I nodi del “capo” grillino stanno finalmente arrivando al pettine

               I grillini cominciano ad accorgersi del vicolo cieco in cui si sono cacciati inneggiando alla trattativa per un contratto di governo -così loro preferiscono definire le alleanze- col tanto odiato Pd. E per giunta col Pd tornato nelle mani di Matteo Renzi, senza bisogno ch’egli ritirasse le dimissioni da segretario  e ne riassumesse il comando formale. Basta un suo mormorio per agitare le acque fuori e dentro il suo partito. Basta una passeggiata in centro nella sua Firenze per alimentare la paura degli avversari o le speranze degli amici.

            Il bello deve ancora venire. E non sarà il rifiuto della trattativa col Pd. Sarebbe stato e sarebbe troppo facile per un piatto della vendetta. No. Sarà l’andamento delle trattativa a moltiplicare i problemi, più fra i grillini che nel Pd.

            Fra i grillini è ormai maturata la questione chiamata Di Maio, esplosa come una bolla d’aria quando il presidente della Repubblica ha messo sulla pista della crisi, sia pure come esploratore, l’”altro” grillino: il presidente della Camera Roberto Fico. “Di lui non posso che dirne bene”, ha detto all’annuncio dell’iniziativa di Mattarella il giovanotto campano. Excusatio non petita, accusatio manifesta.

            Ora Fico è diventato l’incubo di Di Maio. Il breve rodaggio istituzionale compiuto dal presidente della Camera dal giorno della sua elezione al vertice di Montecitorio ne ha fatto una precoce riserva della Repubblica.

            Se la crisi tornerà ad attorcigliarsi attorno alle chiacchiere che ne hanno caratterizzato sinora l’andamento e il capo dello Stato sarà messo davanti alle sue responsabilità, che trasferirà di peso su tutti gli altri attori politici passando finalmente dalle esplorazioni al conferimento di un incarico, allora Di Maio si sveglierà dal sonno del 4 marzo. E scoprirà che gli undici milioni di voti raccolti nelle urne dal suo movimento sono solo coriandoli.

           Il capo del governo lo nomina solo il presidente della Repubblica, scegliendolo fra quelli che suo avviso avranno le maggiori possibilità politiche, personali e temperamentali per coagulare una maggioranza, fosse solo per una breve decantazione e per gli adempimenti delle scadenze istituzionali. E sarà esattamente lì che il convitato di pietra di questa fase della crisi apertasi con l’esplorazione di Fico, cioè Renzi, infilerà il suo dito, facendo probabilmente saltare quel tappo chiamato Di Maio, come dice un felice titolo appena sfornato dal Foglio.

          Il resto, compresa l’eterna e ormai stucchevole sfida nel centrodestra tra l’ostinato Berlusconi e l’incontenibile Salvini, sarà marginale. O quasi.  

 

 

 

Ripreso da http://www.starmag.it

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