Processo del Corriere della Sera a Napolitano e Monti per la crisi politica

            E’ clamoroso -sia per il clima natalizio che ci avvolge sia per le abitudini, le tradizioni e quant’altro della storica testata milanese di via Solferino- il processo politico del Corriere Titolo Corriere.jpegdella Sera al presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano e al senatore a vita Mario Monti, peraltro illustre collaboratore dello stesso giornale, per leGalli dell Loggiajpeg.jpeg condizioni a dir poco gravissime in cui si trova la democrazia italiana: un processo affidato allo storico Ernesto Galli della Loggia. Che in un editoriale titolato sul “grande bisogno di verità” necessario alla comunità nazionale  si è iscritto di fatto a quel 48,2 per cento degli italiani, certificato recentemente dal Censis, che vuole “l’uomo forte”.

            “Aspettiamo qualcuno- un uomo, una donna, un’idea, un partito, un movimento, un governo- in grado di interrompere la girandola del nulla che è diventata la nostra vita politica e di resuscitare lo Stato in via di decomposizione nel quale ci tocca vivere”, ha scritto l’editorialista del Corriere.

            Lo aspettiamo, in particolare, secondo lo storico, dal 2011. Fu allora che  il capo dello Stato Napolitano non volle mandare gli italiani alle urne, sciogliendo anticipatamente le Camere, di fronte al “naufragio del berlusconismo”. Ad una sicura vittoria del Pd, guidato da Pier Luigi Bersani, il presidente della Repubblica avrebbe commesso l’errore di preferire l’epilogo ordinario della legislatura col governo tecnico di Mario Monti, preventivamente munito Monti.jpegdel laticlavio. E Monti, pur “padrone per sei mesi virtualmente del Parlamento”, paralizzato dalla paura della crisi finanziaria, finì per “impantanarsi” pure lui nell’implacabile routine del buropoliticismo italiano”, sino a cadere nella tentazione -che Galli della Loggia ha cortesemente evitato di rimproverargli, forse per solidarietà accademica o di testata- di improvvisare un partito per partecipare alle elezioni del 2013. Che, a dire la verità, come Monti ha più volte rivendicato come merito, servì a frenare la ripresa elettorale e politica del “naufrago” Berlusconi, impedendogli di conquistare il Quirinale alla scadenza del primo mandato di Napolitano.

            Curiosamente -anche questo va detto- l’esigentissimo storico editorialista del Corriere ha risparmiato nel suo processo l’allora segretario del Pd Bersani. Il quale aveva i mezzi, se lo avesse davvero voluto, per contrastare il suo vecchio compagno di partito Napolitano nel rifiuto di scogliere le Camere e di fargli vincere, in quel momento, le elezioni, prima che Berlusconi potesse riorganizzare le sue truppe ed altre -quelle grilline- potessero prendere la consistenza che le avrebbe portate nel 2018 alla vittoria e al governo. E ciò, per giunta, non dico con l’aiuto consapevole e diretto del professore Galli della Loggia, ma con un suo aiutino inconsapevole di certo, avendo egli contribuito mediaticamente ed elettoralmente alla conquista grillina del Campidoglio da  parte di Virginia Raggi nel ballottaggio col sicuramente più esperto e attrezzato concorrente Roberto Giachetti, candidato del Pd. Era il 2016.

             Seguì dopo due anni la vittoria pentastellata nelle elezioni politiche del 2018, anch’esse volute alla scadenza ordinaria dal successore di Napolitano, l’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella, respingendo la richiesta di uno scioglimento anticipato delle Camere avanzata da Matteo Renzi come segretario del Pd dopo avere perduto come presidente del Consiglio il referendum sulla riforma costituzionale portante praticamente il suo nome. Eppure quella riforma era diventata il tema centrale, qualificante della difficile legislatura cominciata nel 2013 con le cosiddette larghe intese realizzatesi attorno al governo di Enrico Letta.

            Di tutto questo ha certamente cognizione, anche più di me, per carità, il professore Ernesto Galli della Loggia. Che tuttavia ha ritenuto di far cominciare nel 2011 la sostanziale rovina, o almeno crisi, della politica italiana, senza andare né più avanti né più indietro, magari alla stagione di Tangentopoli, affrontata dai partiti e, più in generale, dalla cosiddetta intelligenza del Paese in modo così approssimativo e populista -si direbbe oggi- da rovesciare i rapporti fra i poteri dello Stato a tutto vantaggio di quello giudiziario. Che peraltro, come Cossiga.jpegammoniva inutilmente l’allora capo dello Stato Francesco Cossiga, non è neppure un potere, ma “un ordine”, sia pure “autonomo e indipendente da ogni altro potere”, com’è scritto nel titolo quarto della Costituzione sulla magistratura, più particolarmente nell’articolo 104. E Cossiga, peraltro professore universitario di diritto costituzionale, parlava in quel modo anche come presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Ma chi sono io, forse, se non un semplice e vecchio giornalista, per ricordare tutto questo al più giovane, o meno anziano, professore editorialista del Corriere della Sera, che ha 77 anni?

