Stretta di Palazzo Chigi, se non ai conti, alle interviste degli esponenti di governo

             Non credo, francamente, che si possa considerare una forzatura quella che il Giornale ha fatto pubblicando in prima pagina la notizia del sostanziale “bavaglio” imposto ai ministri, vice ministri e sottosegretari con l’ordine di non rilasciare interviste senza l’autorizzazione che i richiedenti debbono ottenere dal portavoce del presidente del Consiglio, l’ormai stranoto Rocco Casalino, o suoi incaricati.

            E’ un ordine, sotto la forma eufemistica di una “comunicazione”, prevedibilmente autorizzato dal professore e avvocato Giuseppe Conte, che indica da solo, volente o nolente, le condizioni difficili in cui si trova il governo. E i danni che i suoi esponenti hanno procurato al Paese parlando sino all’altro ieri a ruota praticamente libera, anche dopo i ripetuti moniti del presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi. Che ha notoriamente attribuito alle “parole”, prima ancora che alle iniziative del governo, la fibrillazione dei mercati e la crescita dello spread, con tutti gli effetti che ne stanno derivando su risparmi, mutui e quant’altro.   

          L’ordine, chiamiamolo così, consentito da Conte a Casalino ha obiettivamente qualche difficoltà di applicazione, oltre che apparire francamente tardivo, almeno rispetto al risultato che può essersi proposto. Debbono considerarsi interviste anche le risposte dei ministri, vice ministri e sottosegretari ai giornalisti che incontrano all’uscita da qualche riunione, o solo camminando per qualche corridoio delle Camere e dei loro dicasteri? Essi debbono fare scena muta per non disobbedire?

           Ma il silenzio al punto in cui sono arrivate le cose-  cioè al punto di marasma raggiunto con i due vice presidenti che hanno dato interpretazioni opposte alle parole e alle idee espresse dal presidente del Consiglio alla Camera sui rapporti con la Commissione Europea dopo la bocciatura dei conti e il sostanziale avvio della cosiddetta procedura d’infrazione per eccesso di debito- rischia di apparire non meno dannoso delle troppe parole spese in precedenza. La diffidenza degli investitori e di tutti gli altri interlocutori di fatto e di diritto del governo crescerà forse ancora di più. D’altronde, ad allarmare questi interlocutori nei mesi e nelle scorse settimane sono bastate anche le parole di presidenti di commissioni parlamentari, e simili, ai quali non potranno certamente essere applicate adesso le norme di comportamento mediatico destinate a ministri, vice ministri e sottosegretari.

            I retroscenisti più maliziosi sospettano che l’idea del lucchetto, o qualcosa di simile, alle bocche degli esponenti di governo sia venuta al presidente del Consiglio o al suo portavoce vedendo ai banchi dello stesso governo, durante l’informativa urgente di Conte alla Camera sulla vertenza con l’Europa e la discussione che ne è seguita, l’anziano e autorevole ministro per gli affari europei Paolo Savona impegnato a scrivere fogli. Non sarà mica una intervista  a risposta scritta? si è forse chiesto qualcuno.

             Sul conto del ministro Savona sono circolate per giorni voci insistenti, per quanto alla fine smentite, di una crescente tentazione a dimettersi per la piega assunta dalla gestione della manovra finanziaria. E ciò anche da parte del ministro dell’Economia Giovanni Tria, dallo stesso Savona indicato, proposto, suggerito, dopo il rifiuto del presidente della Repubblica Sergio Mattarella di nominare lui -lo stesso Savona- a quel posto. Seguirono la rinuncia di Conte al primo incarico di presidente del Consiglio e il cosiddetto impeachment del capo dello Stato minacciato, per ritorsione, dall’allora ancora aspirante vice presidente dello stesso Consiglio, Luigi Di Maio. Che ora invece sembra avere scoperto e apprezzato le doti, non foss’altro di pazienza nei suoi riguardi, del presidente della Repubblica, rimasto silenzioso -per esempio- anche dopo l’annuncio televisivo dato dal capo del movimento di cinque stelle della stampa di milioni di tessere per il cosiddetto reddito di cittadinanza disposta prima ancora che un decreto legge da lui stesso annunciato, o reclamato, entro l’anno, o giù di lì, ne stabilisca modalità e condizioni.

            Non oso neppure immaginare come avrebbe reagito a un simile annuncio uno qualsiasi dei predecessori di Mattarella al Quirinale: uno qualsiasi, ripeto.

 

 

 

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