Le troppe curiosità della partita capitolina di Di Maio, Zingaretti e Bettini

            E’ curioso -come lo sono d’altronde un po’ tutte le cose dei grillini- che Luigi Di Maio abbia offerto a Nicola Zingaretti una trattativa sin d’ ora sulle elezioni comunali dell’anno prossimo irrigidendosi Di Maio.jpegsulla ricandidatura di Virginia Raggi a sindaca di Roma. Della quale invece il segretario del Pd non vuole neppure sentir parlare ritenendola improponibile dopo avere ridotto la Capitale come sa chi ci vive davvero in condizioni ordinarie: senza scorta, senza auto di servizio, prendendo l’autobus, o la metropolitana, e cercando di buttare di persona i rifiuti nei cassonetti prossimi alla propria abitazione.

            Persino Goffredo Bettini, l’esponente del Pd più disponibile verso i grillini, più paziente, più comprensivo, più attrezzato, forse anche più di quel presidente del Consiglio troppo spesso amletico che è o appare Giuseppe Conte, Bettiniad aiutarli a capire che cosa vogliano “fare da grandi”, come si è lasciato scappare lo stesso Di Maio parlandone al Fatto Quotidiano; persino Bettini, dicevo, ha trovato esagerata, al limite della provocazione, la pretesa sotto le cinque stelle di aspettarsi una mano nella conferma della Raggi. E per smentire il retropensiero attribuitogli di resistere per finta alla sindaca uscente, pronto in realtà ad aiutarla per forza maggiore, in funzione anti-centrodestra salviniano, nel caso in cui fosse lei a contrastarne il candidato nel ballottaggio, ha quasi scommesso con i giornalisti de la 7 che ai tempi supplementari contro il o la candidata di Salvini e alleati andrà un uomo o una donna del Pd.

            Sarebbero a quel punto i grillini a doversi turare il naso alla maniera della buonanima di Indro Montanelli per assegnare il Campidoglio al candidato o alla candidata del Pd piuttosto che alla prolunga maschile o femminile dell’odiatissimo, temutissimo, pericolosissimo Salvini. Che chissà cosa lascerebbe fare dell’aula “sorda e grigia” intestata a Giulio Cesare, come Mussolini si risparmiò una prima volta di fare e poi fece della Camera dei Deputati dopo il delitto Matteotti.

            E’ tuttavia curiosa anche la sostanziale indifferenza mostrata da Bettini, sempre nella sua intervista a distanza con i giornalisti de la 7 che sostituiscono d’estate Lilli Gruber nello spazio successivo al telegiornale di prima serata, sulla scelta del candidato, o candidata, del Pd da contrapporre alla Raggi. Mi è sembrato non condividere che debba trattarsi di una chissà quale personalità, bastando ed avanzando evidentemente la sigla del suo partito e il declino elettorale delle 5 Stelle a garantirgli l’accesso al ballottaggio, e poi l’appoggio forzato dei grillini: forzato come fu quello di molti elettori del centrodestra quattro anni fa alla Raggi pur di non fare tornareGiachetti.jpeg in Campidoglio l’allora radical-piddino Roberto Giachetti, che già vi era stato come collaboratore del sindaco post-radicale Francesco Rutelli. Curiosi, a proposito, anche gli elettori romani di centrodestra, bisogna ammetterlo, che nel primo turno quella volta ne avevano un po’ combinate di tutti i colori sgambettando Giorgia Meloni e Guido Bertolaso e mandando poi allo sbaraglio Alfio Marchini, di famiglia peraltro storicamente comunista.

            Cultore com’è diventato di Matteo Renzi come terza e moderata gamba dell’alleanza organica con i grillini, Bettini ha scartato D'Alema.jpegcome candidato della sinistra al Campidoglio l’ormai “vecchio” e “inadeguato” Massimo D’Alema rottamato proprio da Renzi. Altra cosa curiosa, anzi curiosissima, questa dell’inadeguatezza come sindaco di uno che è stato segretario di partito, presidente del Consiglio e ministro degli Esteri.

 

 

 

 

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Di Maio dà a al Pd un altro appuntamento: l’anno prossimo nei Comuni

            Per quanto alle prese col suo governo con temi avvertiti più direttamente dalla gente comune come la ripresa dei contagi virali, anziché dell’economia, e la scommessa da brividi sulla riapertura delle scuole, Giuseppe Conte lavora un po’ in sordina. La scena gli è stata rubata da altri.

           Prima c’è stato Mario Draghi con quel discorso a Rimini, che ha fatto crescere in giro la voglia di vederlo prima o poi, ma più prima che poi, a Palazzo Chigi per la maggiore padronanza che ha dei temi economici e sociali sul tappeto e dei necessari supporti internazionali.

            Ora è arrivato il ministro degli Esteri Luigi Di Maio. Che scavalcando il reggente del proprio movimento Di Maio al Fatto.jpegVito Crimi, oltre al presidente del Consiglio, ha preso a gestire in proprio il rapporto col principale alleato di governo, cioè il Pd. Al quale ha appena proposto, in una intervista al Fatto Quotidiano giustamente lanciata su tutta la prima pagina, “un tavolo nazionale per ragionare delle elezioni comunali del 2021”. Che riguarderanno città, fra le altre, come Torino, Milano, Roma e Napoli.

