Comincia a diventare un pò troppo cara per l’Italia la guerra di Bruxelles

               Lo spettacolo televisivo, più o meno in diretta, di quella parete rossa in cartongesso sollevata, piegata e infine sbriciolata dal braccio meccanico della ruspa allungato su una delle villette dei Casamonica in via di demolizione a Roma, con un’esibizione a dir Casamonica.jpgpoco sospetta di politici locali e nazionali in campagna elettorale permanente, deve avere ispirato il vignettista del Corriere della Sera nell’azzecatissima rappresentazione dello scontro appena consumatosi a Bruxelles. Dove la Commissione Europea, rappresentata fisicamente da un imponente Pierre Moscovici, ha ribocciato e avviato verso una procedura d’infrazione per debito eccessivo i conti italiani difesi da un lillipuziano Giovanni Tria, ministro dell’Economia, anzi superministro perché nelle sue competenze sono confluite da tempo quelle dei vecchi dicasteri del Tesoro, delle Finanze e del Bilancio.

             Altro che il muro contro muro di cui mostrano di sentirsi protagonisti a Roma i due vice presidenti e insieme assistenti, controllori e quant’altro del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, cioè il grillino Luigi Di Maio e il leghista Matteo Salvini. Che gareggiano a trovare la battuta più sarcastica o sfidante per ostentare la loro sicurezza nel braccio di ferro cercato, tra feste su terrazzini e barconi, con l’Unione Europea.

            Salvini ha forse pensato di avere surclassato il suo concorrente Di Maio giocando col calendario delle feste di fine anno, che già si avvertono con gli addobbi stradali e le vetrine luminose dei negozi. Egli ha declassato a lettere, anzi letterine, di Babbo Natale quelle già arrivate e quelle ancora in arrivo da Bruxelles a Roma. E forse sta scambiando per coriandoli i titoli di Stato che non riusciamo più a piazzare del tutto nelle aste, o quelli che, svalutati dalle incursioni dello spread, stanno diventando zavorra per le banche che le hanno nel proprio patrimonio.

            Altro che muro contro muro, ripeto con Emilio Giannelli. Qui siamo al muro contro il cartongesso di Tria, e dei Casamonica. E già immagino il presidente della Repubblica a ricordare in crescente sofferenza, conMoscovici.jpg la preghiera quotidiana del padre nostro appena aggiornata dai Padri di Santa Romana Chiesa in tema di tentazione, o dando un’occhiata alla felice prima pagina del manifesto, l’obbligo che abbiamo di pagare i nostri debiti per poterne decentemente chiedere altri, da investire per giunta  più in assistenza, o beneficenza, che in produzione e  posti di lavoro.  

            Sbaglierò, ma martedì 20 novembre Sergio Mattarella mi è sembrato più ingobbito del solito nel percorrere, col seguito dei collaboratori e dei padroni di casa, tra file di commessi in alta uniforme,  una parte del vecchio “transatlantico” della Camera per entrare nell’aula di Montecitorio e festeggiarne il primo centenario, accanto al presidente emerito della Repubblica, e suo diretto predecessore, Giorgio Napolitano.  Il quale, dal caso suo, non sarà certo pentito di avere interrotto il secondo mandato presidenziale di sette anni conferitogli dal Parlamento nel 2013.  Si è risparmiato un bel po’ di gatte da pelare, diciamo così.

 

 

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L’applauso postumo della Camera alla verità sui partiti denunciata da Craxi

Ci sono voluti più di ventisei anni dal fatto, più di diciotto dalla sua morte e due edizioni della Repubblica sostanzialmente archiviate perché tornasse a sentirsi nell’aula di Montecitorio la voce di Bettino Craxi. E se ne rivedesse anche l’immagine, proiettata sui tabelloni abituali delle votazioni elettroniche in una sintesi televisiva dei cento anni trascorsi dalla inaugurazione dell’emiciclo progettato da Ernesto Basile.

Il discorso di Craxi riproposto e risuonato sotto le vetrate e fra le pareti e sculture  liberty dell’assemblea della Camera è quello pronunciato il 3 luglio del 1992 per la fiducia al governo del socialista Giuliano Amato: il primo dell’ex braccio destro dello stesso Craxi a Palazzo Chigi, dove gli era stato sottosegretario dal 1983 al 1987, e primo anche della legislatura uscita dalle urne del 5 e 6 aprile di quell’anno. Dove si tirarono le somme di una campagna elettorale svoltasi nel clima politico già intossicato, a dir poco, dal ciclone giudiziario scoppiato il 17 febbraio con l’arresto a Milano, in flagranza di concussione, del presidente socialista del Pio Albergo Trivulzio, Mario Chiesa. Che Craxi chiamò  poi in piazza  “mariuolo” contribuendo a scatenarne, per reazione, la loquacità con Antonio Di Pietro e gli altri inquirenti di “mani pulite” nella perlustrazione, chiamiamola così, di Tangentopoli.

