Mattarella chiude a chiave il Quirinale alla piazza torinese del si alla Tav

             Il presidente della Repubblica ci ha pensato sopra per qualche giorno, tra il Quirinale e i palazzi esteri di cui è stato ospite nei suoi ultimi viaggi, e alla fine ha deciso per il no alle “madamine” che gli avevano chiesto udienza dopo avere riempito il 10 novembre la piazza torinese Castello con trentamila “borghesucci”, come li ha chiamati Beppe Grillo, favorevoli alla Tav. E, più in generale, a tutte le grandi opere infrastrutturali osteggiate dal movimento delle 5 stelle per ragioni ambientali, o per paura della corruzione che potrebbe alimentare la realizzazione, o per dubbi sulla loro effettiva convenienza, o per una istintiva preferenza per la cosiddetta “decrescita felice” del Paese.

             Sergio Mattarella ha guardato a lungo – si presume-  le foto di quel raduno, ne ha letto le reazioni grilline e quelle di segno opposto, ha sentito alla televisione -credo- qualcuna delle “madonnine” sottrattesi all’invito ad un incontro ricevuto dalla sindaca grillina di Torino preferendo una visita preventiva al Quirinale, e ha deciso di tenersene lontano.

             La Tav e tutte le altre sigle che distinguono l’offensiva dei grillini  contro le grandi opere, fatta eccezione per la Tap, per la cui realizzazione Mattarella ha ritenuto di potersi spendere personalmente in una recente visita nel paese di origine del gasdotto con terminale italiano, sono per il capo dello Stato materie di troppa competenza governativa perché lui possa metterci il becco.

             Mi sembra francamente difficile evitare che passino per la scrivania, le mani e la testa del presidente della Repubblica questioni di pertinenza del governo, con tutte le firme che lui è chiamato dalla Costituzione ad apporre agli atti di governo, appunto, anche quando non li condivide e se  ne sente “dovuto”, dimenticando che di veramente dovuto non c’è proprio nulla al posto dove lui si trova. Il presidente della Repubblica ha gli strumenti per sottrarsi a ciò che non condivide oltre una certa misura, rinviando per esempio una legge alle Camere per una seconda deliberazione, come dice un’apposita norma costituzionale, o dimettendosi, piuttosto che promulgarla, se il Parlamento dovesse confermarla. Non parliamo poi di tutte le nomine che, comportando la firma del capo dello Stato, gli vengono preventivamente sottoposte dai governi di turno e cambiate quando non ottengono il suo aulico e preventivo assenso, con una procedura avviata nel 1955 al Quirinale da Giovanni Gronchi e mai dismessa dai suoi successori.

            Il no alla Piazza torinese del sì alla Tav, volente o nolente il capo dello Stato, si è politicamente tradotto in un intervento a sostegno della posizione grillina. Magari in funzione- sospetterà qualcuno della scuola di pensiero andreottiano secondo cui a pensare male si fa peccato ma sì indovina- della speranza che i pentastellati trascinandosi appresso i leghisti finiscano per ricambiare la cortesia assumendo una posizione meno intransigente nel confronto, chiamiamolo così, in corso con gli organismi comunitari sui conti troppo indebitati del governo gialloverde. E riescano così a risparmiare al presidente della Repubblica anche la tentazione che egli avverte ogni tanto, sino a farla comparire sui giornali e poi prudentemente smentirla o annacquarla, com’è appena accaduto, di non promulgare una legge di bilancio troppo osteggiata dall’Unione Europea, con tutte le procedure e gli altri inconvenienti del caso.

 

 

 

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