            Il problema -ha spiegato Di Maio cercando implicitamente di scusarsi col segretario del Pd per le delusioni che gli ha dovuto procurare nella partita troppo vicina delle elezioni regionali del 20 settembre- è di evitare che si affrontino troppo tardi i nodi dei Comuni. Dove i due partiti potranno avvicinarsi e accordarsi più che nelle regioni ormai destinate a tormentare Zingaretti: regioni come le Marche e la Puglia, dove Di Maio non solo non è riuscito a convincere gli amici locali ad accordarsi col Pd che vi aspirava per meglio fronteggiare l’avanzata del centrodestra, ma sarà costretto nelle prossime settimane a partecipare direttamente alla campagna elettorale per sostenere i candidati 5 Stelle nella loro corsa solitaria, e dannosa per gli alleati di governo.

            Così le elezioni amministrative dell’anno prossimo sono diventate un altro passaggio o un’altra scadenza in attesa della quale il Pd di fatto nella tattica o persino nella strategia di Di Maio potrebbe trovarsi nella condizione di attendere, sopportare e quant’altro. Questi grillini in “fase di transizione” per “decidere cose fare da grandi”, come ha detto  il loro ex capo ma deciso a riprenderne la guida o comunque ad esercitarla di fatto, sono bravissimi a tenere appesi gli alleati di turno o il principale alleato di turno -La Lega prima e il Pd adesso- ai propri problemi interni di identità e di potere. Essi sono forti, nel rapporto col partito di Zingaretti, del carattere riconosciuto come “insostituibile”, cioè obbligato, dell’alleanza stretta l’anno scorso per evitare elezioni anticipate a vantaggio di Salvini.

             Sul carattere insostituibile e -ripeto- obbligato dell’alleanza con i grillini è appena tornato a parlare, o pontificare, dalle torri di emittenza de la 7 Goffredo Bettini con l’invito a non scambiarlo più per un semplice “consigliere” di Zingaretti. L’uomo insomma si sente forte abbastanza non per consigliare ma persino ordinare, ancheZagrebelsky.jpeg se nel Pd cresce la tentazione di Rognonivotare no al referendum sul taglio dei seggi parlamentari anche per cercare di ridimensionare i grillini, che ne hanno fatto una bandiera. Gli ultimi no sono quelli annunciati al Corriere della Sera da Virginio Rognoni e da Anna Finocchiaro a Repubblica. Dove un pezzo da novanta Finocchiaro.jpegin dottrina e politica come Gustavo Zagrebelsky ha invece fatto dichiaratamente e spiritosamente l’asino di Buridano: tanto indeciso da non mangiare, cioè da  non votare. Sarebbe comunque un sì in meno.

 

 

 

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Quel traballante tavolo a tre gambe nella falegnameria di Goffredo Bettini

            Non credo che Goffredo Bettini, il grande suggeritore di Nicola Zingaretti, o l’uomo che sussurra ai tavolo a 3 gambe.jpegcavalli del Pd provenienti -come vedremo- dalla scuderia comunista, abbia fatto un buon servizio all’alleanza attuale di governo, che gli sta tanto a cuore, paragonandola ad un’alleanza “a tre gambe”, come ha scritto sul Foglio in un saggio, memoriale o com’altro si preferisce chiamarlo. I tavoli a tre gambe, peraltro, non ispirano il massimo della stabilità. E si prestano più a una seduta spiritica che ad un pranzo.

            Una gamba dell’alleanza con i grillini da trasformare da tattica a strategica, o organica, ed estendere in periferia sarebbe naturalmente quella degli stessi grillini, pur ancora divisi su questa prospettiva, come dimostra il risultato a dir poco effimero del referendum digitale del 13 agosto, che sembrava avere dato via libera all’operazione. Le resistenze locali sotto le cinque stelle si sono rivelate più forti di quanto previsto dagli stessi promotori del referendum improvvisato, che ne hanno poi significativamente ridimensionato la portata dicendo -come ha fatto il “reggente” Vito Crimi- che esso riguardava in realtà “le pratiche”, cioè le situazioni, di soli cinque comuni interessati alle elezioni amministrative del 20 settembre, dove i grillini volevano evidentemente essere autorizzati a trattare accordi con “altri partiti tradizionali”.

            L’altra gamba dell’alleanza coltivata da Bettini nel suo orto -o falegnameria-  sarebbe il Pd inteso Bettini 1però come “sinistra”, comprensiva dei “liberi e uguali”  dei vari Bersani, D’Alema e Speranza usciti dal partito allora guidato da Renzi, nel 2007. E’ un Pd quindi, quello coltivato -ripeto- da Bettini, tutto sbilanciato a sinistra, senza più la “vocazione maggioritaria” del fondatore e primo segretario Walter Veltroni: un partito insomma più erede del Pci che della Dc, da cui invece proviene buona parte Bettini 2 .jpegdi chi adesso ne fa parte. Penso, ad esempio, a Dario Franceschini, capo della delegazione piddina al governo. O ad Andrea Marcucci, capogruppo del Pd al Senato, o a Giuseppe Fioroni.  I quali -guarda caso- si sono affrettati, usando proprio Il Foglio, ad annunciare e spiegare il loro dissenso da Bettini. Che nell’articolazione Bettini a Renzi.jpegdell’alleanza di governo ora guidata da Giuseppe Conte ha affidato la terza gamba, quella “moderata”, a Matteo Renzi rivalutandone la figura e augurandogli di uscire presto dalle ristrettezze, chiamiamole così, dei sondaggi che gli danno solo il 2 o il 3 per cento, e non il 10 di cui avrebbe bisogno per diventare una gamba vera dell’alleanza, e non uno stecchino.