Ma, oltre ad essere il primo suo personale e il primo della nuova legislatura, quel governo Amato fu nel 1992 anche il primo effetto politico della stagione giudiziaria apertasi con l’arresto di Chiesa. A Palazzo Chigi, per le intese raggiunte già prima del voto fra la Dc e il Psi e confortate, sia pure di stretta misura, dai risultati elettorali della maggioranza di governo uscente e guidata da Giulio Andreotti, avrebbe dovuto andare, anzi tornare proprio Craxi. Cui però il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro negò l’incarico avendone appreso il non ancora maturo ma possibile coinvolgimento nelle indagini giudiziarie milanesi dalla viva voce del capo della Procura Francesco Saverio Borrelli, inusualmente partecipe delle consultazioni al Quirinale per la formazione del governo.

Il passaggio del discorso di Craxi scelto per la rievocazione audiovisiva del primo secolo di storia dell’aula della Camera è quello, stentoreo e drammatico, della sfida a tutti i leader di partito a negare di avere partecipato, insieme col suo Psi, alla pratica del finanziamento “irregolare e anche illegale” della politica. A negarlo si sarebbe diventati “spergiuri”, ammonì il leader socialista nel silenzio tombale e significativo dell’aula, sotto la presidenza di Giorgio Napolitano. Che da presidente emerito della Repubblica ha riascoltato quelle parole da ospite, seduto accanto al capo dello Stato in carica Sergio Mattarella, ai banchi semicircolari delle autorità invitate dal presidente grillino Roberto Fico alla festa di Montecitorio. Dove, grazie a Dio, continuerà a vivere la democrazia rappresentativa cui siamo abituati, e che il movimento delle 5 Stelle sogna invece di sostituire prima o poi con quella “digitale” dei computer e derivati.

Diversamente da vent’anni fa, questa volta lo storico e -ripeto- drammatico passaggio del discorso di Craxi non è caduto nel silenzio imbarazzato di un’aula piena -allora- di uomini e gruppi interessati a profittare dell’occasione non per rigenerare tutti insieme una politica bisognosa quanto mai di risanamento e rinnovamento, ma per liberarsi di un personaggio diventato un po’ troppo scomodo per tutti: da mandare in galera o lasciare andare a morire lontano dall’Italia, liquidandolo come un banale o volgare “latitante”. E non dico altro, se non che quella liquidazione della vicenda politica e umana di Craxi non portò, a distanza, molta fortuna a chi la volle con grandissima ostinazione.

Il buio nel quale è stata trasmessa e risentita quella voce, e si è rivista quell’immagine di Craxi che rivolgeva il suo indice di sfida a tutti i settori della Camera, non ha permesso di individuare lì per lì con precisione la provenienza degli applausi apparsi un po’ come riparatori dopo tanto tempo. E debbo dire che non è stata molta la curiosità dei giornalisti e dei politici di approfondirne la provenienza, forse nel timore di fare scoperte scomode, come scomodo e imbarazzante fu il silenzio assordante di quel 3 luglio 1992.

La mia ricerca si è conclusa rapidamente incontrando nel celebratissimo “transatlantico” di Montecitorio il socialista beneventano e mai pentito Umberto Del Basso De Caro, ora deputato del Pd, non so francamente di quale delle aree, o simili, in cui si divide e tormenta il partito di Matteo Renzi, Marco Minniti, Nicola Zingaretti, Graziano Delrio, Dario Franceschini, Walter Veltroni e amici e compagni.

“Ho cominciato ad applaudire io”, mi ha raccontato Del Basso De Caro aggiungendo che a seguirlo sono stati soprattutto i parlamentari di Forza Italia, ancora abbastanza per farsi sentire evidentemente, nonostante la decimazione elettorale in corso ad opera dei leghisti di Matteo Salvini, ora  in libera uscita al governo con i grillini. Così avrebbe detto forse Giulio Andreotti aggiornando il giudizio sugli elettori democristiani tentati nei lontani anni Sessanta dal Movimento Sociale.

So bene che i grillini si considerano di sinistra, e vengono ritenuti tali da molti, per cui il richiamo ad Andreotti e ai missini potrebbe sembrare avventato. Ma, cadute le cosiddette ideologie, certe categorie non sono più sicure come una volta. D’altronde, nel 1995 a scoprire e certificare in qualche modo la natura di sinistra della Lega, ora considerata molto di destra, fu l’insospettabile Massimo D’Alema.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Il martedì nero dei grillini a Montecitorio, tra applausi a Craxi e bocciature

            Cominciato nel migliore dei modi, con le immagini televisive della sindaca pentastellata Virginia Raggi accorsa ad assistere quasi all’alba all’irruzione delle forze dell’ordine  in otto ville sfacciatamente abusive e cafonescamente arredate  in un quartiere di Roma per troppo tempo dominato dai Casamonica, il martedì 20 novembre si è sviluppato e chiuso nel peggiore dei modi per i grillini. E’ diventato un martedì nero tra gli stucchi, gli specchi, i lampadari, le vetrate e le autorità accorse alla Camera per festeggiare i cento anni dell’aula di Montecitorio progettata, nel rimaneggiamento dell’intero Palazzo, dall’architetto Ernesto Basile.