 

 

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Ma perché quel dito medio di Bossi dopo tutti i voti portati alla Lega da Salvini ?

           Senza nulla togliere alla ormai ordinarietà delle “mille proroghe” disposte a fine anno per decreto legge, con l’aggiunta stavolta dell’approvazione in Consiglio dei Ministri “salvo intese”, cioè Rolli.jpegsenza intese, che saranno cercate dai contendenti dietro le quinte di Palazzo Chigi e dintorni, con la consueta tolleranza del presidente della Repubblica in attesa del postino al Quirinale, è quel dito medio di Umberto Bossi al congresso di “rottamazione” della sua Lega Nord, come è stato generalmente raccontato sui giornali, a rappresentare emblematicamente la scena politica. Il dito medio di protesta, poi, contro chi e che cosa?

          Non credo, francamente, contro Matteo Salvini, nonostante le cronache di Repubblica firmate da Gad Lerner, fotografato peraltro con Bossi in atteggiamento di confidenziale solidarietà e scambio di carezze. Caresse di Bossi a Gad Lerner.jpegAltre cronache infatti riferiscono di un Bossi che ha riconosciuto al suo pur non diretto successore, essendoci stato fra i due l’interregno di Roberto Maroni, il merito di essere “uno di quelli che vogliono combattere ancora”, per cui il movimento leghista si potrebbe considerare “in buone mani”. Tanto buone, aggiungerei, che lo stesso Bossi ha detto, pur col suo stile spavaldo sopravvissuto a tutti i malanni che lo hanno colpito e ne rendono quasi incomprensibili le parole, di avere “concesso”  al suo Matteo tutto quello che gli ha dato, cioè i pieni poteri, senza esservi stato minimamente costretto. Ciò che rimane sulla carta e sul resto, d’altronde, della vecchia Lega Nord, comprese le nuove preoccupazioni espresse dal fondatore per l’invasione del Nord da parte dei meridionali, paragonabile a quella dell’Italia intera da parte dei migranti provenienti dall’Africa, sarà pur sempre presieduto a vita da Bossi, pur nelle ristrettezze economiche derivanti dal debito rateizzatissimo di 49 milioni di euro sancito dalla magistratura per le note gestioni pasticciate dell’allora finanziamento pubblico dei partiti.

         Contro chi e che cosa, allora, quel dito medio del “senatur”? Così ormai Bossi viene comunemente chiamato con l’appendice, anche qui, della durata illimitata, come se lui facesse parte davvero dell’elite dei senatori a vita, di diritto perché ex presidenti della Repubblica o di nomina, promossi al laticlavio dal capo dello Stato di turno avendo “illustrato la Patria- dice l’articolo 59 della Costituzione- per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”.  In verità, è mancato poco che Bossi, condannato in via definitiva per vilipendio proprio del presidente della Repubblica, quando al Quirinale c’era Giorgio Napolitano, fosse ora alle prese con i cosiddetti servizi sociali. Egli  è stato appena graziato dal successore Sergio Mattarella anche in considerazione delle sue condizioni di salute. E Napolitano vi ha contribuito assicurando di non avere alcuna ragione di risentimento per l’offesa ricevuta, ch’era poi quella di essere un “terrun”, come Bossi chiama i meridionali, compresa forse sua moglie, che è di quella provenienza.

        Ma, facezie o no che siano tutte queste cose, e tornando alla domanda iniziale, contro chi e che cosa quel dito medio di Bossi? Non vorrei contro quei milioni di italiani che non si sono fidati di lui, tanto da essere scesi al 3 per cento dei voti ai suoi tempi, e si fidano adesso di Matteo Salvini accettandone a tal punto la candidatura a presidente del Consiglio, inserita nel nome Salvini col presepe.jpegstesso della sua Lega, da averlo portato nelle elezioni europee del 26 maggio scorso in testa alla graduatoria dei partiti, lasciandovelo nelle successive elezioni locali e nei sondaggi, l’ultimo dei quali appena pubblicato sul Corriere della Sera. Se così fosse, specie alla luce della sua ennesima scivolata antimeridionalistica sul perdurante pericolo di una invasione del sacro Nord da parte dei terrun, ci sarebbe solo da mettersi nei mani fra i capelli, almeno per chi ne ha ancora, di fronte al livello cui Bossi ha contribuito a far scendere il livello della politica italiana.

