Il superministro settantenne dell’Economia è Tria di nome e di fatto

              Spinto nelle retrovie mediatiche dal maltempo e dal pasticciaccio brutto della prescrizione, che ha rischiato di far saltare il governo prima del compromesso che si è limitato a far saltare i nervi soprattutto ai grillini – spiazzati dal dubbio crescente che il rinvio rifilato loro dai leghisti per togliere ogni limite di tempo ai giudizi di secondo e terzo grado non sia al 2020 ma alle probabili calende greche della riforma del processo penale-  è tornato ben visibile sulle scene il ministro dell’Economia Giovanni Tria. Ma vi è tornato alquanto malmesso per i rapporti nel frattempo peggiorati con i commissari europei che si occupano dei conti italiani, apparsi sempre meno credibili, adatti più all’apertura di una procedura d’infrazione che alla tolleranza reclamata dal governo gialloverde per via della scadenza ormai vicina degli organismi comunitari. Si marcia ormai verso le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, in programma a maggio dell’anno prossimo.

               Gli organismi comunitari, in verità, scadranno solo nell’autunno successivo, per cui potranno occuparsi anche del prossimo bilancio di questo governo gialloverde, o dell’altro che dovesse succedergli per il sopraggiungere di una crisi. Ma i cosiddetti sovranisti da quest’orecchio non vogliono sentire. Per loro nulla sarà come prima dopo il rinnovo del Parlamento di Strasburgo e ai commissari in uscita non resterà che attendere inoperosi i successori.

               Originariamente estraneo ai sovranisti, e perciò preferito a Paolo Savona dal Quirinale nella formazione dell’attuale governo guidato dal professore e “avvocato del popolo” Giuseppe Conte, il ministro dell’Economia vi si è affacciato solo in un secondo momento: in particolare, quando fu tentato dalle dimissioni per i conti che volevano imporgli appunto quei signori e, a sorpresa, ne fu scoraggiato dal presidente della Repubblica, non sapendo Sergio Mattarella come sostituirlo, e convinto che una crisi di governo avrebbe ancora più allarmato i mercati finanziari e fatto schizzare lo spread oltre i trecento punti ai quali si stava allora avvicinando.

              Rolli.jpgCostretto pertanto dal senso di responsabilità, e dalle altre cose che si dicono in simili circostanze, a lasciare nella partita del bilancio il ruolo di terzino, in difesa della porta dei vincoli europei, il professore si è avventurato nel ruolo di mediano. Ma neppure questo gli è bastato per guadagnarsi la fiducia dei sovranisti, per cui ha deciso di assumere, onorando d’altronde il suo stesso nome Tria, anche un terzo ruolo: quello dell’attaccante. Ciò lo ha appena portato ad accusare i commissari europei di volere imporre al governo italiano una manovra “suicida”, condannandolo a gestire non lo sviluppo perseguito con l’aumento del deficit ma la recessione. Di cui d’altronde si avvertono già i segni nei dati del terzo trimestre dell’anno, e primo del governo gialloverde.

            Così il ministro Tria ha scalato la prima pagina di Repubblica conquistandola con una vignetta dell’impertinente Francesco Tullio Altan. Che accentuandone le orecchie per renderlo più facilmente riconoscibile gli fa insegnare ai “ragazzi” che anche “la matematica è un’opinione”.

 

 

Ripreso da http://www.policymakermag.it

 

Il poema eroicomico della prescrizione scritto da Di Maio e Salvini

Provate a paragonare i leghisti e i grillini di questi giorni, impegnati col problema della prescrizione, ai bolognesi e modenesi del 1200 raccontati quattro secoli dopo da Alessandro Tassoni nel poema eroicomico della secchia rapita e troverete -con la dovuta fantasia naturalmente- assonanze divertenti.

Come i bolognesi dei tempi di Federico II, i leghisti hanno cominciato compiendo qualche fastidiosa scorribanda nel territorio dei grillini con i dubbi del potente sottosegretario a Palazzo Chigi Giancarlo Giorgetti sulla fattibilità del cosiddetto reddito di cittadinanza.

I grillini, convinti di avere risolto tutto facendo inserire nel bilancio del 2019, e in deficit, più di sei miliardi di euro fra le proteste e le minacce europee di una procedura d’infrazione, non hanno gradito. E hanno invaso a loro volta il territorio dei leghisti. Dove, anziché abbeverarvisi, come nel poema del Tassoni, hanno preso a calci una secchia di legno appesa al pozzo del codice penale e contenente la prescrizione, cara -secondo loro- al partito di Matteo Salvini per i benefici ricavati sinora da corrotti, stupratori, assassini e ogni altra sorta di delinquenti frequentati elettoralmente, e imprudentemente, dall’attuale ministro dell’Interno e dai forzisti di Silvio Berlusconi. Dei quali i leghisti sono rimasti alleati a livello locale, anche dopo avere stipulato con i grillini il contratto del governo gialloverde in carica, presieduto da Giuseppe Conte. Ma dei quali, soprattutto, potrebbero tornare ad essere alleati anche alle prossime elezioni politiche.