            I renziani hanno naturalmente ringraziato immediatamente Bettini riconoscendogli il merito  -ha detto Davide Faraone- di avere in pratica dato ragione al senatore di Scandicci e alla sua scissione dell’anno scorso, compiuta capendo, intuendo, prevedendo, come preferite, lo spostamento a sinistra cui era destinato il Pd di Zingaretti nel nuovo corso politico Marcucci al Foglio.jpegavviato per evitare le elezioni anticipate a sicura vittoria di un centrodestra a forte trazione leghista. Ma quanti -ripeto, come Marcucci e Fioroni- sono rimasti Fioroni contro Bettini.jpegnel Pd pensando che potesse e dovesse continuare a rappresentare anche i moderati, nella visione veltroniana e rutelliana di un partito nato dalla fusione fra i Ds-ex Pci e la Margherita, si trovano malissimo  nell’orto di Bettini. E potrebbero togliere il disturbo non per rafforzare la gamba di Renzi ma per far cadere il tavolo a tre gambe, con tutto quello che vi è stato nel frattempo apparecchiato sopra.  

 

 

 

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Col Parlamento tagliato i grillini rischiano come il Pci nell’85 con la scala mobile

Più passano i giorni, più si avvicina la scadenza elettorale del 20 settembre e più il tarlo rosicchia il referendum sul taglio dei seggi parlamentari che i grillini ritenevano di poter vincere alla grande, commiserando i parlamentari che lo hanno promosso. Il che è avvenuto raccogliendo firme anche fra quanti avevano approvato tra Camera e Senato la riforma per motivi di opportunità politica non di convinzione, essendo stato quel sì in quarta ed ultima lettura solo un prezzo da pagare ai grillini per la formazione del secondo governo Conte. La cui unica e dichiarata ragion d’essere era stata la paura di elezioni anticipate destinate ad essere non vinte ma stravinte da Matteo Salvini: una paura che permane anche dopo che il leader leghista ha perso quota.

Questo referendum confermativo ormai tarlato, di fronte al quale la voglia del no è cresciuta a dismisura nel Pd, nella sinistra dei liberi e uguali, fra i renziani e nel centrodestra già divisosi nel percorso parlamentare della riforma, specie nella componente forzista, potrebbe diventare per i grillini la disgrazia che fu per i comunisti nel 1985 il referendum abrogativo reclamato da Enrico Berlinguer quasi in punto di morte, l’anno prima, contro i tagli apportati alla scala mobile dei salari dal governo di Bettino Craxi. Erano stati tagli imposti da un’inflazione ormai a due cifre, che svuotava il valore dei salari.

Volete che i lavoratori – chiesero allora i comunisti silenziando il dissenso persino del segretario generale della Cgil Luciano Lama, rassegnatosi addirittura a promuovere il referendum reclamato dal suo partito-  vadano a votare per dire no all’abrogazione dei tagli che hanno subìto nelle loro buste-paga? Che è il rovescio della domanda opposta ora dai grillini ai promotori del referendum confermativo del 20 settembre: volete che gli italiani dicano no ai tagli dei seggi di un Parlamento screditato, di cui abbiamo smascherato, abolito e ridotto privilegi odiosi come i vitalizi? E’ d’altronde un Parlamento così mal ridotto anche dall’uso che ne hanno fatto e fanno i grillini, governando prima con i leghisti e poi con la sinistra a forza di decreti-legge ed espedienti per sottrarsi il più possibile a scelte e votazioni di verifica o controllo, da meritarsi al raduno annuale di Comunione e Liberazione a Rimini una giornata di dibattito a dir poco preoccupato sulla utilità ormai delle Camere.

Persino le sardine di Mattia Santori, rimaste senz’acqua nelle piazze svuotate dal Covid dopo che esse le avevano riempite per sconfiggere in Emilia-Romagna il “populismo”, “sovranismo” e quant’altro di Matteo Salvini, sono tornate a farsi sentire contro il “populismo” questa volta di un taglio dei seggi parlamentari fine a se stesso, non nel contesto di una riforma organica delle Camere e delle loro competenze ripetitive. Il cui costo per il sistema, sotto tutti i punti di vista, è ben superiore a quello dei 345 seggi tagliati dalla riforma sotto procedura referendaria.

Come i comunisti nel 1985, trentacinque anni fa, così i grillini in questo 2020 virale potrebbero ricevere una solenne lezione da un elettorato molto meno sprovveduto del previsto o dello sperato. Ed accontentarsi, nella migliore delle ipotesi, di un risultato stentato, per niente plebiscitario, reso possibile solo dal fatto che il referendum confermativo non ha lo sbarramento della partecipazione del referendum abrogativo, per la cui validità bisogna che vada a votare la metà più uno degli elettori chiamati alle urne. Col referendum confermativo basta avventatamente qualunque affluenza.

Nel 1985 la stragrande maggioranza degli italiani pari al 77,9 per cento del corpo elettorale, non solo accorse alle urne ma lo fece per far prevalere nettamente e responsabilmente la conferma dei tagli ai salari sulla proposta di abolirli. Quindici milioni e trecentomila elettori votarono contro i tagli e diciotto milioni e trecentomila a favore.

Fra quelli che avevano scommesso sull’abolizione dei tagli, e sulla conseguente sconfitta del governo Craxi, che aveva legato esplicitamente la propria sorte all’esito del referendum, si era distinto addirittura il segretario della Dc Ciriaco De Mita, cioè il principale alleato di governo del presidente socialista del Consiglio. Nell’unica manifestazione scudocrociata svoltasi a favore della posizione del governo il capo della Dc aveva mandato il suo vice segretario Vincenzo Scotti. Ma a soddisfare le previsioni o attese, o speranze di De Mita furono solo gli elettori della sua Nusco, dove prevalse il sì all’abrogazione dei tagli. A rivelarlo fu poi perfidamente lo stesso Craxi.

