L’informazione intossicata dall’odio minimizza la morte augurata a Napolitano

            Ci sarà pure un motivo per il quale solo un giornale –Il Dubbio diretto da Piero Sansonetti e edito dal Consiglio Nazionale Forense, cioè dagli avvocati- ha privilegiato su tutte le notizie di giornata, aprendovi la sua prima pagina come denuncia di uno scandalo, le aggressioni digitali contro il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano. Al quale molti internauti -si chiamano così gli “webeti” felicemente declassati tempo fa  da Enrico Mentana- hanno augurato di non uscire vivo dall’ospedale romano in cui è stato operato al cuore.

            Il motivo è semplice. Neppure il male, come una volta il bene raccomandato da Aldo Moro in un editoriale del Giorno scritto l’anno prima di morire polemizzando con Claudio Magris,  fa più notizia in questo clima d’odio nel quale ci siamo abituati a vivere e a scrivere. E che ha reso impermeabile la generalità dell’informazione e dell’intellettualità italiana.

            Bisogna essere un po’ bohemien, liberi sino all’anticonformismo, come mi sento anche fisicamente quando mi affaccio alla redazione del Dubbio, ricavata quasi da un soppalco nel palazzo romano del Consiglio Forense, per indignarsi davvero di fronte alla morte augurata a un uomo di quasi 93 anni. Che ha le sole colpe di essere stato comunista, come il compianto Giorgio Amendola, per citare il più celebre dei compagni a lui vicini, e di avere scalato dignitosamente la politica e le istituzioni diventando alla fine presidente della Repubblica. Ed essere stato confermato, unico fra tutti i suoi predecessori, alla scadenza del suo primo mandato, tante erano evidentemente la stima e l’autorevolezza che si era guadagnate, nonostante o proprio a causa delle piazzate -in tutti i sensi- organizzate e gestite contro di lui da statisti in erba come si consideravano con un certo ottimismo i grillini cinque anni fa.  

           Calabresi.jpg In una giornata politicamente priva, peraltro, di grandi novità, in attesa del secondo giro dell’esplorazione affidata al presidente grillino della Camera Roberto Fico da Sergio Mattarella, anche il direttore di Repubblica, Mario Calabresi, ha sentito l’obbligo di inserire nel suo commento agli sviluppi confusi e incerti della crisi amarissime riflessioni sull’odio rovesciato in rete contro Napolitano. Ma si è ben guardato, benedett’uomo, di scriverne o lasciarne scrivere nel titolo, come se fosse poca cosa, o troppo scontata, per denunciarla con un urlo, quale un titolo, appunto, in simili circostanze è. E deve essere. Tutto va evidentemente e manzonianamente sopito.

            Che dire poi, fra gli altri, di Libero del pur anticonformista Vittorio Feltri? Dove in prima pagina c’è un titolino contro le “fogne” invase dalle “canaglie” smaniose di vedere Napolitano morto, e indignate per la tempestività dei soccorsi  prestati al presidente emerito. Di cui però in un altro titolo più grande, e superiore, si riferisce con doppio e infelice senso  “la Resistenza” alla morte nel giorno della celebrazione di quella del 1945 all’occupazione nazifascista. Non vi è cosa peggiore, mi diceva Indro Montanelli parlandomi di una lezione ricevuta da Leo Longanesi, di una battuta malriuscita.

         Libero.jpgIl giornale tornato alle redini del suo fondatore è d’altronde fra quelli, a destra,  che sono soliti rimproverare a Napolitano mi sono perso il conto di quanti presunti “colpi di Stato”, compreso quello del 2011 contro l’ultimo governo Berlusconi per insediare al suo posto la squadra tecnica di Mario Monti. Fu tanto presunto quel golpe che per un po’ lo stesso Berlusconi, dopo averne controfirmato la nomina a senatore a vita, appoggiò Momti in Parlamento. E poi, nel 2013, si mobilitò politicamente e umanamente per il secondo mandato presidenziale di Napolitano.          

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