Da esploratore a meteorologo: la missione di Roberto Fico nella crisi

            Uscito pochi giorni fa dal Quirinale come esploratore, a piedi e superscortato  da agenti e carabinieri in tenuta quasi antisommossa, schierati per proteggerlo dai turisti armati solo di gelati, fotografi, giornalisti e operatori televisivi, il presidente della Camera Roberto Fico vi è tornato come meteorologo, questa volta in auto per un ritrovato senso della misura e delle istituzioni.

            Sa più di previsioni meteorologiche, appunto, che d’altro il giudizio “positivo” espresso dall’esploratore al termine della missione affidatagli dal presidente della Repubblica. Che era curioso di sapere se e quali probabilità avesse nello svolgimento della crisi l’ipotesi di una trattativa e di un’intesa di maggioranza in Parlamento fra il movimento delle 5 stelle, convinto di avere vinto le elezioni a mani basse, pur senza disporre dei numeri autosufficienti per fare un governo in grado di ottenere la fiducia tanto alla Camera quanto al Senato, e il Pd dell’ex segretario Matteo Renzi. Che è quello uscito malconcio dalle urne ed è entrato perciò nella sua ennesima crisi interna, con correnti schierate l’una contro l’altra, e divise anche al loro interno, con anime che soffrono, senza apostrofo, per l’astinenza da opposizione reclamata dai più, e s’offrono, con l’apostrofo, per la lotteria dei posti che potrebbe accompagnare un accordo con Luigi Di Maio. Ma meglio con lo stesso Fico, che da presidente del Consiglio lascerebbe la presidenza della Camera al Pd, escluso dalla lotteria parlamentare d’inizio legislatura gestita da Di Maio e Matteo Salvini, il segretario leghista che convive nel centrodestra con l’alleato Silvio Berlusconi come separato in casa. In difesa del quale Di Maio, tradendo l’interesse che conserva per i leghisti anche dopo averne chiuso il “forno”, si è abbandonato ad una minaccia di ritorsione contro giornali e televisioni del Cavaliere. Che terrebbero Salvini sotto troppo stretta sorveglianza.

            Ma torniamo ai rapporti fra grillini e Pd, e alla possibilità, tutta teorica, che un governo Fico liberi il posto di presidente della Camera. Di uomini nel Pd che si sentono vocati alla presidenza di Montecitorio ce ne sono, eccome. A cominciare dal ministro post-democristiano dei Beni Culturali Dario Franceschini, non a caso tra i più aperturisti adesso verso i grillini. Egli aspirava al vertice di Montecitorio, dopo essersi fatto le ossa come capogruppo del Pd, già cinque anni fa, all’apertura della diciassettesima legislatura. Ma l’allora segretario del partito Pier Luigi Bersani, sempre nella ricerca di un’intesa di governo con i grillini, volle fare altre scelte. Alla presidenza della Camera mandò la vendoliana Laura Boldrini, dovendo pur accontentare gli alleati elettorali di sinistra, e alla presidenza del Senato l’ex magistrato Pietro Grasso, preferito a scrutinio segreto da almeno una parte dei grillini al berlusconiano e già presidente dell’assemblea Renato Schifani.

            Grande, e comprensibile, fu la delusione di Franceschini. Che reagì ricollocandosi all’interno del partito con la sua corrente, schierata quindi a favore della scalata dell’allora sindaco di Firenze. Di cui adesso però il ministro uscente non comprende, e comunque non condivide la contrarietà ad un’intesa con i grillini, pari solo a quella, sul versante opposto, di Berlusconi. I due -Renzi e Berlusconi- hanno appena ispirato sul Fatto Quotidiano una vignetta di Mannelli condita della solita parolaccia.

            Per chiarire, o cercare di chiarire, la situazione vera all’interno del Pd bisognerà aspettare la riunione della pletorica direzione, di più di duecento persone, convocata per il 3 maggio. Dipenderà da quella riunione se e come, cioè a quali condizioni, il Pd sarà disposto ad aprire ai grillini, i quali sono anch’essi divisi e tormentati. Ma loro hanno altri modi per chiarirsi e decidere: si mettono al computer e cliccano.

            In questa situazione converrete che è stato un po’ affrettato il “giudizio positivo” espresso sulla sua esplorazione da Fico. Che peraltro è sembrato avere una maledetta fretta di chiudere la missione, come se fosse diventata fra le sue mani una patata bollente, col rischio di trovarsi fra qualche giorno nella scomoda posizione di essere un concorrente del “capo politico” del suo movimento per la guida del governo: l’amico Di Maio. Che, avendo già avvertito puzza di bruciato, ha smesso di parlare della sua aspirazione a Palazzo Chigi come di una condizione irrinunciabile, reclamata -usava dire fino a qualche giorno fa- da “undici milioni di elettori”.

            A dimostrazione della precarietà della situazione c’è la prudenza opposta all’ottimismo del meteorologo Fico dal presidente della Repubblica, che ha ripreso in mano, se mai le avesse lasciate, le redini della crisi di governo.

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