        D’altronde, non dimentico i giorni in cui, da direttore del Giorno, mi vidi denunciare da lui, con alcuni collaboratori, per associazione a delinquere non avendone apprezzato comizi e accessori a Pontida. E contro il magistrato che archiviò la vicenda furono affissi sui muri di Milano manifesti per la sua origine meridionale. Brutti tempi, già allora.

 

La danza sotto le cinque stelle e dintorni sul destino giudiziario di Salvini

            La politica, non a caso femminile, è mobile con la donna del Rigoletto. Lo dimostrano gli sviluppi dell’ultimo affare Salvini: quello legato ai 100 migranti e più bloccati per tre notti a fine luglio sulla nave Gregoretti, nel porto di Augusta, e sfociata nella richiesta di un processo contro di lui per sequestro di persona e abuso d’ufficio da parte del cosiddetto tribunale dei ministri di Catania.

            Diversamente dall’analogo e precedente affare Diciotti, dal nome di un’altra nave della Guardia Costiera, il presidente del Consiglio ha negato, almeno sino ad ora, tramite comunicazioni di Palazzo Chigi agli inquirenti, la copertura necessaria per sottrarre l’ex ministro dell’Interno al processo, previo voto del Senato, per avere operato nell’interesse superiore dello Stato.

            Salvini, nel frattempo passato dal governo alla guida dell’opposizione di centrodestra, ha reagito La Stampa.jpegdicendo di avere ben conservato nei suoi archivi elettronici, diciamo così, le prove dei contatti avuti con Conte ed altri colleghi allora di governo nella gestione della vicenda, anche se non risultano tracce di discussioni avvenute in Consiglio dei Ministri.

            Ma diversamente -ripeto- dall’analogo e precedente affare Diciotti, dall’interno della nuova maggioranza di governo Matteo Renzi, che allora era all’opposizione disciplinatamente all’interno del Pd, ha questa volta annunciato direttamente, in una intervista al Sole 24 Ore, e indirettamente con dichiarazioni dei colleghi del suo nuovo partito, Italia Viva, che le carte pervenute dalla magistratura alla competente commissione del Senato vanno lette -vivaddio- per potersi fare un’opinione, esprimerla e votare, prima in commissione e poi in aula. Dove, ripeto, sia in commissione sia in aula, i numeri di Renzi per far pendere la bilancia da una parte o dall’altra sono decisivi, per quanto forse più modesti di quanto l’ex presidente del Consiglio non avesse sperato uscendo dal Pd all’improvviso, dopo avergli fatto cambiare idea e linea politica sul tema dei rapporti con i grillini, spianando la strada al secondo governo Conte.

            Certo, contro Salvini e la sua comprensibile aspirazione a sottrarsi al processo, nonostante dichiarazioni e comizi di sfida che pronuncia ogni giorno, apparentemente convinto che la parte della vittima possa giovargli nella campagna elettorale permanente in cui è impegnato, gioca il pollice verso ostentato dal suo ex alleato grillino Luigi Di Maio. Che lo sfotte, come cercò di fare anche l’altra volta, con l’affare Diciotti, prima di ripiegare sulle sponde per lui inedite del garantismo, a farsi processare davvero, come un banale sequestratore di persone, per quanto doverosamente soccorse in mare e al riparo sicuro di una nave militare italiana, in attesa solo degli accordo per una loro distribuzione fra più paesi dell’Unione Europea.

            Ma la politica, come la donna- ripeto- del Rigoletto, è cambiata anche sotto le cinque stelle del capo ancòra in carica e dirottato al Ministero degli Esteri. Sostenuto con crescenti e visibili difficoltà da Beppe Grillo, fra un’incursione e l’altra sul terrazzo d’albergo romano affacciato sui ruderi dei Fori Imperiali, Luigi Di Maio controllla sempre meno i gruppi parlamentari del suo movimento. Dove c’è più voglia di farlo fuori subito che di attendere il momento dell’abbandono promosso fra le righe e quant’altro dal “garante”, “elevato” e quant’altro del partito che non vuole chiamarsi così ma che per confusione è anche peggiore dei partiti ancora muniti di questo nome.

