Ridiamo a Mario Scelba, per favore, tutto quello che gli spetta

Fra i primissimi articoli scritti all’insegna di un orgoglioso e meritato “ritorno in Solferino” quel salutare bastian contrario della sinistra che è Giampaolo Pansa ha voluto dedicarne uno al democristiano che forse fu il più odiato dai comunisti e dai loro alleati -più  dello stesso Alcide De Gasperi, il vincitore delle storiche elezioni del 18 aprile 1948- per il polso col quale volle e seppe fare il ministro dell’Interno. Pansa invece gli ha giustamente espresso “gratitudine” proprio per questo,  riconoscendo che a causa dello stato in cui erano ridotti i “corpi di sicurezza italiani” nel dopoguerra sarebbe stato facile al Pci di Palmiro Togliatti realizzare una “rivoluzione”, se lo avesse voluto davvero sfidando anche Stalin. Che difendeva da Mosca la spartizione dell’Europa concordata con gli altri vincitori del conflitto scatenato dai nazisti, cui si erano accodati i fascisti.

Peccato che Pansa, Giampa per gli amici come me, si sia sostanzialmente limitato a riconoscere a Scelba solo quel merito, comprensivo del ricorso ai “celerini” scambiati spesso a sinistra per barbari scatenati dal Viminale contro inermi dimostranti. Scelba fu un patriota, e non il reazionario dipinto dai suoi avversari, anche per scelte successive a quegli anni terribili e per la pazienza con la quale seppe sopportare le provocazioni tentate contro di lui, persino con dossieraggi segreti sulla sua famiglia, quando contrastò l’apertura della Dc a sinistra, particolarmente nei riguardi del Psi di Pietro Nenni. Era il superamento di quel centrismo che gli era capitato di guidare anche come presidente del Consiglio, sostanzialmente rimosso nel 1955 da Giovanni Gronchi appena approdato al Quirinale.

Per dimostrarvi la civilissima opposizione di Scelba a quella svolta, a capo di una corrente che fu chiamata “Centrismo popolare”, ricordo un particolare riferitomi dal fedele Oscar Luigi Scalfaro. Dopo avere presieduto una lunga e complicata riunione della direzione sulla preparazione del centrosinistra, il segretario del partito Aldo Moro propose e fece approvare un documento “con le consuete riserve” -disse- dell’onorevole Scelba. Il quale però reagì dicendo che per le cautele di quel documento egli non aveva riserve da esprimere. “Ma è utile che vi siano”, gli replicò Moro pensando alle esigenze tattiche delle trattative con i socialisti. E Scelba sorridendo consentì.

Realizzato finalmente nell’autunno del 1963 sotto la propria guida il primo governo “organico” di centrosinistra, con la partecipazione diretta dei socialisti, Moro dovette dimettersi già nell’estate dell’anno successivo per un incidente parlamentare sul finanziamento alla scuola materna privata. Che, bocciato dai socialisti, alcuni settori della Dc tentarono di cavalcare per interrompere l’esperienza di governo col Psi e tornare alle elezioni con un governo centrista. Essi trovarono una certa sponda al Quirinale, dove peraltro Antonio Segni era stato eletto nel 1962 come contrappeso politico preventivo al centrosinistra in gestazione.

Lo stesso Scelba, prima di morire a novant’anni nel 1991, ha raccontato in un suo libro di memorie la proposta ricevuta da Segni nell’estate del 1964 di fare quel governo elettorale di centro. Che egli contestò esprimendo la preoccupazione che, data la breve durata dell’esperimento di governo avviato da Moro,  si aprisse una stagione politica di altissima tensione anche nelle piazze.

Alla garanzia del controllo della situazione dell’ordine pubblico fornitagli da Segni parlando delle assicurazioni ricevute in questo senso dal Comandante generale dell’Arma dei Carabinieri De Lorenzo.jpge già capo del servizio segreto Giovanni De Lorenzo, di una cui udienza al Quirinale fu data peraltro notizia ufficiale, Segni oppose un rifiuto ancora più forte e convinto. E la crisi di governo prese tutt’altra piega, con la ricomposizione del centrosinistra da parte di Moro fra i “rumori di sciabole” avvertiti nei propri diari da Pietro Nenni. Essi contribuirono a diffondere la sensazione, mai provata, anche con verifiche giudiziarie, di un colpo di Stato predisposto allora con un piano chiamato “Solo”.

Fu dopo quella crisi, per volontà dello stesso Moro e quasi come riconoscimento della lealtà del suo amico di partito, che Mario Scelba divenne presidente del Consiglio Nazionale della Dc, rimanendovi sino al 1973, anche dopo avere assunto nel 1969 la Presidenza del Parlamento Europeo a elezione non ancora diretta. Questo era Scelba, non a caso il pupillo, come ha ricordato lo stesso Pansa, del più celebre concittadino  don Luigi Sturzo. Di cui era stato allievo e fidato segretario.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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