Molta acqua è passata di certo sotto i ponti dal 1985. I partiti protagonisti di quello scontro referendario non esistono più, sostituiti da loro pallide ombre o da movimenti nuovi di zecca. Ma la lezione potrebbe ripetersi contro la presunzione -ripeto- di considerare l’elettorato più sprovveduto di quanto non si sia rivelato inseguendo in questi ultimi tempi  il Masaniello di turno.

 

 

 

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Il riscatto del reggente Vito Crimi sotto le cinque stelle del movimento grillino

            Delle due l’una a proposito del pasticcio del referendum digitale dei grillini sulle alleanze locali smentito dai fatti successivi secondo il titolo di prima pagina di Repubblica sulle elezioni regionali del 20 Repubblica su regionali.jpegsettembre: “Fallisce l’intesa Pd-5S. La coalizione divisa ovunque”. Ovunque, in verità, ad eccezione della Liguria, dove però l’appoggio del Pd alla candidatura del giornalista del Fatto Quotidiano Ferruccio Sansa ha rafforzato la possibilità della conferma del governatore uscente di centrodestra Giovanni Toti con l’aiuto dei dissidenti di sinistra.

              Delle due, dicevo, l’una: o Luigi Di Maio, per quanto irritato a parole da questa ipotesi, ha fregato il segretario del Pd Nicola Zingaretti, illudendolo di una porta aperta, se non addirittura spalancata, all’estensione dell’intesa di governo in periferia, rendendo strategica o organica, come preferite, l’alleanza stretta l’anno scorso per ragioni tattiche, allo scopo di evitare elezioni anticipate vinte dal Crimi e Di Maio.jpegcentrodestra a trazione leghista, o Di Maio e Zingaretti insieme sono stati fregati dal “reggente” pentastellato Vito Crimi. Il cui nome proprio ha ispirato la vignetta di Emilio Giannelli sulla prima pagina del Corriere, che lo propone ai lettori come una vite che gira su se stessa smentendo le attese, gli auspici e quant’altro persino del presidente del Consiglio Giuseppe Conte e addirittura di Beppe Grillo: il fondatore, il “garante”, l’elevato” e chissà cos’altro del movimento 5 Stelle.

            Entrambe le ipotesi hanno una loro credibilità: sia quella che penalizza Di Maio nei rapporti con Zingaretti, essendo stato troppo repentino il passaggio del ministro degli Esteri dalle resistenze alle spinte per l’estensione dell’alleanza di governo col Pd in periferia, sia quella che Crimi in sonnorivitalizza, diciamo così, la figura politica di Crimi, facendone non più un reggente ma un capo vero, finalmente riscattatosi non solo dalla provvisorietà statutaria del suo mandato, dopo le dimissioni di Di Maio, ma anche o soprattutto da quella maledetta e vecchia foto al Senato che lo inchioda ad un sonno non certo di marca massonica.

            Si può intravvedere persino della perfidia politica, del compiacimento, del divertimento nella decisione di Crimi di dare  proprio al Corriere della Sera una  versione a dir poco banalizzante della consultazione digitale improvvisamente svoltasi fra i grillini e interpretata, nei suoi risultati, come “svolta” funzionale non solo alle elezioni locali del 20 settembre ma anche a quelle della primavera Virginia Raggi.jpegdell’anno prossimo. Allora si si voterà per il rinnovo, fra le altre, delle amministrazioni comunali di Roma e Torino, dove sono in uscita sindachesse grilline una delle quali -Virginia Raggi in Campidoglio- già prenotatasi per la ricandidatura, e smaniosa quindi di essere liberata dal vincolo dei due, e non più di due, mandati elettivi da lei già consumati prima come consigliere comunale e poi come prima cittadina.

            Ma per amor del Cielo -ha spiegato Crimi vantandosi di avere deciso lui il ricorso improvviso al passaggio digitale- si è fatto ricorso ai computer dei militanti per l’urgenza delle pratiche di “quattro Comuni”, non di più, alle prese con le elezioni del 20 settembre: uno è quello di Pomigliano d’Arco, dove Di Maio ha strappato al Pd l’appoggio al proprio candidato a sindaco, un altro è Faenza e un altro ancora Vimercate, in Brianza. E sono tre. Il quarto nome è rimasto in sonno, come il Crimi della foto del Senato ormai superata dal protagonismo fulminante del reggente pentastellato.

 

 

 

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Settimane di passione… fuori stagione per Conte a Palazzo Chigi

            Già in sofferenza quanto meno politica per il successo mediatico di Mario Draghi con un discorso di richiamo alla realtà che certo non giova al governo del debito “cattivo”, finalizzato più ai sussidi che alla crescita, Giuseppe Conte ha voluto curiosamente indebolirsi ulteriormente da solo con quell’”auspicio” che è stato in realtà un appello ai grillini e a Pd ad estendere la loro alleanza in periferia nelle elezioni regionali e comunali del 20 settembre.

            Il modello sarebbe quello ligure, dove i due partiti hanno concordato la candidatura del giornalista del Fatto Quotidiano Ferruccio Sansa alla presidenza della regione, peraltro di assai improbabile successo nonostante il presidente del Consiglio si sia speso personalmente a sponsorizzarla recentemente incontrando a Genova l’interessato fra le proteste del governatore uscente Giovanni Toti, del centrodestra. Che ha contestato al presidente del Consiglio l’abuso di una cerimonia in memoria delle vittime del crollo del ponte Morandi.