            Non è pertanto da escludere per niente che le occasioni del voto sul processo a Salvini, fra commissione e aula del Senato, previste tra gennaio e febbraio, si tramutino nelle idi anticipate di marzo per Di Maio, se non per tutto il governo dove lui d’altronde si muove da qualche tempo non sapendo da chi doversi guardare di più.

           

Come zoppica il tentativo di Conte di scaricare Salvini nell’affare Gregoretti

A inchiodare Matteo Salvini, sia pure con chiodi per ora di carta, sulla croce del processo per sequestro di persona, abuso d’ufficio e non so cos’altro, chiesto dal tribunale dei ministri di Catania per i 131 migranti bloccati a fine luglio nel porto di Augusta sulla nave Gregoretti, della Guardia Costiera, sarebbe una comunicazione già partita da Palazzo Chigi. Della quale si è affrettato a farsi forte nella polemica politica con l’ex alleato di governo il capo ancòra delle 5 Stelle e ministro degli Esteri Luigi Di Maio per contestare a Salvini di aver fatto tutto di testa sua con quel blocco, senza la  copertura del governo fornitagli l’anno scorso, in occasione di una vicenda analoga occorsagli con la nave Diciotti, anch’essa della Guardia Costiera. E risolta dal Senato col no al processo.

La giunta senatoriale delle immunità, presieduta di diritto da un esponente dell’opposizione, in questo caso da Maurizio Gasparri,  approfondirà sicuramente la questione prima di votare, il 20 gennaio, e formulare all’assemblea di Palazzo Madama la sua proposta di accoglienza o rigetto dell’autorizzazione al processo. Si vedrà naturalmente con quale tipo di maggioranza, e di sorpresa.

Al di là delle precisazioni e smentite già opposte dall’avvocato ed ex ministro leghista Giulia Bongiorno, che si è subito assunta la regìa della difesa di Salvini, una circostanza già appare nella sua assoluta, incontrovertibile singolarità, a prescindere o al netto, come preferite, delle simpatie o antipatie che potrà Conte 2 .jpegprocurarsi l’ex titolare del Viminale con i suoi abituali atteggiamenti e toni da sfida, di una intensità inversamente proporzionale alle distanze che lo separano dall’appuntamento elettorale di turno. Che stavolta, con le votazioni regionali del 26 gennaio in Calabria e in Emilia-Romagna, rischia di accavallarsi con la fase conclusiva e decisiva del percorso parlamentare della richiesta giudiziaria partita da Catania.

La circostanza è quella rivelata, sullo spinosissimo terreno della gestione degli sbarchi e, più in generale, del fenomeno migratorio, dal presidente del Consiglio in persona GiuseppeConte 3 .jpeg Conte. Che, sfiancato dalle continue polemiche  col suo allora e ancora per un po’ vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, in un momento di spontaneità scambiato da qualcuno anche per una gaffe di Stato, si lamentò pubblicamente  nella scorsa estate delle ore trascorse al telefono nei week con i suoi omologhi europei. Ai quali chiedeva “il piacere personale” di prendersi in carico una parte dei migranti trattenuti sulle navi di soccorso dal blocco dei porti italiani disposto dal Viminale a tutela dei confini, della sicurezza e quant’altro.

In quel piacere “personale” rivelato, vantato e quant’altro dal capo del governo c’era un po’ tutto: non solo la stanchezza, magari anche le preoccupazioni espresse di volta in volta a Conte dal presidente della Repubblica, ma soprattutto l’ammissione di una situazione paradossale e scandalosa, diciamolo pure, di una comunità internazionale, cioè l’Unione Europea, incapace e nei fatti indisponibile, al di là delle parole di apertura apparente, a farsi carico spontaneamente, rapidamente e decentemente di un fenomeno scaricato sulle spalle, e sulle coste italiane, solo dalle circostanze naturali.

Il racconto del presidente Conte vale, anche ai fini del processo che torna a incombere sul collo dell’ormai ex ministro dell’Interno, e ora solo principale oppositore del governo, più di dieci, cento, mille sedute del Consiglio dei Ministri per certificare la natura complessa, multilaterale e quant’altro di una questione maledettamente pasticciata. Che, codice alla mano, può anche permettere ad un pubblico ministero o ad un giudice delle indagini preliminari, come si configura il cosiddetto tribunale dei ministri, di ipotizzare un sequestro di persone. Ma sarebbe pur sempre un curioso sequestro: di persone regolarmente soccorse, assistite, visitate da curiosi e non, trattenute a bordo di navi sicure solo per il tempo necessario a stabilirne la destinazione, non certo verso i luoghi di prigionia e tortura da cui quella gente proveniva.

