Quell’incontro al bar fra Berlusconi e Salvini più duro di un cazzotto a Di Maio

            Quell’incontro all’Harry’s Bar di Trieste fra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, per niente improvvisato anche nel momento dell’abbraccio, è stato un segnale a Luigi Di Maio. Si tolga dalla testa, l’aspirante grillino a Palazzo Chigi, di tornare a giocare più o meno andreottianamente  con i due forni se la sua trattativa col Pd dovesse fallire, com’è molto probabile che accada.

            Anche se Salvini dovesse riuscire, come non gli è accaduto domenica scorsa in Molise, a sorpassare Forza Italia nelle elezioni regionali in corso nel Friuli-Venezia Giulia, dove il candidato alla presidenza è peraltro un leghista, l’alleanza con Berlusconi non vacillerebbe. Avrebbero entrambi interesse  a restare insieme: Salvini per continuare a crescere e consolidare il centrodestra a trazione leghista, Berlusconi per allungare la partita che sicuramente è aperta nella coalizione premiata il 4 marzo dagli elettori, ma non ancora compromessa. E ciò sia per le decisioni in arrivo in sede giudiziaria sul ripristino della piena agibilità politica del Cavaliere, azzoppato cinque anni fa da una condanna definitiva per frode fiscale al limite dei tempi processuali, sia per il ritorno di Matteo Renzi sulla scena del Pd. Un Renzi che non è tipo, ad occhio e croce, e al netto di tutti gli errori compiuti, di assecondare la manovra che Di Maio persegue dal giorno stesso delle elezioni di marzo.

            Quella di Di Maio è stata sempre una manovra d’ariete, tesa a dividere gli interlocutori per potersi alleare con il più debole: la Lega a destra, che senza Berlusconi varrebbe pur sempre la metà dei grillini, e il Pd a sinistra, diviso com’è tra correnti, sottocorrenti e spifferi. Ma nel Pd Di Maio aveva compiuto l’imprudenza di dare politicamente per morto Renzi, pur se aveva smesso di parlare di quel partito commestibile solo se “derenzizzato”. Come derattizzato.

            Non si sa se, in caso di fallimento del negoziato fra Di Maio e il Pd, il presidente della Repubblica accetterà, a più di due mesi ormai dalle elezioni, e con le scadenze internazionali e finanziarie ancora più impellenti, la richiesta del centrodestra, molto esplicita da parte di Berlusconi, di tentare la soluzione della crisi con le sue sole forze. Alle quali altre, magari schegge di partiti o correnti, potrebbero aggiungersi all’insegna della “responsabilità”. Non ne sarei molto convinto perché l’operazione comporterebbe un rischio cui mi risulta che Mattarella sia indisponibile: quello di nominare comunque un nuovo governo e di fargli gestire, al posto del dimissionario guidato da Paolo Gentiloni, le elezioni anticipate in ottobre. Che sarebbero inevitabili se il governo di centrodestra, presieduto da Salvini o da altri del suo partito, non trovasse per strada tutti i “responsabili” occorrenti, e fosse perciò bocciato in Parlamento sul voto di fiducia.

            Meno rischioso, più sobrio, direi più mattarelliano mi sembrerebbe il ricorso del presidente della Repubblica ad un governo il più possibile neutro, o istituzionale: un governo di decantazione per portare il Paese meno rapidamente verso le elezioni anticipate, magari tentando l’ennesima riforma elettorale. E intanto approvando la legge finanziaria del 2019.

            Per il profilo di questo tipo di governo molti si sono avventurati ad immaginare le ricerche di Mattarella in campi non propriamente politici: nelle riserve neutre per natura della Banca d’Italia e della Corte Costituzionale, da cui peraltro proviene l’attuale presidente della Repubblica, essendovi approdato dopo la conclusione della sua esperienza parlamentare e di governo.

             Ma questo campo di ricerca si è esteso, forse provvidenzialmente per Mattarella, un po’ meno per Di Maio e tutta la misteriosa corte che lo circonda annuendo e ripetendo le sue frasi davanti ad ogni telecamera o microfono, col passaggio dell’esplorazione affidata dal capo dello Stato al presidente della Camera Roberto Fico. Al quale sarebbe ben curioso se i compagni di partito rifiutassero un minimo di collaborazione o comprensione se toccasse appunto a lui l’incarico di presidente del Consiglio .

            Fico peraltro assomiglia, anche per una certa empatia personale, ad un suo conterraneo che lo ha preceduto di molti anni alla presidenza della Camera: Giovanni Leone. Certo, non è un giurista com’era Leone, ma i tempi sono quelli che sono. E bisogna convivervi.

            Ebbene, Leone guidò non uno ma due governi di decantazione, affidatigli nel 1963 e nel 1968 per dare alla Dc, il suo partito, il tempo e i modi necessari per guadagnarsi prima e recuperare dopo la collaborazione di governo dei socialisti. Furono governi bollati da noi cronisti parlamentari come “balneari”, per la stagione estiva in cui nacquero ed esaurirono le loro funzioni.

            “Pure voi con questa storia dei bagni”, mi disse Leone accennando alle braghe e difendendo con ironia il carattere “istituzionale” delle sue esperienze a Palazzo Chigi.

 

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