            Abituato alle acrobazie, pur raccomandando accordi anche locali a grillini e Pd Conte ha cercato di mettere il suo governo al riparo da sorprese negando il valore di un test alle elezioni settembrine. Di cui invece sarà assai difficile ch’egli eviti i contraccolpi, visto peraltro che la confusione nei due partiti va crescendo invece di ridursi per la sensazione da Galli della Loggia.jpegmolti avvertita che a incontrarsi siano solo due crisi d’identità o “due trasformismi”, come li ha Corriere su Crimiimpietosamente definiti oggi Ernesto Galli della Loggia in un editoriale sul Corriere della Sera. Dove, dall’altra parte della prima pagina, a destra, campeggia la secchiata d’acqua del reggente grillino Vito Crimi a Conte con la resa alle forti resistenze pentastellate nelle Marche e nella Puglia dello stesso Conte all’intesa elettorale col partito di Zingaretti.

            Anche Il Fatto Quotidiano ha avvertito il peso di questa  botta al presidente del Consiglio pizzicando in apertura della prima pagine le “picche” dei 5 Stelle a Conte. Cui a questo punto Il Fatto indispettito.jpegrimane solo la soddisfazione dell’esperimento già citato e assai incerto della Liguria, del modestissimo e personalissimo accordo di Di Maio col Pd per fare eleggere sindaco della sua Pomigliano d’Arco il  professore di papirologia Gianluca Del Mastro, sfuggito chissà a quale delle tante nomine sponsorizzate e gestite nel sottogoverno in questi anni dall’ex capo del movimento ed ora ministro degli Esteri, e dell’operazione Sassari.  Dove il Pd erede della Dc di Antonio Segni e Francesco Cossiga, e del Pci di Enrico Berlinguer, ha rinunciato a sostenere un proprio candidato al Senato per eleggere -sempre il 20 settembre-  un altro grillino al posto della senatrice defunta a 5 stelle Vittoria Bogo Deledda.

            La partita elettorale di settembre va complicandosi per Conte anche sul versante referendario, dove pure si è speso per sostenere la conferma della riforma costituzionale che riduce i seggi della Camera da 630 a 400 e quelli del Senato da 315 a 200. Oggi campeggia Il no di Repubblica.jpegla scelta del no sulle prime pagine di Repubblica, con la firma del direttore Maurizio Molinari, e del il no del manifesto.jpegquotidiano orgogliosamente comunista manifesto. Persino sul Fatto Quotidiano, per quanto contrastato dal direttore in persona, è comparso un sì in testa alla colonna degli editoriali. Neppure la demagogia anti-casta, con un taglio fine a stesso, fuori dal contesto di una riforma organica che garantisca davvero un migliore funzionamento delle Camere, riesce giustamente a tirare più di tanto.

 

 

 

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Cresce la voglia di Draghi dopo il discorso a Rimini, e al Fatto perdono la testa

            Per esorcizzare la voglia di Mario Draghi, già forte da mesi ma cresciuta dopo il suo discorso al raduno annuale di Comunione e Liberazione a Rimini, dove l’ex presidente della Banca Centrale Europea ha esortato tutti, a cominciare dal governo in carica, a non illudersi e Il Fatto su Draghi.jpegilludere che basti la politica dei “sussidi” a fare uscire il Paese dalla crisi aggravatasi con l’epidemia virale, Il Fatto Quotidiano ha difeso il presidente del Consiglio Giuseppe Conte come peggio non poteva. Marco Travaglio è stato l’unico dei direttori di giornale a titolare sul “vago” cui si sarebbe tenuto Draghi e sulla delusione ch’egli avrebbe procurato perciò ai “tifosi” che smaniano di vederlo a Palazzo Chigi o al Quirinale, o prima in un posto e poi nell’altro entro pochissimi anni.

            Spintosi un po’ sino Titolo Travaglioalla blasfemia, titolando il suo editoriale “Draghi da Nazareth”, come Gesù contraffatto da Brian dei Monty Pyton, Travaglio ha Travaglio su Draghi.jpegletteralmente scritto che “Supermario ha parlato e non ha detto assolutamente nulla, anche se l’ha detto benissimo”. Direi Libero sui congiuntivi di Contecertamente meglio di Conte, che quelli di Libero hanno persino sorpreso, non ricordo in quale località o circostanza, a parlare sbagliando i congiuntivi come un Di Maio qualsiasi.

            Immagino le cialtronate che saranno rovesciate dal giornale di Travaglio su tutti, ma proprio tutti gli altri quotidiani che hanno invece riferito del discorso di Draghi sottolineandone l’importanza, e anche le implicazioni per il governo ancora in carica fra una lite interna e l’altra:  ora anche alle prese con un referendum sulla riduzione dei seggi parlamentari che sembrava dall’esito confermativo scontato ma che Zingaretti e Di Maio hanno caricato di significati impropri, correndo rischi analoghi a quelli di Renzi nel 2016 con la sua riforma costituzionale. Che fu bocciata quasi in odio alla leadership dell’allora presidente del Consiglio e segretario del Pd.