            La cerimonia non poteva che tradursi, con la regia peraltro del presidente grillino dell’assemblea Roberto Fico, emozionatissimo anche nella voce e nei movimenti, in una celebrazione festosa, per niente funeraria, di quel Parlamento che il partito dello stesso Fico aspira di fatto a rottamare con l’avvento della democrazia cosiddetta digitale. Che potrebbe destinare Montecitorio e Palazzo Madama ad altri usi, bastando all’uno e all’altro una postazione elettronica per registrare i sì e i no che da casa gli elettori, ai tasti del computer, dovrebbero esprimere  alle leggi e ai governi, dopo essersi risparmiata con lo stesso metodo  la corsa ai seggi per eleggere deputati e senatori.

            Craxo 1992.jpgPer i loro gusti, e per il giudizio liquidatorio che hanno sempre espresso sulle due edizioni, diciamo così, della Repubblica che hanno preceduto il loro approdo al governo, i grillini debbono essere rimasti quanto meno sorpresi anche per gli applausi che, sia pure a luci spente, durante la proiezione di un filmato sintetico sui cento anni di vita parlamentare passati dall’inaugurazione dell’aula, hanno sentito applaudire la voce e l’immagine di Bettino Craxi. Di cui è stato riproposto, in particolare, lo storico e non rapidissimo passaggio del discorso pronunciato il 3 luglio 1992 per la fiducia al governo che avrebbe dovuto presiedere proprio lui ma di cui fu costretto dal capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, fresco di elezione, a cedere la guida al collega di partito Giuliano Amato. E ciò per il discredito procurato al segretario del Psi dalle voci sul possibile, e poi sopraggiunto, coinvolgimento nell’inchiesta “Mani pulite” della Procura di Milano sul finanziamento illegale della politica ed eventuali reati connessi: corruzione, concussione e altro.

              In quel discorso Craxi, già presidente del Consiglio dal 1983 al 1987, sfidò i leader di tutti gli altri partiti e organizzazioni similari a negare di avere ricevuto, al pari del suo, finanziamenti “irregolari o illegali”, in aggiunta a quelli pubblici regolati per legge. Il silenzio imbarazzato che cadde 26 anni fa su quella sfida è stato, diciamo così, vendicato dagli applausi riservati alla replica, come riconoscimento evidentemente del coraggio e della lealtà di Craxi. Che poi pagò l’uno e l’altra diventando sostanzialmente il capro espiatorio di quella complessa vicenda giudiziaria, sino a doversi sottrarre ai processi a sbocco ormai segnato e all’arresto rifugiandosi nel 1994, protetto dal governo tunisino, nella sua casa di Hammamet per morirvi sei anni dopo: per giunta, nell’impossibilità di essere curato meglio in patria del diabete, del cuore e del sopraggiunto tumore a un rene, avendo i magistrati milanesi rifiutato l’ipotesi di consentirne il ricovero in un ospedale milanese  in regime di libertà.

              Finita la cerimonia celebrativa di un secolo di storia parlamentare interrotto solo dalla dittatura fascista, e tornati nel pomeriggio nell’aula di Basile per l’esame della legge “spazzacorrotti”, come l’hanno voluta chiamare con l’enfasi dei protagonisti, i grillini hanno dovuto verificare, a dispetto dei margini di cui dispongono sulla carta, la debolezza politica della loro maggioranza gialloverde: una debolezza ancora più clamorosa nel contesto in cui si sta svolgendo il “confronto”, cioè lo scontro, fra il governo e l’Unione Europea sui conti italiani, per non parlare del drammatico andamento dei titoli del nostro debito nei mercati internazionali.

             Un emendamento alla legge sulla corruzione, proposto da un ex grillino, osteggiato dal ministroIl Fatto.jpg pentastellato della Giustizia e riduttivo del peculato di cui stanno rispondendo amministratori leghisti nell’uso dei fondi destinati ai gruppi consiliari, è stato approvato a scrutinio segreto con 284 sì e 239 nove. “Sabotaggio”, ha subito gridato contro la Lega per i grillini il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio.

            Sempre a scrutinio segreto, è stato bocciato con una ventina di voti di scarto, contro le centinaia di cui dispone in teoria la maggioranza, un emendamento per togliere dalla stessa legge la norma sulla fine della prescrizione con la sentenza di primo grado. E’ una  norma contestata dalla Lega, e dalle opposizioni, come “una bomba atomica” sui processi, per ripetere l’espressione della ministra della pubblica amministrazione e avvocatessa Giulia Bongiorno, e appesa con un ambiguo e controverso compromesso alla riforma del codice di procedura penale, di là, molti di là da venire, anche se il governo si è dato poco più di un anno di tempo per proporla e realizzarla.

 

 

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La vita tormentata di Conte tra i fuochi e le clausole del contratto di governo

                Al netto, molto al netto degli aspetti paradossali che ha sempre una vignetta, e che non si può permettere un editoriale, almeno su un giornale tradizionale come il Corriere della Sera, Emilio Giannelli ha ben rappresentato la curiosa situazione in cui si trova il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ogni volta che, contratto gialloverde in mano, deve chiudere, o fingere di chiudere, una baruffa politica, umorale o di altro segno fra i suoi due vice. Che però sono anche i suoi guardiani, o addirittura i suoi datori di lavoro, anche se ad affidargli il lavoro, appunto, di presidente del Consiglio è stato il presidente della Repubblica avvalendosi dell’articolo 92 della Costituzione, sopravvissuto a tutte le forzature che ne sono state fatte sia nella prima sia nella seconda Repubblica, e si sono avvertite anche in questa presunta terza Repubblica.

