Le credenziali cinesi di Beppe Grillo, scambiabile per Moro solo a Pechino

Dalla lontana, lontanissima Shanghai mi è giunta una divertente richiesta d’aiuto da una collega cinese conosciuta e frequentata verso la fine degli anni Sessanta a Roma. Dove le rimasi felicemente creditore  di un soccorso professionale prestatole per farla districare nelle complicatissime vicende interne democristiane seguite al defenestramento di Aldo Moro da Palazzo Chigi, dopo quattro anni e mezzo ininterrotti di governo di centrosinistra.

Mi chiese aiuto, poveretta, in un bar di Piazza San Lorenzo in Lucina perché i giornalisti e compagni dell’Unità e di Paese Sera, cui lei si rivolgeva o appoggiava abitualmente per affinità politiche, diciamo così, non le avevano saputo spiegare bene -mi disse- le ragioni per le quali Moro fosse stato praticamente messo in minoranza nel suo partito e sorpassato a sinistra dai “dorotei” di Mariano Rumor per un’edizione “più incisiva e coraggiosa” del centrosinistra: loro, poi, i dorotei, che lei era stata abituata, sempre dai compagni italiani, a considerare la destra dello scudo crociato.

Con pazienza e scrupolo persino imbarazzanti, attingendo carta e penna da una borsa piena di gomitoli di lana che aveva appena acquistato in un negozio attiguo, la collega  annotò ben bene la mia descrizione delle correnti, sottocorrenti e correntine in cui era frantumato il maggiore partito italiano anche per il proposito o l’abitudine di Moro -debbo dire- di “scomporre per ricomporre” gli equilibri interni alla Dc. Egli finì cosi per contribuire anche lui allo scavalcamento continuo a sinistra avviato appunto dai “dorotei” offrendo ai socialisti -da un’inchiesta parlamentare sui servizi segreti alle cosiddette pensioni sociali- tutto ciò che a lui era stato impedito quando era presidente del Consiglio. A quelle aperture Moro reagì formulando,, dall’opposizione interna allo scudo crociato, la famosa “strategia dell’attenzione” verso i comunisti, esclusi da una maggioranza, ai suoi tempi di governo, rigorosamente “delimitata” a destra già dai liberali sino ai missini e a sinistra dal Pci e oltre, essendo già cominciato il fenomeno degli “extra-parlamentari”.

E’ vero -mi ha chiesto incredula la collega a tanti anni di distanza- che i grillini, come mi dicono qui, hanno preso in Italia il posto dei democristiani ? Bella domanda, le ho risposto per posta elettronica precisandole che in effetti i grillini nelle elezioni politiche dell’anno scorso hanno preso all’incirca i voti che raccoglieva ai nostri tempi romani la Dc nel frattempo scomparsa. Essi dispongono della maggioranza relativa in Parlamento e occupano pertanto una posizione centrale, da cui non si può prescindere per la formazione del governo, scegliendo loro di volta in volta le forze con cui tentare e magari anche raggiungere intese. In più -le ho spiegato- essi somigliano e per certi versi superano anche i democristiani per le loro divisioni interne, con correnti, sottocorrenti, correntine, gruppi e gruppetti, di cui francamente non saprei fare una descrizione precisa come quella che le feci quel giorno al bar liberandola dalla curiosità professionale che i suoi compagni non avevano saputo soddisfare.

Ma chi è il Moro di questo movimento a cinque stelle?, mi ha chiesto la collega cinese sopravvalutando le mie capacità, nonostante i limiti da me appena ammessi. Eppure ho trovato la forza, la volontà, il bisogno, non so neppure io come definirlo, di negare che possa essere individuato fra i grillini un personaggio in qualche modo paragonabile a Moro. E ciò anche se Grillo in persona -le ho detto- da qualche tempo guarda a sinistra, avendo incoraggiato il suo movimento ad accordarsi per il governo con la sinistra, appunto, e spingendo adesso il pur refrattario capo formale della sua forza politica, Luigi Di Maio, ad estendere o quanto meno provare quest’alleanza anche a livello locale. Ma il solo paragonare Grillo a Moro -le ho scritto- mi sembra come lasciarsi scappare una bestemmia in Chiesa. E la stessa sensazione, in fondo, mi procura un paragone fra Moro e l’uomo scelto e infine persino imposto da Grillo alla guida del governo: un professore di diritto, un pugliese, un credente, un devoto di Padre Pio come Moro e per giunta aspirante dichiarato ad assomigliarli sul piano culturale, sociale, politico o umanistico: aggettivo, quest’ultimo, coniato recentemente dal presidente del Consiglio in carica per uscire dallo strereotipo dell’”avvocato del popolo” pur da lui assegnatosi all’esordio della sua esperienza di governo.

Infine, con un po’ di perfidia che spero mi sarà stata perdonata dalla collega che non mi ha ancora risposto, le ho suggerito di chiedere di Grillo e del suo movimento notizie più precise dai connazionali -credo- che gliene hanno parlato come dei nuovi democristiani. E ciò perché i pentastellati, come noi li chiamiamo in Italia, amano la Cina in tutti i sensi e sembrano spesso usciti da una delle tante scuole della cosiddetta rivoluzione culturale con cui Mao ritenne di ammodernare il suo immenso paese, forse non immaginando di spingerlo verso quel curiosissimo fenomeno del comunismo capitalistico o del capitalismo comunista.

Per  non sembrare spiritoso e basta, o irreverente verso la memoria di Mao -Mao Zedong-  di cui ricordo il gran bene che me ne diceva ai nostri tempi romani, ho riferito alla collega cinese le parole pronunciate recentemente a Roma da Grillo dopo un paio d’ore di conversazione col capo formale del suo Movimento sul “momento magico” che starebbe attraversando, peraltro fra una visita e l’altra all’ambasciatore cinese in Italia Li Jinhua : “Il caos è nella nostra natura”. Sono parole che sanno tanto dei tempi della rivoluzione culturale cinese, appunto, quando Mao diceva che “grande è la confusione sotto il cielo”, per cui la situazione sulla terra doveva ritenersi “eccellente”.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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