Matteo Renzi si trova a ripercorrere la Via Crucis di Bettino Craxi

Con la solita cattiveria, che va ben oltre la malizia di una polemica politica, visto anche che Bettino Craxi è morto da quasi vent’anni e sarebbe pure ora che lo lasciassero in pace, un irriducibile avversario del defunto e del vivo di cui sto per scrivere ha invitato la vedova del Renzi.jpgleader socialista ad allestire una camera nella sua villa tunisina di Hammamet per Matteo Renzi. Il quale si sarebbe meritata la beffarda ospitalità, nonostante il rifiuto opposto da sindaco di Firenze a intestare una strada della città del giglio allo scomparso leader socialista definendone la memoria “diseducativa”, perché ne ha imitato o ripetuto le reazioni ai magistrati impegnati a indagare sui finanziamenti della sua attività politica.

Al netto delle disquisizioni giuridiche, dei metodi adottati dagli inquirenti, tradotti dalle cronache giudiziarie in perquisizioni, retate e quant’altro, e delle polemiche sulle conseguenze, lamentate con particolare vigore dal tesoriere del Pd Luigi Zanda, derivanti dall’affrettata e demagogica abolizione, secondo lui, del finanziamento pubblico dei partiti, che dovrebbe essere quindi ripristinato; al netto, dicevo, di tutto questo, fra le vicende di Craxi e di Renzi c’è una coincidente, diabolica circostanza, diciamo così. Che non piacerà probabilmente vedere sottolineata nè agli amici né agli avversari di entrambi, gelosi della diversità o unicità dei “loro” beniamini, ma è nelle cose dannatamente inconfutabile. Essa dovrebbe lasciare l’amaro in bocca anche ai magistrati e a quanti ne difendono sempre e a priori comportamenti, scelte, decisioni, ordinanze, sentenze e quant’altro.

A Craxi capitò di essere coinvolto e infine travolto  giudiziariamente, e sotto certi aspetti persino fisicamente, dal fenomeno non certo ignoto o poco diffuso del finanziamento illegale dei partiti, e loro derivati, proprio mentre le circostanze politiche gli fornivano spazi decisivi e legittimi d’azione.

Caduto col muro di Berlino il comunismo che aveva confinato in Italia il socialismo in una posizione minoritaria a sinistra, il segretario e leader socialista poteva ben aspirare a ridisegnare la stessa sinistra, mentre il Pci cercava di sottrarsi alla resa dei conti con la sua storia cambiando nome e simbolo.

In attesa o in funzione di questa prospettiva, che non poteva certamente avverarsi in tempi brevissimi per  incrostazioni personali e politiche,  Craxi poteva contare nella legislatura destinata a nascere dalle elezioni ordinarie del 1992 a tornare a Palazzo Chigi, come nel 1983, per una riedizione del “pentapartito” a guida socialista, avendo sostenuto in modo decisivo nei cinque anni precedenti ben tre presidenti democristiani del Consiglio: Giovanni Goria, Ciriaco De Mita e Giulio Andreotti, in ordine rigorosamente cronologico.

Le circostanze giudiziarie, con annessi e connessi politici e mediatici, di piazza e di strada, comprese le famose monetine lanciategli contro, all’uscita dell’albergo romano dove abitava, da una folla inferocita Monetine.jpgpromossasi a infame corte popolare di giustizia, risentita per gli ostacoli ai processi nei tribunali ancora derivanti dalle garanzie costituzionali dei parlamentari, impedirono a Craxi di perseguire i suoi disegni politici: disegni, ripeto, legittimi essendo egli stato eletto in libere votazioni, e non imposto di certo con la forza a nessuno da qualche generale o armata d’invasione.

Matteo Renzi, peraltro neppure indagato allo stato delle cose, mentre scrivo, come Craxi nel 1992 quando si vide rifiutare la nomina a presidente del Consiglio dal presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, si trova coinvolto mediaticamente nella vicenda giudiziaria della disciolta “Fondazione Open”, dopo avere fondato un suo partito, uscendo dal Pd, e avere rivendicato una partecipazione autonoma, non defilata, ad una maggioranza di governo da lui stesso promossa dopo la crisi estiva della combinazione gialloverde, composta da grillini e leghisti.

Si dirà che i finanziamenti, peraltro tutti tracciabili, come si dice in gergo tecnico, raccolti da quella fondazione, che non era peraltro un partito, e caduti sotto le lenti giudiziarie d’ingrandimento, risalgono non ai nostri giorni ma ai tempi dell’appartenenza di Renzi al Pd. Peggio mi sento, mi viene voglia di replicare pensando ai tempi d’esplosione dell’indagine, che hanno permesso all’ex presidente del Consiglio di gridare contro una specie di boicottaggio preventivo alla sua neonata formazione politica “Italia Viva”. A finanziare la quale si può ben sospettare, temere e quant’altro di rischiare chissà quali e quanti guai. Il bambino insomma può ben temere di morire soffocato in culla.

E’ francamente una brutta, orrenda faccenda, per il solito intreccio fra cronache giudiziarie e politiche: una faccenda inseribile nella storia ormai tossica, a dir poco, dei rapporti fra la politica, la giustizia e l’informazione, ma soprattutto fra la politica e la giustizia, bastando e avanzando per l’informazione il sarcastico auspicio più volte espresso dal politico ed ex magistrato Luciano Violante di separare almeno le carriere dei pubblici ministeri e dei giornalisti, in attesa di separare quelle dei pubblici ministeri e dei giudici.

Alla storia dei rapporti fra politica e giustizia, entrambe con la minuscola, visti i tempi che corrono, appartengono anche i propositi enunciati da Renzi, all’esordio ormai lontano della sua doppia funzione di segretario del Pd e presidente del Consiglio, di restituire alla Politica, con la maiuscola, il “primato” perduto forse ancor prima, più che per effetto, di quella che chiamiamo “Tangentopoli”. Ma mi chiedo, francamente, se Renzi abbia davvero tenuto fede a quei suoi propositi, e non abbia invece gestito pure quelli in modo così discontinuo e contraddittorio da finire per diventarne vittima pure lui.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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