               Sergio Mattarella, d’altronde, nel nominare il professore, avvocato e quant’altro Giuseppe Conte presidente del Consiglio su designazione di quei due che ne sarebbero stati vice non nascose mesi fa davanti alle telecamere, quindi con pubbliche dichiarazioni, un certo imbarazzo, a dir poco, confessando che avrebbe preferito affidare la guida del governo ad una persona politicamente più esperta, o meno improvvisata, magari eletta al Parlamento. E preferibilmente, penso, non col sistema delle liste bloccate, ma nella quota dei collegi nominali, dove il rapporto fra candidato ed elettore è più diretto e riconoscibile. Ma a questi dettagli Mattarella non poteva francamente spingersi nell’esprimere la preferenza manifestata per un designato a Palazzo Chigi che fosse stato anche eletto, dovendo egli nominare in apertura della legislatura un governo pienamente politico, e non un governo tecnico o simil-tecnico, cui di solito si ripiega dopo crisi impreviste ed eccezionali. E’ ciò che avvenne, per esempio, nell’autunno del 2011 con la formazione del governo di Mario Monti, e il sostegno -allora- dell’uscente Silvio Berlusconi.

               Fresco dell’annuncio della sostanziale militarizzazione della cosiddetta “terra dei fuochi”, in Campania, per prevenire i roghi delle immondizie senza destinarle ai termovalorizzatori sollecitati dal vice presidente leghista Matteo Salvini  ma fieramente osteggiati dal vice grillino Luigi Di Maio anche perché non espressamente previsti dal contratto di governo, il Conte proposto ai lettori del Corriere da Giannelli si chiede ragionevolmente se è l’inceneritore che manca nel contratto di governo o se è il contratto ad essere finito nell’inceneritore. Che deve intendersi come l’inceneritore politico, dove le fiamme non si spengono ma vengono continuamente alimentate dall’impatto inevitabile di due partiti divisi fra di loro, ma anche al loro interno, specie nel caso dei grillini, e i problemi  del Paese. I quali evolvono e spesso si aggravano a dispetto dei cerotti, delle pezze e dei compromessi di volta in volta studiati, ma sarebbe meglio dire improvvisati, per aggirarli, più che per risolverli.

              il manifesto.jpgCompromessi improvvisati possono essere considerati proprio la mezza militarizzazione delle campagne annunciata a Caserta per quello che il manifesto ha definito “amore tossico”, giocando sul passaggio “dalla terra dei fuochi alla terra dei cuori” immaginato da Conte; la fine della prescrizione insaccata nella legge sulla corruzione ma appesa ad una riforma del processo penale assai improbabile nei soli tredici mesi che il governo si è dato per realizzarla su delega ancora da proporre al Parlamento; la riapertura, alla Camera, della conversione in legge del decreto sulla sicurezza  approvata faticosamente al Senato; il condono edilizio a Ischia insaccato nel decreto su Genova e passato grazie al soccorso ricevuto dai pur odiati forzisti campani; l’indifferenza ostentata davanti alla febbre crescente dei mercati alle prese con i titoli del debito pubblico italiano; la sfida infine alle procedure d’infrazione contro i conti del governo che stanno maturando negli organismi comunitari. E mi fermo qui perché mi manca il fiato.  

L’emergenza della prescrizione è più percepita che reale nei tribunali

La prescrizione dei processi è ormai entrata a gamba tesa, grazie ai grillini ma anche a qualche giornalone, nell’elenco delle emergenze più percepite che reali. Come quella della criminalità,  smascherata di recente da Piero Sansonetti senza ricorrere ad uno scoop ma solo opponendo ai consueti allarmi, che hanno contribuito a portare Matteo Salvini al Viminale, i dati dello stesso Ministero dell’Interno sulla riduzione di omicidi, rapine e altro ancora registratasi ben prima della rivoluzione, rivolta, cambiamento e via sfogliando il dizionario politico gialloverde.

Lo stesso discorso vale per immigrati, sbarchi e simili: un’emergenza percepita a livello elettorale il 4 marzo scorso, a beneficio sempre di Salvini e della sua Lega non più confinata al Nord, anche dopo la forte battuta d’arresto verificatasi durante il governo di Paolo Gentiloni grazie all’azione del suo ministro dell’Interno Marco Minniti. Che fu poi ingenerosamente e improvvidamente accusato, nel marasma della sconfitta elettorale del Pd, dal presidente Matteo Orfini di avere dato e praticato “una lettura di destra” al fenomeno che stava facendo le fortune leghiste.

