La cena a Conte è stata servita, ma non si sa se sia servita

              Di certo la cena -quella a cinque del presidente della Commissione europea Jean Claude Juncher col presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte e relativi accompagnatori- è stata servita. Se sia pure servita, almeno ai due commensali italiani che l’hanno chiesta, non si è capito bene, anche se Conte ha tenuto a  far sapere di essersi sentito alla fine “rasserenato”. Che già è cosa diversa, comunque, dall’essere pienamente soddisfatto.

             Se il problema di Conte era quello di convincere gli interlocutori della  Commissione di Bruxelles che i conti italiani sono in ordine, o non sono proprio nel disordine lamentato in varie sedi internazionali, per cui basterebbe lasciare al governo italiano il tempo di metterli in pratica per scoprire tutta la loro utilità, la cena è stata solo un incontro di cortesia.

              Se il problema di Conte era invece quello di “distendere”, come dice lui, i tempi dell’ormai annunciata e inevitabile procedura d’infrazione per eccesso di debito allo scopo di consentire nelle aule parlamentari italiane, durante l’esame della legge di bilancio, qualche correttivo o “rimodulazione”, sempre come dice Conte, in grado di cambiare il quadro, sino ad arrestare il conto alla rovescia per sanzioni e quant’altro, la cena non può essere andata oltre una interlocuzione più o meno banale.

              Specie con i numeri della maggioranza gialloverde che ballano al Senato, ma all’occorrenza -come si è appena visto con la legge contro la corruzione- anche alla Camera, dove pure i margini sulla carta sono maggiori, Conte è il primo a non poter fare previsioni, e tanto meno assumere impegni. Che del resto i suoi due vice presidenti, e controllori, hanno continuato a non permettere mentre lui cenava con Juncker, visto che non hanno smesso di proclamare l’indisponibilità dei loro partiti a indietreggiare neppure di un millimetro: figuriamoci dei centimetri o dei metri che occorrerebbero, per esempio, per rinviare l’applicazione del cosiddetto reddito di cittadinanza, e del pensionamento a 62 anni con 38 di contributi, di quanto basterebbe nel 2019 per ridurre il deficit con cui sono stati finanziati. E riportarlo così alle dimensioni concordate in via informale a luglio: attorno all’1,6 per cento rispetto al Pil, contro il 2.4 ottimisticamente formulato nella manovra finanziaria.

              Purtroppo le elezioni europee, per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo, non potranno superare la scadenza di fine maggio. E da almeno due mesi prima grillini e leghisti dovranno aver fatto percepire ai loro elettori il mantenimento delle generose promesse fatte nella corsa alle urne del 4 marzo scorso per il rinnovo delle Camere italiane.

             A dispetto dei sondaggi che continuano ad assicurare formalmente una solida maggioranza alla combinazione gialloverde, cresce il malessere fra i grillini perché la tenuta del governo sta avvenendo a spese loro, e a vantaggio dei leghisti, che li hanno ormai stabilmente sorpassati, pur essendo partiti a marzo da poco più del 17 per cento dei voti, contro il 32,7 del movimento delle cinque stelle.

            Se si dovesse andare alle elezioni anticipate per una crisi di governo provocata astutamente da Matteo Salvini, dopo avere cercato la ragione o il pretesto più conveniente per rompere, o verificatasi per qualche imprevisto e imprevedibile incidente, con tutto quello che accade fuori e dentro i mercati finanziari e altro ancora, il leader leghista potrebbe portare al successo la coalizione di centrodestra, congelata ma non sciolta con l’intesa con i grillini autorizzata alla Lega da Berlusconi -non dimentichiamolo-  nella scorsa primavera.

            Il Fatto.jpgQuello delle elezioni anticipate non vinte ma stravinte da un centrodestra a salda guida leghista, nelle condizioni cui è ormai ridotta Forza Italia, è l’incubo dei grillini ormai impossibilitati a scommettere, in funzione anti-elettorale, sul forno di un Pd che da marzo scorso è riuscito a dividersi ancora di più. Di questo incubo di Luigi Di Maio e amici, o compagni, avvertito anche senza la prospettiva di un ricorso anticipato alle urne ma con una “campagna acquisti” negli attuali gruppi parlamentari,  è espressione l’allarme lanciato sulla prima pagina dal solito Fatto Quotidiano. Dove già non gradiscono da tempo il governo in carica Salvimaio -come lo chiama il direttore Marco Travaglio combinando i nomi dei due vice presidenti, a vantaggio naturalmente del primo- ma ora temono ancora di più il governo Salvisconi: combinazione dei nomi di Salvini e di Berlusconi, sempre a vantaggio del primo.

            Repubblica.jpg Da una simile  combinazione il giornale di Travaglio si sentirebbe probabilmente minacciato ancor più di quanto non stia avvenendo sul fronte opposto a Repubblica. Che ha reagito agli attacchi e alle minacce dei grillini alla sua linea di trasparente opposizione alla maggioranza gialloverde promuovendo una manifestazione per la libertà di stampa nel teatro Brancaccio, a Roma. Il cui motto è stato proposto dal vignettista Altan rovesciando il significato di quello –“E’ la stampa, bellezza”- reso celebre al cinema dall’indimenticabile Humphrey Bogart. Dai giornali che facevano paura al potere siamo passati, per Altan, ai giornali bruciati dal potere.

 

 

Ripreso da http://www.startmag.it policymakermag.it

 

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