            Il Foglio di Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa ha addirittura avvolto l’ex presidente della Banca Il Foglio su Draghi.jpegCentrale Europea in questo titolo di un visibilissimo rosso:” Un gran manifesto per un paese di giovani Draghi”. Di “manifesto” ha scritto anche La Stampa sul manifesto Draghi.jpegla Stampa, di Corriere sulla ricetta Draghi.jpeg“ricetta” e di “messaggio al governo” il Corriere della Sera, di “sorpresa” al governo e di “un’ombra che inquieta Conte” laRepubblica sulla sorpresa di Draghi.jpegRepubblica,Cappellini su Draghi.jpeg di “una lezione a Conte” Il Tempo, di una “scossa” Avvenire e via rosicando per chi ritiene invece cheAvvenire su Draghi.jpeg l’Italia sia oggi governata come meglio non si potrebbe. E guidata a Palazzo Chigi da una reincarnazione di Moro, De Gasperi e, andando sempre più indietro nella storia unitaria, persino di Camillo Benso di Cavour. Che peraltro era un conte pure lui, ma con la minuscola.

 

 

 

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Col referendum sui seggi parlamentari Zingaretti e Di Maio come Renzi nel 2016

Come Matteo Renzi commise nel 2016 l’errore di personalizzare il referendum sulla riforma costituzionale -che aveva almeno il pregio di una sua organicità- non aprendo ma spalancando le porte agli avversari, fuori e dentro Matteo Renzi.jpegl’allora suo partito, eccitati dall’idea di poterne abbattere la leadership, così Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio hanno commesso in questi giorni, volenti o nolenti, l’errore di trasformare in un referendum sulla loro alleanza di governo quello che doveva riguardare il 20 settembre soltanto la riduzione del numero dei seggi parlamentari. Sono due errori, diciamo così, paralleli.

L’esultanza di Zingaretti di fronte all’improvvisa consultazione digitale di meno di 50 mila militanti pentastellati, che almeno sulla carta hanno consentito la possibilità di estendere in periferia, rendendola addirittura strategica,, l’alleanza tattica di governo stretta l’anno scorso col Pd all’insegna della eccezionalità e dell’emergenza anti-salviniana, ha moltiplicato in quello che si considera il maggiore partito della sinistra italiana le resistenze e i dubbi proprio sul referendum costituzionale. Si abbia almeno il buon senso adesso di votare no alla riduzione dei seggi parlamentari, ha sostanzialmente detto, per esempio, l’ex presidente del Pd Matteo Orfini tenendo che il sì segni la “resa” totale al Movimento 5 Stelle.

Il capogruppo del Pd al Senato Andrea Marcucci, insoddisfatto anche della rinuncia del Pd a tutte le vertenze giudiziarie promosse contro i grillini prima dell’intesa di governo, e deciso per conto suo a promuoverne altre se fosse necessario, ha dato appuntamento a Zingaretti al congresso cui non potrà sottrarsi dopo il referendum e le elezioni regionali e comunali cui esso è stato abbinato: elezioni rimaste di incerto destino per il suo partito anche dopo la “svolta” del teorico sì della base grillina ad intese di carattere pure locale, che faticano ad essere realizzate per quanto adesso sostenute da Di Maio sino a intestarsele.

Penso che persino fra gli elettori rimasti attaccati al Movimento 5 Stelle dopo tutte le sconfitte  seguite all’ormai irripetibile successo del 2018 stia crescendo in questi giorni la tentazione di farla pagare cara al gruppo dirigente che ha usato il 60 per cento dei meno di 50 mila militanti- ripeto- mobilitati al computer per cambiare letteralmente i connotati alla formazione politica nata dagli spettacoli di teatro e di piazza di Beppe Grillo, fra invettive, insulti e quant’altro. Figuriamoci come potrà crescere la voglia di una reazione negativa fra gli elettori del Pd, ma anche delle forze di centrodestra schierate per il sì a livello di vertice per inseguire curiosamente la demagogia anti-casta di Di Maio e amici.

Mi ha colpito, tra i forzisti, la felice concisione della risposta data dal senatore Lucio Malan, pur senza nominarla, alla presidente del gruppo della Camera Mariastella Gelmini schieratasi per il sì: “Mussolini nel 1929, in un’Italia di 40 milioni di abitanti, ridusse i deputati da 541 a 400. Ma sembrarono pochi anche a lui e nel 1939 li portò a 949 (nominati da lui). Ora i grillini vogliono riportarli a 400, con 60 milioni di abitanti. Qualche commento? Il mio è: io voto no”. E Malan si è risparmiato di confessare in pubblico anche la voglia di un no esteso all’alleanza fra il si di Zingaretti e il sì di Di Maio.

Il rigetto elettorale dell’alleanza di palazzo quale fu quella raggiunto l’anno scorso fra piddini e grillini potrebbe ben determinare fra un mese il no referendario da tutti escluso sino a qualche settimana fa. E se così fosse, sarebbe la crisi, non foss’altro per l’incontenibile voglia di rivalsa dei vertici grillini contro un Pd ch’essi avvertirebbero insopportabilmente doppio. A quel punto cadrebbero tutte le remore, anche la paura di scendere ad una cifra in un altro Parlamento.

Se e come Mattarella riuscisse a tenere ancora in piedi la legislatura in caso di crisi, ingessandone tutti gli arti, sarebbe tutto da verificare, pur con le urgenze o emergenze imposte dall’epidemia, dalla crisi economica, finanziaria e sociale, dall’occasione imperdibile dei fondi europei per la ripresa disponibili dall’anno prossimo e di quelli per la sanità disponibili già adesso ma indigesti ai grillini, rimasti su questo versante sovranisti come i leghisti, gli alleati di governo della prima ora.

Se vincesse invece il sì referendario, l’alleanza tra Pd e grillini potrebbe tirare un sospiro di sollievo, ma non so francamente di quale e quanta durata perché le acque sia nel Pd sia nel Movimento 5 Stelle rimarrebbero ugualmente agitate: nel Pd, poi, agitatissime se nelle sette regioni e negli oltre mille comuni in cui si voterà il 20 settembre,  con le urne affiancate a quelle del referendum, i risultati non fossero investibili da Zingaretti in una pace congressuale.