Il Corriere della Sera ha appena pubblicato un paginone, richiamato in prima pagina e confezionato a quattro mani da Luigi Ferrarella e Milena Gabanelli, sui “130 mila processi ogni anno in fumo” per la prescrizione. Che da gennaio del 2020 il governo gialloverde si è perciò proposto, nella legge cosiddetta spazzacorrotti all’esame della Camera, di bloccare all’emissione della prima sentenza, di condanna o di assoluzione che sia. A condizione -hanno precisato i leghisti- che nel frattempo lo stesso governo abbia chiesto, ottenuto dal Parlamento e attuato la riforma del processo penale. Manco per niente, hanno risposto all’unisono dal fronte grillino il guardasigilli Alfonso Bonafede e il vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio, convinti che non ci siano condizioni sospensive di sorta. E ciò -ha aggiunto un sottosegretario a cinque stelle di cui non ricordo il nome, ma sicuramente ardimentoso e senza remore scaramantiche- anche se il governo dovesse cadere inciampando in qualcuna delle mine che esso stesso sta mettendo sul suo percorso sfidando mezzo mondo, anzi di più.

Eppure, prima di spingersi sino alla pagina 23 del Corriere -graficamente imponente con quel titolo sui processi inceneriti dalla prescrizione, come nei termovalorizzatori  reclamati da Salvini per le immondizie in Campania-  già nel breve testo di richiamo in prima pagina si trova la notizia, non credo irrilevante, del 58 per cento di riduzione della prescrizione verificatasi rispetto al 2004. Dov’è allora l’emergenza? Viene spontaneo chiedersi e chiedere.

Nell’interno si spiega che i 130 mila processi estinti per prescrizione si sono stabilizzati, diciamo così, negli ultimi sei anni “in leggera altalena”, ma “non sempre -ha scritto Ferrarella- per colpa dei cavilli di avvocati azzeccagarbugli” di memoria manzoniana, recentemente riproposti al pubblico ludibrio dal guardasigilli, prima di ripensarci e scusarsi.

“Su cento rinvii” di cause, foraggio indispensabile per la prescrizione dei processi in corso, “i legittimi impedimenti per avvocato o imputato -ha scritto ancora Ferrarella citando una ricerca di Eurispes del 2010- hanno contato, rispettivamente, per il 2,3 e l’1,2 per cento, l’omessa citazione o l’assenza dei testi della difesa per lo 0.1 e l’1,2 per cento, le questioni processuali per l’1,9. Il resto va sul conto della macchina giudiziaria, tra cui l’11,2 per cento per assenza o omessa citazione dei testi dell’accusa e il 5,7 per assenza del giudice”.

Ma va soprattutto “considerato – ha scritto ancora Ferrarella- che dal 58 al 70 per cento delle prescrizioni totali maturano ogni anno nelle indagini prima del processo, in mano ai pubblici ministeri”. Molti dei quali sono magari gli stessi che più si stracciano le vesti nel protestare contro chi usa, anzi abusa della prescrizione. E la vorrebbero abolire nel momento stesso dell’apertura delle indagini, senza aspettare né il rinvio a giudizio né la prima sentenza.

L’ultima stilettata di Ferrarella, che conosce i tribunali a menadito, è contro la speranza, o l’illusione, del guardasigilli di aumentare la produttività della macchina giudiziaria con trentamila assunzioni di cancellieri, senza considerare che non riusciranno a pareggiare neppure “il 12-13 per cento di personale amministrativo in potenziale zona pensione” per effetto della cosiddetta “quota cento”. Che Salvini ha imposto al governo per rottamare la legge Fornero.

Milena Gabanelli, dal canto suo, si è chiesta se la “fine degli abusi del diritto” propostasi dal guardasigilli col blocco della prescrizione alla sentenza di primo grado potrà essere “sufficiente a celebrare in tempi ragionevoli”, come garantisce l’articolo 11 della Costituzione, “quei 130 mila processi” oggi condannati dalle statistiche alla prescrizione, peraltro senza grandi differenze fra Nord e Sud. “No”, ha risposto Milena spiegando che “al contrario, i tempi si allungheranno perché il condannato ha sempre interesse a ricorrere in appello per sperare in un’assoluzione, una riduzione di pena, o eventuali modifiche di legge. E i magistrati invece -ha continuato- non più sotto pressione della prescrizione potrebbero prendersela con comodo”, o con più comodo di adesso.

E’ augurabile per la Gabanelli, peraltro già candidata sotto le cinque stelle del cielo grillino alla presidenza della Repubblica, che questo suo sospetto, o convinzione, in materia di prescrizione non le costi -con rischi anche fisici, coi tempi che corrono, oltre che verbali- l’espulsione dall’albo, appena affisso dal supergrillino Alessandro Di Battista sulla sua bacheca elettronica dal lontano Nicaragua, degli otto giornalisti italiani con la schiena più dritta. Che diventerebbero così sette. Rimarrebbero, in ordine rigorosamente alfabetico, Franco Bechis, Pietrangelo Buttafuoco, Luisella Costamagna, Massimo Fini, Fulvio Grimaldi, Alberto Negri e naturalmente Marco Travaglio. E chi sennò?

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Dai roghi veri dei rifiuti a quelli taroccati dei processi con la prescrizione

             Non mancano certamente in Italia, anche d’inverno, e non solo d’estate, che è la loro stagione abituale, roghi da spegnere o prevenire.

