La vita tormentata di Conte tra i fuochi e le clausole del contratto di governo

                Al netto, molto al netto degli aspetti paradossali che ha sempre una vignetta, e che non si può permettere un editoriale, almeno su un giornale tradizionale come il Corriere della Sera, Emilio Giannelli ha ben rappresentato la curiosa situazione in cui si trova il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ogni volta che, contratto gialloverde in mano, deve chiudere, o fingere di chiudere, una baruffa politica, umorale o di altro segno fra i suoi due vice. Che però sono anche i suoi guardiani, o addirittura i suoi datori di lavoro, anche se ad affidargli il lavoro, appunto, di presidente del Consiglio è stato il presidente della Repubblica avvalendosi dell’articolo 92 della Costituzione, sopravvissuto a tutte le forzature che ne sono state fatte sia nella prima sia nella seconda Repubblica, e si sono avvertite anche in questa presunta terza Repubblica.

               Sergio Mattarella, d’altronde, nel nominare il professore, avvocato e quant’altro Giuseppe Conte presidente del Consiglio su designazione di quei due che ne sarebbero stati vice non nascose mesi fa davanti alle telecamere, quindi con pubbliche dichiarazioni, un certo imbarazzo, a dir poco, confessando che avrebbe preferito affidare la guida del governo ad una persona politicamente più esperta, o meno improvvisata, magari eletta al Parlamento. E preferibilmente, penso, non col sistema delle liste bloccate, ma nella quota dei collegi nominali, dove il rapporto fra candidato ed elettore è più diretto e riconoscibile. Ma a questi dettagli Mattarella non poteva francamente spingersi nell’esprimere la preferenza manifestata per un designato a Palazzo Chigi che fosse stato anche eletto, dovendo egli nominare in apertura della legislatura un governo pienamente politico, e non un governo tecnico o simil-tecnico, cui di solito si ripiega dopo crisi impreviste ed eccezionali. E’ ciò che avvenne, per esempio, nell’autunno del 2011 con la formazione del governo di Mario Monti, e il sostegno -allora- dell’uscente Silvio Berlusconi.

               Fresco dell’annuncio della sostanziale militarizzazione della cosiddetta “terra dei fuochi”, in Campania, per prevenire i roghi delle immondizie senza destinarle ai termovalorizzatori sollecitati dal vice presidente leghista Matteo Salvini  ma fieramente osteggiati dal vice grillino Luigi Di Maio anche perché non espressamente previsti dal contratto di governo, il Conte proposto ai lettori del Corriere da Giannelli si chiede ragionevolmente se è l’inceneritore che manca nel contratto di governo o se è il contratto ad essere finito nell’inceneritore. Che deve intendersi come l’inceneritore politico, dove le fiamme non si spengono ma vengono continuamente alimentate dall’impatto inevitabile di due partiti divisi fra di loro, ma anche al loro interno, specie nel caso dei grillini, e i problemi  del Paese. I quali evolvono e spesso si aggravano a dispetto dei cerotti, delle pezze e dei compromessi di volta in volta studiati, ma sarebbe meglio dire improvvisati, per aggirarli, più che per risolverli.

              il manifesto.jpgCompromessi improvvisati possono essere considerati proprio la mezza militarizzazione delle campagne annunciata a Caserta per quello che il manifesto ha definito “amore tossico”, giocando sul passaggio “dalla terra dei fuochi alla terra dei cuori” immaginato da Conte; la fine della prescrizione insaccata nella legge sulla corruzione ma appesa ad una riforma del processo penale assai improbabile nei soli tredici mesi che il governo si è dato per realizzarla su delega ancora da proporre al Parlamento; la riapertura, alla Camera, della conversione in legge del decreto sulla sicurezza  approvata faticosamente al Senato; il condono edilizio a Ischia insaccato nel decreto su Genova e passato grazie al soccorso ricevuto dai pur odiati forzisti campani; l’indifferenza ostentata davanti alla febbre crescente dei mercati alle prese con i titoli del debito pubblico italiano; la sfida infine alle procedure d’infrazione contro i conti del governo che stanno maturando negli organismi comunitari. E mi fermo qui perché mi manca il fiato.  

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