Renzi guasta a Di Maio la festa per Fico con la colf in nero

            Matteo Renzi Rieccolo, come converrà chiamarlo d’ora in poi applicandogli lo storico e felice soprannome coniato da Indro Montanelli per un altro toscano famoso, che era Amintore Fanfani, ha guastato la festa a Luigi Di Maio. Che se ne stava tranquillo a godersi a distanza lo spettacolo dell’amico e concorrente Roberto Fico, colto dalle iene televisive in fallo domestico per una colf pagata in nero: cosa che potrebbe rendere simpatico il giovane e barbuto presidente della Camera a tanti elettori non grillini nelle sue stesse condizioni, ma potrebbe costargli carissima politicamente, coi tempi di demagogia imperanti.

            Fico probabilmente non ci rimetterà la terza carica dello Stato, almeno per quel che resta della nuova e molto asmatica legislatura. Il seggio più alto di Montecitorio ha, per esperienza ormai consolidata, il vantaggio di contenere riserve preziose di colla: vi si resta attaccati ad ogni costo sino alle successive elezioni, ordinarie o anticipate che siano.  Ma l’involontaria corsa di Fico a Palazzo Chigi cominciata con l’esplorazione della crisi affidatagli dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella potrebbe pure considerarsi finita.

           A questo probabilmente pensava, rinfrancato, il collega di partito Luigi Di Maio, che dal 4 marzo sta contando uno per uno i quasi undici milioni di voti che lo spingerebbero tuttora a Palazzo Chigi, quando quel guastafeste di Renzi gli ha chiuso nel salotto televisivo di Fabio Fazio il forno del Pd. Al quale lo stesso Di Maio, chiudendo a sua volta il forno di Matteo Salvini, si era rivolto per rifornirsi nella lunga, lunghissima sua corsa alla guida del governo.

            Dal Pd ormai, per quanto non manchino persone vogliose di aiutarlo per tante ragioni o pretesti, come il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini, che non riesce ad immaginarsi senza scorta e auto blu, o il governatore pugliese Michele Emiliano, il povero Di Maio non può aspettarsi più di un’offerta a partecipare come ministro delle riforme ad un governo guidato e composto da chissà chi altro per riportare praticamente indietro orologio e calendario a quella maledetta domenica del 4 dicembre 2016: il giorno della sconfitta referendaria di Renzi sulla riforma costituzionale.

           C’è della logica o del metodo, tutto amletico, nella “follia” dell’ex segretario del Pd, come molti si sono affrettati a definirla, pur non potendo negare che la bocciatura brancaleonesca della riforma renziana, voluta da uomini e partiti che più diversi non potevano né possono essere, da Silvio Berlusconi a Beppe Grillo, da Matteo Salvini a Massimo D’Alema, ha ulteriormente inabissato la crisi italiana.

            Non c’è più legge elettorale che possa da sola risolvere la crisi politica italiana senza mettere mano contemporaneamente al sistema. Già la buonanima di Vanni Sartori aveva inutilmente denunciato l’inconsistenza di quello che lui felicemente chiamò “il rivotismo”, cioè la presunzione di limitarsi a rivotare, appunto, anche a distanza di un anno o di un semestre, per sopperire alla crisi di governabilità del Paese.

            La reazione di Di Maio a Renzi è stata istantanea, d’istinto, ben poco andreottiana direi a chi troppo generosamente ha visto tracce del compianto Giulio Andreotti nel giovane “capo politico” del movimento 5 stelle, come lui stesso si firma scrivendo ai giornali. Renzi e quel poco o molto del Pd che gli resta – ha praticamente detto Di Maio- “la pagheranno cara”.

          Questo, signori miei, è ormai il livello del dibattito politico in Italia. Alquanto basso. Il volo della diciottesima legislatura prosegue con le cinture di sicurezza ben allacciate. Si salvi chi può.

 

 

Ripreso da http://www.starmag.it

           

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