Già, una pace congressuale. Non dimentichiamo, dopo l’avvertimento di Marcucci, il congresso che comunque aspetterà Zingaretti nel Pd, dove fu eletto segretario in uno scenario politico ben diverso, e con l’impegno di non accordarsi con i grillini senza un preventivo passaggio elettorale a quel punto anticipato: l’opposto di quel che poi sarebbe accaduto. E volete che nessuno gli chieda o gli presenti il conto, tra una vertenza e l’altra di una maggioranza destinata alla continua sofferenza, essendo la sua debolezza nella intrinseca contraddittorietà? Mi sembra difficile.

 

 

 

Pubblicato sul Dubbio

Ripreso da http://www.startmag.it il 22 agosto

A rischio suicidio l’accordo Zingaretti-Di Maio, parola di Sergio Staino

            Il Bobo del vecchio e simpatico Sergio Staino, che si è buttato metaforicamente nelle acque della Stampa all’annuncio della figlia, sotto l’ombrellone, del “pieno accordo tra Di Maio e il Pd”, è disperso. Lo stanno cercando per acqua, sabbia e terra. Se si è ucciso o scomparso in altro modo ce l’ha sulla coscienza Nicola Zingaretti. Così come Matteo Renzi, il cui zampino c’è anche in questa vicenda, ha sulla Zingaretticoscienza la chiusura definitiva dell’Unità dopo averne affidato la direzione proprio a Staino. Che neppure con la sua popolarità di generoso e geniale militante riuscì a convincere i vecchi lettori a tornare ad acquistarlo nelle edicole, o ad abbonarvisi, ma trovò sbarrate anche le casse del partito una volta generose- ai tempi delle Botteghe Oscure-  con la storica testata fondata da Antonio Gramsci.

            In fondo, pur provenendo dalla Dc e pur avendo già rottamato uno come Massimo D’Alema, e non disdegnando un certo anticomunismo, Renzi aveva avuto il coraggio mancato ai comunisti o post-comunisti di portare il Pd dal limbo in cui l’aveva collocato il primo segretario Walter Veltroni nella grande famiglia del Partito Socialista Europeo. In cambio Staino gli aveva perdonato tutto il resto, non immaginando -poveretto- quante altre cose Renzi avrebbe avuto l’imprudenza di fare, compreso l’abbandono del Pd e prima ancora -roba persino di pochi giorni- la conversione all’alleanza di governo con i grillini. Che fu preferita l’anno scorso, e continua ad essere preferita, alle elezioni anticipate a rischio di vittoria del centrodestra a trazione leghista.

            Con l’entusiasmo dei neofiti, e pur essendo stato poi accusato da Renzi di andare troppo a rimorchio dei pentastellati, Zingaretti è arrivato anche al disarmo giudiziario unilaterale nei rapporti con i nuovi alleati, ritirando o rinunciando a tutte le cause intentate dal Pd per difendersi dal fango rovesciatogli addosso dal Movimento fondato da Beppe Grillo. Per fortuna, tuttavia, in questa orgia penitenziale o di “volemosene bene” anche dalla prima fila del Pd si è levata qualche voce di protesta e di dissenso.

            L’ex presidente del partito, Matteo Orfini, ha parlato di “resa”. Il capogruppo al Senato Andrea Marcucci e Renzi.jpegMarcucci, un vecchio sostenitore di Renzi rimasto nel Pd non credo soltanto per conservare il suo posto, né per fare l’infiltrato e seguire in un altro momento il suo amico e conterraneo, ha annunciato in una intervista al Corriere della Sera che continuerà a “contrastare gli haters”, cioè gli odiatori, “anche legalmente, di qualsiasi parte siano. Ci sono accuse infamanti che sono state fatte al Pd -ha detto Marcucci- difficilmente archiviabili senza che qualcuno avverta di avere sbagliato”.

            La natura unilaterale del disarmo giudiziario fra Pd e 5 Stelle sopravvive alla rinuncia comune alle cause annunciata dalle parti per il semplice fatto che le denunce erano prevalentemente piddine.

            Ma Marcucci ha soprattutto ricordato a Zingaretti il dovere a questo punto, trasformando l’alleanza con i grillini da occasionale o straordinaria in organica e strutturale, dal centro alla periferia, di renderne conto a un congresso, avendo ricevuto il mandato di segretario in ben altre condizioni e con ben altre prospettive politiche. Egli infatti condizionò un’intesa di governo con le 5 Stelle ad un passaggio elettorale nazionale che ora invece si vuole evitare ad ogni costo. Quello di Marcucci a Zingaretti è un po’ un arrivederci congressuale a Filippi.

 

 

 

 

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Troppo di personale nell’attacco di Caselli alla memoria di Cossiga

Al Corriere della Sera è capitato di ospitare fra la prima e la diciannovesima pagina, come in un’aula di tribunale o in un ufficio di Procura, un processo a Francesco Cossiga nel decimo anniversario della sua morte.

Ha cominciato a Ferragosto il magistrato in pensione Gian Carlo Caselli a pagina 19 contestando all’ex capo dello Stato di avere intrattenuto rapporti epistolari con i brigatisti rossi, compresi alcuni autori materiali del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro, gratificandoli di quel “riconoscimento” pur negato durante la prigionia del presidente della Dc dallo stesso Cossiga e dal governo di cui faceva parte, anche a costo di procurare la morte dell’ostaggio. Di cui i terroristi volevano lo scambio con alcuni detenuti, negoziato come tra controparti in guerra.