             Il presidente del Consiglio ha voluto portarsi appresso sette ministri nel viaggio a Caserta, nella cosiddetta terra dei fuochi, per occuparsi della ormai cronica emergenza dei rifiuti che si lasciano bruciare per strada per non destinarli ai più sicuri inceneritori. Che per essere stati soltanto evocati per l’ottimo servizio che svolgono al Nord, cioè dalle sue parti, hanno procurato al vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini critiche e proteste dei grillini, dentro e fuori il governo, aggravate dal fatto che la materia è estranea al famoso “contratto” stipulato in primavera dai due partiti della maggioranza gialloverde. E tanto dovrebbe bastare e avanzare per indurre Salvini al silenzio, o farlo desistere dalla tentazione di creare “tensione” a Palazzo Chigi e dintorni, come gli ha rimproverato l’altro vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio per non risultare meno preoccupato e deciso del collega di partito e corregionale Roberto Fico, presidente della Camera e anti-inceneritore ormai collaudato.

               I roghi che preoccupano di più il movimento delle 5 stelle sono quelli dei processi,  bruciati nei tribunali dalla prescrizione: a tal punto che il guardasigilli Alfonso Bonafede ha voluto inserire nella legge “spazzacorrotti” una norma che la blocca -cioè spegnerebbe il fuoco e salverebbe i processi- all’emissione della sentenza di primo grado.

              Le proteste levatesi dai leghisti, giustamente contrari -per usare un’espressione della ministra e nota avvocatessa Giulia Bongiorno- alla pretesa di spegnere il fuoco in un processo lanciandogli addosso “una bomba atomica”, sono servite solo a rinviare il problema di poco più un anno, cioè a gennaio del 2020. Allora, non si è capito bene se al primo o all’ultimo giorno del mese, la bomba nucleare con le cinque stelle dipintevi sopra da Bonafede sarà lanciata sui processi in corso, con o senza -ha detto il guadardasigilli smentendo la diversa interpretazione data dagli alleati di governo- l’intervenuta riforma del codice di procedura penale.

              Nei panni di fustigatore e bombardiere della prescrizione il guardasiggilli grillino si sarà sentito spiazzato dai conti che gli ha fatto in casa, diciamo così, il buon Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera con un articolo dal quale risulta che il fenomeno dei processi condannati dalla loro lunghezza è in progressiva e consolante riduzione.

              In particolare, le prescrizioni sono passate dalle quasi 214 mila del 2004 ai circa 130 mila di quest’anno ormai avviato a conclusione. La riduzione è stata quindi del 58 per cento. E anche in un contesto così meno consistente e drammatico, la prescrizione ha continuato a scattare per oltre la metà dei casi, sino addirittura al 70 per cento, non durante i processi ma durante le indagini preliminari: cioè, nelle esclusive mani dei pubblici ministeri, senza l’aiuto, il concorso e quant’altro degli avvocati recentemente liquidati dal pur loro collega Bonafede come gli “azzeccacarbugli” di memoria manzoniana.

              Si sta insomma ripetendo per la prescizione il fenomeno dell’allarme più percepito che reale dell’aumento della criminalità e dell’immigrazione, che pure ha fatto e continua a fare le fortune elettorali di Salvini e del suo partito.

                Gabanellijpg.jpgLuigi Ferrarella, che ho avuto il piacere di sperimentare per la sua serietà come cronista giudiziario del Giorno negli ormai anni lontani della mia direzione, non rientra nell’elenco degli otto giornalisti di “schiena dritta” ed esemplare recentemente diffusa dal turista grillino in Nicaragua Alessandro Di Battista. Ma fra gli otto benemeriti della professione – ridotta da altri al livello della “prostituzione” – e facendo compagnia a Pietrangelo Buttafuoco, Marco Travaglio, Massimo Fini, Fulvio Grimaldi, Alberto Negri, Franco Bechis e Luisella Costamagna, c’è Milena Gabanelli, già assurta agli onori e all’ammirazione dei grillini come candidata alla presidenza della Repubblica. Ebbene, è proprio di  Milena Gabanelli la firma affiancata sulla prima pagina del Corriere della Sera a quella di Luigi Ferrarella nella spalla -come si chiama in gergo tecnico- che restituisce alla prescrizione le sue reali dimensioni e svela i trucchi con i quali la si gonfia per storcere in senso giustizialista i rapporti fra diritto e società, fra magistrati e cittadini che hanno la disavventura di incrociare le toghe come indagati o imputati.

 

 

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Mattarella chiude a chiave il Quirinale alla piazza torinese del si alla Tav

             Il presidente della Repubblica ci ha pensato sopra per qualche giorno, tra il Quirinale e i palazzi esteri di cui è stato ospite nei suoi ultimi viaggi, e alla fine ha deciso per il no alle “madamine” che gli avevano chiesto udienza dopo avere riempito il 10 novembre la piazza torinese Castello con trentamila “borghesucci”, come li ha chiamati Beppe Grillo, favorevoli alla Tav. E, più in generale, a tutte le grandi opere infrastrutturali osteggiate dal movimento delle 5 stelle per ragioni ambientali, o per paura della corruzione che potrebbe alimentare la realizzazione, o per dubbi sulla loro effettiva convenienza, o per una istintiva preferenza per la cosiddetta “decrescita felice” del Paese.

