Vittima del coronavirus Gaetano Rebecchini, di grandissima fede religiosa e civile

Perdere un amico -e che amico, trattandosi di Gaetano Rebecchini- è sempre doloroso. Ma perderlo in questi giorni di coronavirus, nelle circostanze che ti impediscono di portargli l’ultimo saluto, di abbracciarne i familiari, di partecipare fisicamente alle loro preghiere, di onorarne la memoria nel funerale, è doppiamente, insopportabilmente doloroso. Mi consola solo la certezza di saperlo arrivato in serenità alla fine dei suoi intensi 95 anni e già nel suo Paradiso, avendone ben conosciuto la bontà e la fede, pari solo alla sua cultura e alla sete che aveva di conoscenza e informazione.

Figlio di uno dei più storici sindaci di Roma, Salvatore, in carica tra la fine del 1946 e il 1956,  tra gli Salvatore Rebecchini.jpegartefici della ricostruzione e della rinascita della Capitale dopo i lutti e le rovine della  seconda guerra mondiale, ho trovato Gaetano nella nostra lunga frequentazione sempre più uguale al padre. Che avevo avuto il piacere di conoscere agli inizi del mio lavoro giornalistico. Gli somigliava in tutto e per tutto, anche nella concezione sanamente patriarcale della famiglia.

Parlare con Gaetano di uomini, situazioni e problemi era sempre appagante. Raccoglierne gli sfoghi, le preoccupazioni e le delusioni, pur in una visione sempre fiduciosa della vita per il suo forte radicamento religioso, con quella cupola della Basilica di San Pietro che lui vedeva illuminata dal suo letto, quando si apprestava a riposare, e si ritrovava splendente di luce naturale al risveglio, era davvero un piacere. Mi mancherà moltissimo, per quanti sforzi potranno fare  per  supplirvi la moglie  amatissima Marilù, per fortuna convalescente dopo l’infezione condivisa col marito, e i suoi figlioli, a cominciare naturalmente dal delizioso Salvatore, che porta simpaticamente e dignitosamente il nome del nonno.

Gaetano è stato anche un animatore, discreto ma influente, della politica romana e nazionale degli anni a cavallo fra la prima e ormai malmessa prima Repubblica, non so se più suicidatasi o ammazzata, come lui amava ripetere, dalla politicizzazione della giustizia e di almeno una parte di chi l’amministrava, e l’allora incipiente seconda Repubblica.  A casa sua e dintorni si delinearono i contorni, e non solo quelli, del bipolarismo intestatosi poi da Silvio Berlusconi con la creazione di Forza Italia e la vittoria elettorale del centrodestra nel 1994.  Che colse di sorpresa gran parte della cultura e militanza politica italiana, non solo la famosa e “giocosa macchina da guerra” improvvisata dall’ultimo segretario del Pci  e primo segretario del Pds Achille Occhetto.

Si deve anche alla sagacia, all’influenza e alle preghiere di Gaetano Rebecchini, come lui stesso una volta mi disse scherzando ma non troppo, l’evoluzione della destra italiana dalle origini fasciste o post-fasciste dei tempi del padre, che per un po’ ne aveva avuto anche il sostegno come sindaco di Roma col beneplacito del suo partito, la Democrazia Cristiana, allo spirito europeista e democratico di Alleanza Nazionale, sostituitasi a tutti gli effetti al vecchio Movimento Sociale.

Addio, Gaetano. Anzi, arrivederci cristianamente, anche se dubito di poter meritare come te il Paradiso, dove sei arrivato senza le raccomandazioni dei tanti Papi che hai conosciuto e frequentato, e preceduto lassù.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

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