Quanti significati in quella mascherina di Mattarella sull’Altare della Patria…

            Il presidente della Repubblica ha giustamente colto anche l’occasione della festa della liberazione dell’Italia dal nazifascismo, che l’aveva divisa e ulteriormente insanguinata dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, per rilanciare i suoi richiami all’unità nazionale attualizzandoli al momento di gravissima crisi sanitaria, economica e sociale che il Paese sta attraversando anche più di altri che ne sono stati colpiti.

           Ancora una volta il capo dello Stato ha fatto il suo dovere, ancora più encomiabile se consideriamo la delusione procuratagli negli ultimi tempi da buona parte delle forze politiche e persino dal governo. Che, già diviso al suo interno per l’eterogeneità della maggioranza giallorossa improvvisata nella scorsa estate pur di evitare uno scioglimento anticipato delle Camere destinato in quel momento ad una larga vittoria del centrodestra a trazione leghista, ha cercato sì di soddisfare le attese e i consigli del capo dello Stato ma cercando più di dividere l’opposizione che di coinvolgerla davvero nella gestione dell’emergenza. E vi è in parte riuscito, vista la concreta possibilità che il presidente del Consiglio si è guadagnato di ottenere in Parlamento, all’occorrenza, il sì del partito di Silvio Berlusconi all’uso del cosiddetto Mes, acronimo del meccanismo europeo di stabilità, noto anche come “fondo salva-Stati”, osteggiato invece da una parte almeno del Movimento 5 Stelle. Che non si fida delle nuove e minori “condizionalità” che graverebbero sugli oltre 30 miliardi di euro di cui l’Italia potrebbe disporre per le occorrenze sanitarie e attigue.

            Quella mascherina che Sergio Mattarella ha indossato sull’altare della Patria dopo avere omaggiato la tomba del Milite Ignoto mentre le Frecce Tricolori svettavano in cielo Frecce tricolori.jpegper partecipare alla festa del 25 aprile, gli è forse simbolicamente servita anche a proteggersi dalla brutta aria politica che si respira nel Paese, oltre che a fare da esempio ai cittadini che dovrebbero coprirsi naso e bocca sempre per strada per evitare il rischio di contagiarsi del coronavirus e di contagiare.

Di quanti altri morti lo Stato ha bisogno per liberarsi dal cinismo burocratico ?

            Mi era già capitato di osservarlo e non riuscivo a cambiare ad ogni annuncio televisivo di un altro passo in avanti compiuto nella lotta al coronavirus in Italia. I morti, alla fine, mi sembravano sempre troppi.

            Quei 51 chilometri e più di bare immaginate verticalmente allineate per contenere i 25.549 morti di coronavirus in Bilancio coronavirus.jpegItalia, risultanti dalla mia ultima verifica elettronica prima di mettermi a scrivere queste riflessioni, mi sembravano insopportabili da ignorare, o archiviare, di fronte alle riduzioni dei contagiati o all’aumento dei guariti, peraltro con tutto il beneficio d’inventario imposto dagli stessi esperti, analisti e quant’altri, tutti concordi nel diffidare dell’attendibilità dei numeri da loro stessi forniti.

            Negli ultimi tempi, dai calcoli che facevo moltiplicando per due, lunghezza media di una bara, il numero dei decessi mi è venuto fuori non meno di un altro chilometro al giorno in più nel mio virtuale viaggio fra le vittime dell’epidemia stese sul ciglio della strada. E su quell’ulteriore chilometro di allungamento quotidiano del viaggio ho imprecato non solo contro la bestia che ha attivato guerra infame, ma anche contro quanti, ai veri livelli delle loro responsabilità di cosiddetto governo del Paese e dei suoi territori, mi davano la sensazione di avere affrontato l’emergenza con ritardo o approssimazione, o entrambi.

            Eppure, in questa già immane tragedia mi è venuta la tentazione di gridare contro gli ancora troppo pochi morti, visto che quelli contati non sono riusciti a produrre la pietà che per me è il solo metro di giudizio con cui si possa valutare la capacità di un uomo di governo -ripeto, a qualsiasi livello- di reagire ad un evento devastante. La tentazione mi è venuta, in particolare, quando ho bare in Chiesa.jpegletto delle bare allineate.jpegrichieste pervenute a tante, troppe famiglie di versare alle amministrazioni di turno, o di competenza, le spese d’incenerimento ed altro dei loro cari, morti nella solitudine, chiusi nelle bare caricate per sovraffollamento dei cimiteri o chiese locali su autocarri militari e portati chissà dove per essere cremati e finire in urne qualche volta persino smarrite, o consegnate alle persone sbagliate.

            Tutto questo mi è sembrato ancora più orrendo della morte. In quelle tristissime file di autocarri militari usati per il trasporto dei morti di coronavirus l’unica cosa che mi aveva in qualche modo consolato, vedendole in televisione o sulle prime pagine dei giornali, era l’idea di uno Stato, con la maiuscola, che aveva provveduto  pietosamente, appunto, ad una esigenza purtroppo inderogabile, disponendo dei propri mezzi. Quando ho scoperto il contraro, con le notizie di quegli avvisi di pagamento arrivati puntuali alle famiglie, mi sono cascate le braccia, come si dice. E con le braccia tante altre cose. E sono inorridito, arrossendo di vergogna come cittadino. E di rabbia come governato da cosiddette autorità che meriterebbero sputi in faccia: dalle quali, almeno sino al momento in cui scrivo, non è incredibilmente arrivato un segno di consapevole ravvedimento e di scuse. Sono peggiori di quella bestiaccia del Codi 19, come la chiamano gli esperti.

            Mi chiedo in questo 25 aprile celebrato tra appelli, proclami, impegni, canti e bandiere, di quanti altri chilometri di bare lo Stato abbia bisogno per liberarsi dal cinismo non so, a questo punto, se più della burocrazia o della politica, se quest’ultima continuerà a voltarsi dall’altra parte. 

 

 

 

 

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