             Sergio Mattarella ha guardato a lungo – si presume-  le foto di quel raduno, ne ha letto le reazioni grilline e quelle di segno opposto, ha sentito alla televisione -credo- qualcuna delle “madonnine” sottrattesi all’invito ad un incontro ricevuto dalla sindaca grillina di Torino preferendo una visita preventiva al Quirinale, e ha deciso di tenersene lontano.

             La Tav e tutte le altre sigle che distinguono l’offensiva dei grillini  contro le grandi opere, fatta eccezione per la Tap, per la cui realizzazione Mattarella ha ritenuto di potersi spendere personalmente in una recente visita nel paese di origine del gasdotto con terminale italiano, sono per il capo dello Stato materie di troppa competenza governativa perché lui possa metterci il becco.

             Mi sembra francamente difficile evitare che passino per la scrivania, le mani e la testa del presidente della Repubblica questioni di pertinenza del governo, con tutte le firme che lui è chiamato dalla Costituzione ad apporre agli atti di governo, appunto, anche quando non li condivide e se  ne sente “dovuto”, dimenticando che di veramente dovuto non c’è proprio nulla al posto dove lui si trova. Il presidente della Repubblica ha gli strumenti per sottrarsi a ciò che non condivide oltre una certa misura, rinviando per esempio una legge alle Camere per una seconda deliberazione, come dice un’apposita norma costituzionale, o dimettendosi, piuttosto che promulgarla, se il Parlamento dovesse confermarla. Non parliamo poi di tutte le nomine che, comportando la firma del capo dello Stato, gli vengono preventivamente sottoposte dai governi di turno e cambiate quando non ottengono il suo aulico e preventivo assenso, con una procedura avviata nel 1955 al Quirinale da Giovanni Gronchi e mai dismessa dai suoi successori.

            Il no alla Piazza torinese del sì alla Tav, volente o nolente il capo dello Stato, si è politicamente tradotto in un intervento a sostegno della posizione grillina. Magari in funzione- sospetterà qualcuno della scuola di pensiero andreottiano secondo cui a pensare male si fa peccato ma sì indovina- della speranza che i pentastellati trascinandosi appresso i leghisti finiscano per ricambiare la cortesia assumendo una posizione meno intransigente nel confronto, chiamiamolo così, in corso con gli organismi comunitari sui conti troppo indebitati del governo gialloverde. E riescano così a risparmiare al presidente della Repubblica anche la tentazione che egli avverte ogni tanto, sino a farla comparire sui giornali e poi prudentemente smentirla o annacquarla, com’è appena accaduto, di non promulgare una legge di bilancio troppo osteggiata dall’Unione Europea, con tutte le procedure e gli altri inconvenienti del caso.

 

 

 

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Eppure si chiama Governo, quello gialloverde ancora in carica

             No. Non è un albero di Natale quello che Emilio Giannelli ha proposto nella sua vignetta sulla prima pagina ai lettori del Corriere della Sera, anche se manca ormai poco più di un mese alle feste di fine anno. E gli addobbi relativi cominciano a comparire sulle nostre strade, nelle nostre piazze e nei centri commerciali che Luigi Di Maio, dalla postazione stellata di vice presidente del Consiglio a Palazzo Chigi, ci permette ancora di frequentare anche nei giorni festivi.

            Quello che Giannelli ha disegnato è un cumulo di rifiuti su cui troneggiano i due vice presidenti del Consiglio, lo stesso Di Maio e il leghista Matteo Salvini, divisi su cosa farne, o come trattarli. Se destinarli all’inceneritore più vicino, almeno uno in ogni provincia, estendendo dappertutto i buoni affari che fanno quelli operanti dove gli amministratori hanno avuto la fortuna, l’accortezza, il coraggio, come preferite, di lasciarli costruire e funzionare, o mangiarseli.

             La disputa fra i due vice presidenti del Consiglio, nell’abituale o sostanziale silenzio naturalmente del presidente titolare dell’ufficio di capo del governo, o di premier, come dicono all’estero, ha avuto l’inconveniente di non passare inosservata al presidente grillino della Camera Roberto Fico. Che è abituato come ogni napoletano a convivere con la monnezza ancor più di quanto la sua collega di partito Virginia Raggi stia cercando di fare nella Capitale con romani e ospiti, fissi o di passaggio.

            Il Foglio.jpg  La pronta protesta di Fico contro le bizzarrie inceneritrici di Salvini, destinata -ritengo mentre scrivo- ad essere recepita e rilanciata dal collega di partito Alessandro Di Battista in veste sia di reporter sia di mito del movimento delle 5 stelle, pronto al rientro anche fisico nella lotta politica italiana, ha allarmato Di Maio. Che, già critico di suo con Salvini per tante altre cose, anche quelle sulle quali i due si sono appena chiariti o accordati al telefono o a vista, ha alzato il tono della voce, ha portato le mani dove di solito stanno quando si dice a qualcuno che ha rotto i cosiddetti…e lo ha perentoriamente invitato a non creare tensioni fra i grillini e , più in generale, nel governo: per giunta, su un argomento estraneo al famoso contratto stipulato in primavera. Di cui prima o poi troveremo una copia anche sui comodini o nei cassetti delle camere d’albergo per il suo valore ormai biblico.