A Caselli, implacabile nella sua funzione di pubblico accusatore anche ora che i suoi 81 anni ne fanno un ex, ha risposto in difesa del padre Anna Maria Cossiga, che quell’epistolarioCossiga e la figlia.jpeg ha consegnato alla Camera con tutto l’archivio dell’ex presidente della Repubblica, o di quella parte ritenuta forse utile alla comprensione delle vicende politiche di cui lui fu protagonista nelle varie funzioni svolte durante la sua lunga carriera pubblica.

“Li aveva combattuti da ministro degli Interni. Passata la stagione del sangue, dopo che lo Stato aveva vinto, voleva comprenderne le ragioni e avviare la pacificazione del Paese”, ha detto la figlia di Cossiga spiegando gli incontri e le lettere scambiate fra il padre, il fondatore delle brigate rosse Renato Curcio e persino Prospero Gallinari. Che nel 1978 non era stato solo il carceriere ma anche l’esecutore materiale della sentenza di morte contro Moro emessa dal fantomatico “tribunale del popolo”, sparandogli per primo al cuore la mattina del 9 maggio nel bagagliaio dell’auto che sarebbe stata poi lasciata in sosta  fra le sedi della Dc e del Pci.

D’altronde, di quella curiosità di conoscere le “ragioni” della lotta armata e di chiuderne il capitolo con atti di “pacificazione” Cossiga si era pubblicamente assunto la responsabilità già quando era al Quirinale, prima ancora di incontrare e scrivere da ex presidente della Repubblica ai protagonisti di quella disgraziata stagione. Egli aveva tentato, per esempio, di concedere la grazia a Renato Curcio, che espiava da 17 anni la sua condanna per terrorismo senza avere tuttavia ammazzato personalmente nessuno. A impedire di fatto la grazia, avvertendone tutta la impopolarità, era stato l’allora ministro socialista di Grazia, appunto, e Giustizia Claudio Martelli con disquisizioni di natura politica e giuridica finite davanti alla Corte Costituzionale per iniziativa dello stesso Martelli.

Nella sua intervista al quirinalista del Corriere della Sera Anna Maria Cossiga ha tenuto, fra l’altro, anche a ricordare il tormento procurato al padre sino alla morte dalla vicenda del sequestro Intervista Anna Maria Cossigae dell’assassinio di Moro. Cui Cossiga doveva la sua crescita politica, essendo stato da lui promosso nel suo ultimo governo da ministro della riforma burocratica a ministro dell’Interno. “Si sentiva responsabile di quella morte. Capitava che di notte si svegliasse dicendo: l’ho ucciso io”, ha raccontato la figlia.

Di questo tormento sono stato personalmente testimone nel suo ufficio al Quirinale assistendo allo scoppio di un pianto ininterrotto una volta che parlammo di Moro, del suo sequestro, della lunga e penosa prigionia e di quel gesto “inutilmente riparatorio” -mi disse- di dimissioni da ministro dell’Interno annunciate a conclusione della tragedia. E che non erano valse neppure a placare la famiglia di Moro, convinta delle responsabilità della Dc, del governo di allora appoggiato esternamente dal Pci e di Cossiga personalmente per l’assunzione della cosiddetta “linea della fermezza” dopo il sequestro e poi anche per la  sua gestione.

I rimorsi di Cossiga col tempo aumentarono, anziché ridursi. Ciò accadde, in particolare, quando si accorse da ormai ex presidente della Repubblica, durante i lavori della commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi e sul terrorismo presieduta dal senatore post-comunista Giovanni Pellegrino, di essersi avvalso durante il sequestro Moro di alcuni consulenti fra i quali uno rivelatosi poi tra i possibili esponenti della direzione strategica delle brigate rosse che si riunivano in quel periodo a Firenze. Era stato proprio un magistrato fiorentino, Tindari Baglione, a rivelare davanti alla commissione Pellegrino la “comunanza di consulenti” fra lo Stato e l’organizzazione terroristica. Non parliamo poi dell’amarezza procurata ancor prima a Cossiga dalla scoperta dell’appartenenza dei vertici militari e di sicurezza di quel periodo alla loggia massonica P2, forse non molto interessata -diciamo così- a garantire il salvataggio di Moro.

In questo curioso processo postumo a Cossiga promosso dalle reazioni di Giancarlo Caselli ai rapporti, epistolari e non, avuti dall’ex presidente della Repubblica con i terroristi dopo la loro sconfitta -come ha giustamente precisato la figlia- mi ha sorpreso anche come lo stesso Caselli si sia lasciato sfuggire il peso di questioni personali nella sua ostinazione accusatrice. Egli non ha solo ricordato le indagini da lui condotte come magistrato a Torino nel 1980 che rischiarono di tradursi in un processo all’allora presidente del Consiglio davanti alla Corte Costituzionale per l’affare del figlio terrorista del collega di partito Carlo Donat-Cattin: processo svanito per la protezione garantita a Cossiga dalla maggioranza del Parlamento, convinta c’egli non avesse voluto favorire la latitanza del figlio dell’amico rivelandogliene la posizione.

Caselli ha anche rinfacciato a Cossiga, per quanto morto da dieci anni, di avere mandato o fatto mandare Caselli e moglieper posta, ridotta in coriandoli in una busta, la ricevuta di ritorno di una lettera raccomandata scrittagli  dalla moglie del magistrato in difesa del marito che l’allora presidente della Repubblica soleva criticare pubblicamente, forse non dimentico di quella vicenda del 1980.

 

 

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