Conte appeso ormai solo alla solidarietà provenzale di Silvio Berlusconi

            Mentre i comuni, comunissimi cittadini si chiedono ogni giorno più sconcertati – fra gli annunci del presidente del Consiglio e le battute del capo della Protezione Civile, e in quella che Stefano Folli ha definito Folli su confusione.jpegnon a torto su Repubblica “la tortura della confusione”-  quanto potranno o dovranno durare le misure che li tengono a casa, o cercano di far loro passare la voglia di uscire, titolari, ospiti e frequentatori dei palazzi della politica si chiedono quanto potrà davvero durare il secondo governo di Giuseppe Conte. Che, per quanto asserragliatosi nel bunker metaforico dell’emergenza da coronavirus, appare molto meno Libero su Conte.jpegsicuro di quanto non cerchi di far credere, con parole e opere, il presidente del Consiglio permettendosi anche gesti o condotte vanitose come quella, appena rimproveratagli da Libero, di non mettersi la mascherina. Il professore appulo-toscano si limita ad avvicinare ogni tanto il fazzoletto al naso, più per sentirne forse il profumo, spruzzatogli diligentemente ogni mattina, che per difendersi da quel perfido virus che sembra addirittura diffondersi nell’aria da solo, senza che nessuno lo espella con qualche colpo di tosse.

            Uno dei frequentatori più solerti dei palazzi politici, Francesco Verderami, nel suo appuntamento settimanale con i lettori del Corriere della Sera non a caso titolato “Settegiorni”, in verde, ha Corriere.jpegappena previsto “almeno” un rimpasto nel futuro più o meno vicino del governo: un rimpasto, come si diceva una volta, per spostare qualche ministro troppo affaticato o incidentato e assumerne altri troppo smaniosi di promozione. Ma già nel primo capoverso del suo articolo il “rimpasto” del titolo viene archiviato come una ipotesi davvero minore, o inadeguata alle circostanze.

            Infatti Verderami ha scritto, testualmente, pur senza fare nomi, cognomi o soprannomi, che “nel Pd come dentro il M5S”, che non è una variante del vecchio MSI di Giorgio Almirante, predecessori e successori, ma l’acronimo del quasi partito pentastellato, sorvegliato a distanza dal fondatore Beppe Grillo, ”c’è chi non scommette che Conte firmerà la prossima leVerderami.jpeggge di Stabilità”, o finanziaria, come si chiamava una volta. E Verderami si è fermato, bontà sua, al Pd di Nicola Zingaretti, amici e compagni e al movimento affidato alla “reggenza” di Vito Crimi dopo il passo indietro, o di lato, come pensano altri, di Luigi Di Maio. Se si fosse affacciato o avvicinato alle porte, anticamere e simili dell’Italia Viva improvvisata nella scorsa estate dall’ex segretario del Pd Matteo Renzi, vagante nei sondaggi tra prefissi telefonici, l’esploratore del Corriere della Sera avrebbe avvertito spifferi di ben altra portata.

            Ormai, a parte la fiducia ostentata per motivi di ufficio dai vertici del Pd davanti ai microfoni e alle telecamere di turno, ma contraddetta dagli umori che poi sfuggono e si raccolgono in privato, il più convinto non tanto della forza di Conte, per carità, quanto della inopportunità di farla già finita col suo secondo governo,  è dal ritiro in Provenza, dove si è rifugiato per difendersi Berlusconi.jpegmeglio dal coronavirus, il sempre imprevedibile Silvio Berlusconi. Che, anche a costo di smentire e di buttare metaforici secchi d’acqua addosso al suo amico Renato Brunetta, trattenuto a Roma dalla irrefrenabile voglia di esternare contro la debolezza e l’inadeguatezza del governo e della sua maggioranza giallorossa, manda continuamente al “comandante” Conte messaggi di comprensione e solidarietà. Con quanto sollievo ciò venga recepito fra i grillini di ogni tendenza e colore, per non parlare dei piddini, che fanno pure rima, vi lascio immaginare.

 

 

 

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Vittima del coronavirus Gaetano Rebecchini, di grandissima fede religiosa e civile

Perdere un amico -e che amico, trattandosi di Gaetano Rebecchini- è sempre doloroso. Ma perderlo in questi giorni di coronavirus, nelle circostanze che ti impediscono di portargli l’ultimo saluto, di abbracciarne i familiari, di partecipare fisicamente alle loro preghiere, di onorarne la memoria nel funerale, è doppiamente, insopportabilmente doloroso. Mi consola solo la certezza di saperlo arrivato in serenità alla fine dei suoi intensi 95 anni e già nel suo Paradiso, avendone ben conosciuto la bontà e la fede, pari solo alla sua cultura e alla sete che aveva di conoscenza e informazione.

Figlio di uno dei più storici sindaci di Roma, Salvatore, in carica tra la fine del 1946 e il 1956,  tra gli Salvatore Rebecchini.jpegartefici della ricostruzione e della rinascita della Capitale dopo i lutti e le rovine della  seconda guerra mondiale, ho trovato Gaetano nella nostra lunga frequentazione sempre più uguale al padre. Che avevo avuto il piacere di conoscere agli inizi del mio lavoro giornalistico. Gli somigliava in tutto e per tutto, anche nella concezione sanamente patriarcale della famiglia.

Parlare con Gaetano di uomini, situazioni e problemi era sempre appagante. Raccoglierne gli sfoghi, le preoccupazioni e le delusioni, pur in una visione sempre fiduciosa della vita per il suo forte radicamento religioso, con quella cupola della Basilica di San Pietro che lui vedeva illuminata dal suo letto, quando si apprestava a riposare, e si ritrovava splendente di luce naturale al risveglio, era davvero un piacere. Mi mancherà moltissimo, per quanti sforzi potranno fare  per  supplirvi la moglie  amatissima Marilù, per fortuna convalescente dopo l’infezione condivisa col marito, e i suoi figlioli, a cominciare naturalmente dal delizioso Salvatore, che porta simpaticamente e dignitosamente il nome del nonno.

Gaetano è stato anche un animatore, discreto ma influente, della politica romana e nazionale degli anni a cavallo fra la prima e ormai malmessa prima Repubblica, non so se più suicidatasi o ammazzata, come lui amava ripetere, dalla politicizzazione della giustizia e di almeno una parte di chi l’amministrava, e l’allora incipiente seconda Repubblica.  A casa sua e dintorni si delinearono i contorni, e non solo quelli, del bipolarismo intestatosi poi da Silvio Berlusconi con la creazione di Forza Italia e la vittoria elettorale del centrodestra nel 1994.  Che colse di sorpresa gran parte della cultura e militanza politica italiana, non solo la famosa e “giocosa macchina da guerra” improvvisata dall’ultimo segretario del Pci  e primo segretario del Pds Achille Occhetto.

Si deve anche alla sagacia, all’influenza e alle preghiere di Gaetano Rebecchini, come lui stesso una volta mi disse scherzando ma non troppo, l’evoluzione della destra italiana dalle origini fasciste o post-fasciste dei tempi del padre, che per un po’ ne aveva avuto anche il sostegno come sindaco di Roma col beneplacito del suo partito, la Democrazia Cristiana, allo spirito europeista e democratico di Alleanza Nazionale, sostituitasi a tutti gli effetti al vecchio Movimento Sociale.

Addio, Gaetano. Anzi, arrivederci cristianamente, anche se dubito di poter meritare come te il Paradiso, dove sei arrivato senza le raccomandazioni dei tanti Papi che hai conosciuto e frequentato, e preceduto lassù.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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