Dopo avere preso a calci la secchia della prescrizione i grillini, come i modenesi del Medio Evo, se la sono portata come un trofeo nel loro territorio. Dove l’hanno caricata sulla diligenza di una legge contro la corruzione, chiamata enfaticamente “spazzacorrotti”, e ne hanno proposto lo sfondamento. Tale sarebbe infatti la prescrizione se fosse eliminata, come vogliono appunto i grillini, alla prima sentenza nei processi, lasciando senza alcuna scadenza i due successivi gradi di giudizio.

I bolognesi, cioè i leghisti, hanno reagito duramente accusando i grillini di avere scoperto anzitempo la bomba atomica, come l’avvocato Giulia Bongiorno, da qualche mese anche ministro della pubblica amministrazione con la spilla di Alberto da Giussano sul bavero della giacca, ha definito la soppressione della prescrizione proposta dal suo collega guardasigilli Alfonso Bonafede. E si sono perciò mossi minacciosamente sul territorio bolognese incontrando resistenze accanite.

Alla fine la rottura del contratto di governo-  richiamato da entrambe le parti, per la sua astuta genericità, a sostegno delle proprie tesi- e la conseguente crisi ministeriale, a sessione di bilancio, come si dice, appena aperta, sono state evitate con un caffellatte preso a Palazzo Chigi dai guerrieri. Che hanno trovato a sorpresa in meno di mezz’ora un accordo, o un compromesso, come preferite.

La secchia della prescrizione è rimasta nelle mani dei grillini, che possono tenersela sulla diligenza della legge contro la corruzione mettendole dentro un ordigno a tempo. Che la sventrerebbe entro il 31 dicembre del 2019, o il 1° gennaio del 2020, come ha preferito annunciare il soddisfattissimo ministro della Giustizia, smanioso di vedere finalmente in braghe di tela tutti gli aspiranti prescritti. Ma la secchia è stata sua volta appesa, sempre nella diligenza della legge sulla corruzione in viaggio tra i corridoi e le aule di commissione della Camera, per poi passare al Senato, a un gancio con la manina dell’avvocato Bongiorno.

Il gancio, un po’ simile a quello al quale è appesa a Modena nella Torre Ghirlandina la secchia immortalata dai versi del Tassoni,  altro non è che la riforma del processo penale propostasi nell’occasione dal governo. Che pensa di riuscire nell’anno o poco più che manca al 31 dicembre del 2019, o al 1° gennaio del 2020, a rimanere naturalmente al suo posto, a proporre e a farsi approvare dalle Camere un’apposita legge delega e a varare infine i decreti delegati. Che dovrebbero fare il miracolo di abolire la prescrizione e al tempo stesso garantire non dico i processi rapidi invocati dai leghisti, ma quanto meno la loro “durata ragionevole” garantita dalla Costituzione.

A interrompere, anzi a guastare le feste al solito improvvisate dai grillini, fra terraferma e barconi sul Tevere, quando ritengono di avere segnato un punto a loro favore nell’eterna partita contro avversari e anche alleati, sono arrivati i soliti giornalisti chiedendo al ministro Giulia Bongiorno sulla soglia del Senato, reduce proprio dal caffellatte a Palazzo Chigi, che cosa accadrà della prescrizione a 5 stelle se alla fine dell’anno prossimo la riforma del processo penale non avrà tagliato il traguardo. “Non se ne farà nulla”, ha risposto Bongiorno.

Informati di ciò che evidentemente nel caffellatte a Palazzo Chigi non avevano afferrato, o la Bongorno e Salvini magari non avranno loro spiegato bene, Di Maio e Bonafede sono rimasti basiti. E son tornati alla guerra contro i leghisti, come in quella lunghissima della secchia rapita, e del conte di Culagna, raccontata nel 1614 da Alessandro Tassoni .

Già insoddisfatto per conto suo della prescrizione di conio grillino, diversa da quella che lui vorrebbe troncare all’inizio delle indagini, ben prima del rinvio dell’imputato a giudizio, il buon Piercamillo Davigo ha dato un’ulteriore delusione ai suoi estimatori sotto le cinque stelle. In particolare, il neo-consigliere superiore della magistratura ha detto che gli effetti della riforma grillina della prescrizione si vedranno quando lui sarà già morto. E non è proprio un bell’augurio alla causa politica e giudiziaria di Di Maio, Bonafede e amici, considerando che Davigo ha solo 68 anni, compiuti da meno di un mese, e gode meritatamente -per carità- di ottima salute.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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