiglio dei Ministri Luigi Di Maio e dal guardasigilli Alfonso Bonafede, entrambi grillini. Che avrebbero preferito l’elezione del loro candidato Alberto Maria Benedetti, superato invece per due voti, e col concorso determinante dei consiglieri cosiddetti togati, cioè magistrati, da Ermini. La cui colpa imperdonabile è quella di essere stato responsabile dei problemi della giustizia nel Pd e soprattutto di essere tuttora amico, politicamente e personalmente, di Matteo Renzi. Che fra i grillini contende a Silvio Berlusconi il primato della detestabilità.

            Mattarella ha incassato in silenzio le proteste contro chi ne farà stabilmente le veci, e anche qualcosa in più, nell’organismo costituzionale di autogoverno della magistratura. Ma egli sa bene quali complicazioni lo aspettano su un terreno  da tempo così scivoloso fra politica e giustizia.

           

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