               Nel frattempo la combinazione ministeriale gialloverde continua il suo confronto o scontro, come preferite, con la Commissione Europea e altre istituzioni internazionali sui  conti italiani  “senza cedere di un millimetro”, come ripetono ossessivamente Salvini e Di Maio, e da qualche tempo anche il ministro dell’Economia Giovanni Tria, rinsavito rispetto alle prime posizioni attribuitegli, a torto o a Gazzetta.jpgragione, dai soliti animali travestiti da giornalisti. Che adesso starebbero giocando sporco pure col presidente della Repubblica Sergio Mattarella, indicato all’unisono con vistosi titoli di prima pagina dal Fatto Quotidiano di Marco Travaglio e da La Verità di Maurizio Belpietro di meditare un intervento a gamba tesa a favore dell’Unione Europea. Ciò avverrebbe  rifiutando la promulgazione del bilancio se il Parlamento l’approverà fregandosene delle osservazioni, critiche e quant’altro degli organismi comunitari.

                Va bene che anche quello di Sua Maestà Elisabetta II è un governo con qualche problema, come riferiscono le cronache da Londra. Ma è pur sempre un’impresa scambiare per un governo quello in carica a Roma.

 

 

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Spettacolo surreale al Senato offerto da forzisti e grillini in combinazione inedita

               Ho avuto paura che mi esplodesse il televisore insieme con la faccia della capogruppo forzista del Senato Anna Maria Bernini, troppo stretta forse nei ritocchi di mantenimento che vi si scorgono, quando ho visto e sentito la sua protesta nell’aula di Palazzo Madama contro il ministro grillino manifesto.jpgdelle infrastrutture Danilo Toninelli. Che -ho poi scoperto- aveva scandalizzato la parlamentare berlusconiana per avere festeggiato dal banco del governo, sollevando in aria il pugno chiuso, la conversione definitiva in legge del decreto che continua a portare ormai arbitrariamente il nome di Genova. Esso è infatti diventato più famoso, e controverso, con l’articolo fattovi inserire dal vice presidente del Consiglio Luigi Di Maio, grillino pure lui, per sanare nel modo più vantaggioso possibile non solo i danni sismici ma anche gli abusi edilizi a Ischia. Che sono quasi quanto le case che vi esistono, in piedi o diroccate che siano dopo le scosse telluriche.

              IL fatto.jpg Il nesso anomalo fra il decreto per Genova, imposto dall’emergenza creatasi in agosto col crollo, non certamente sismico,  del ponte Morandi e la sanatoria edilizia a Ischia non poteva essere rappresentato meglio dall’insospettabile Fatto Quotidiano con la vignetta di prima pagina che sostituisce il ponte crollato della capitale ligure con quello progettato per unire Genova all’isola tanto cara a Di Maio. Cara, per motivi che dubito siano soltanto romantici o paesaggistici, visto che essa appartiene al suo territorio elettorale. Un bel viadotto da Genova a Ischia sarebbe davvero imponente. Provate a pensare, con la fantasia che ha dimostrato di avere fra i suoi riccioli il ministro Toninelli, quanti ristoranti, discoteche, sale da gioco per bambini, sale cinematofragiche, negozi straordinariamente aperti anche di domenica, palestre, officine, piste ciclcabili, commissariati di polizia e altre diavolerie potrebbero sorgere sul gigantesco manufatto.

                Anche se la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati – collega di gruppo della signora Bernini, e per qualche ora di notte, all’esordio di questa legislatura, sua concorrente al verticeRolli.jpg di Palazzo Madama per una proposta a sorpresa fatta a Berlusconi dal leader leghista Matteo Salvini- ha ritenuto di approfondire l’esame della situazione sospendendo la seduta e poi contestando a Toninelli quel pugno alzato in segno di festa, e non di protesta, la vicenda mi è apparsa subito e mi è rimasta surreale.

               Non capisco, per esempio, di cosa avesse da dolersi del decreto di Genova, e più in particolare della sua parte più controversa, quella riguardante Ischia, la capogruppo forzista del Senato dopo avere contribuito a salvarla, tra voti a favore e astensioni dei suoi collegi pubblicamente annunciati, dalla bocciatura rischiata per il dissenso di alcuni parlamentari del movimento grillino, ora sotto processo stellare e a rischio di espulsione.

               Né capisco perché il ministro Toninelli o altri al suo posto, magari dimenticando qualche vicenda giudiziaria loro contestata anche di recente, non abbiano ancora ringraziato Gazzetta.jpgi senatori di Forza Italia, campani e non,  che li hanno aiutati a conseguire quella che ritengono una grande vittoria “contro le lobby”, ha detto l’ormai più imprevedibile e incontenibile esponente del governo gialloverde. Per il quale evidentemente quella degli abusi edilizi, almeno ad Ischia, non è una lobby. Dev’essere un’associazione patriottica, o benefica, da premiare, magari rimproverando al buon Dio di averli “abbandonati” alla tentazione, per usare la nuova formulazione della preghiera del Padre Nostro appena sancita in Vaticano.  

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