Tutto questo credo che possa e debba essere detto con tutta onestà, senza la pretesa -ci mancherebbe- di insegnare ai magistrati il loro mestiere nè al governo e a chi lo guida il loro, né di prenotarci al prossimo comizio di Salvini o manifestazione similare, magari all’insegna di diversi -presumo- dalle sardine. Basterebbe parlarne, e agire di conseguenza, rinunciando ai soliti interessi di bottega della politica e della campagna elettorale di turno. Cioè, senza specularci sopra.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Che cosa rischiano Matteo Salvini, Luigi Di Maio e il governo di turno

           Da carissimi amici, finiti anche nei murales con i loro baci evocativi della impossibilità di fare uno a meno dell’altro, come nei versi di Ovidio, o di Marziale, o di Tibullo, che ancora se li contendono Gli sparatori.jpegdall’aldilà come autori, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, in ordine rigorosamente alfabetico, sono dunque diventati finalmente, e davvero, i carissimi nemici d’altronde anch’essi anticipati in qualche murale durante la loro movimentata e comune avventura di governo.

          La loro storia marcia adesso verso un processo, salvo le solite sorprese della politica, attraverso la quale dovrà passare il preliminare dell’autorizzazione del Senato, in cui Salvini è stato prenotato dall’accusa come sequestratore di cento e più migranti, trattenuti Schermata 2019-12-20 alle 05.49.27.jpegper tre notti su una nave per giunta della Guardia Costiera italiana, nell’esercizio abusivo delle funzioni allora di ministro dell’Interno. Di Maio invece si è offerto come testimone a carico nella sua triplice veste, nel non lontano mese di luglio di quest’anno, di vice presidente del Consiglio e di ministro del pur mancato Sviluppo Economico, stando almeno ai dati dell’Istat, e del pur carente Lavoro.

            Gli anni di galera che rischia baldanzosamente Salvini, se la sua avvocata Giulia Bongiorno non riuscirà a ripetere il miracolo della difesa del compianto Giulio Andreotti per reati ancora più nave gregoretti.jpeggravi, saranno una quindicina. Sono sei invece gli anni che rischia Di Maio per falsa testimonianza, avendo Salvini ripetuto col presunto sequestro di migranti sulla nave di luglio le stesse cose fatte l’anno prima su un’altra nave, anch’essa militare, a salvaguardia di un interesse nazionale superiore certificato dal medesimo governo, non da un altro.

            Ma più di tutte queste notizie di cronaca giudiziaria, diciamo così, vale naturalmente lo sgomento procurato dalla consapevolezza tutta politica che questo Paese sia stato per diciotto mesi e forse anche più nelle mani di un governo di tal genere e sia ora nelle mani di un altro guidato dallo stesso presidente del Consiglio e composto per una buona metà da uomini e donne dello stesso partito, quello comunemente chiamato grillino, fra i quali il medesimo Di Maio compensato della mancata conferma a vice presidente del Consiglio con la nomina a ministro degli Esteri. Ripeto e preciso: ministro per gli affari esteri e la cooperazione internazionale.

 

 

 

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Il falso presepe al Quirinale, con Mattarella che chiede una concordia irreale

             Di presepe ce ne sarà uno, e forse anche più d’uno, al Quirinale in questa stagione natalizia. Corazziere.jpegMa non era sicuramente quello  vivente, a grandezza d’uomo e di donna, allestito nei salone dei Corazzieri per il tradizionale scambio d’auguri del presidente della Repubblica con “i rappresentanti delle istituzioni, delle forze politiche e della società civile”, salite sul colle dopo i diplomatici stranieri accreditati in Italia.

            Di spirito natalizio e simili l’incontro al Quirinale ha avuto solo lo scontatissimo invito alla concordia rivolto da Sergio Mattarello alle cosiddette “autorità”, fra le quali spiccava sul palco la felicissima esordiente presidente della Corte Costituzionale, Marta Cartabia, senza alcuna ferita procuratale dalla rottura del cristallo da lei stessa annunciata con la sua elezione al vertice del vicinissimo, dirimpettaio Palazzo della Consulta. Non si è avvertita  proprio aria di governissimo nelle parole pronunciate dal presidente della Repubblica, pur consapevole dei non pochi problemi aperti sul tappeto del governo giallorosso in carica, sopraggiunto in agosto a quello gialloverde in “un passaggio di fisiologia democratica”, come ha voluto definirlo lo stesso Mattarella.

            D’altronde, l’artificiere ideale di un governissimo, di qualsiasi aggettivo lo si voglia vestire fra i tanti che già si sono spesi in questi giorni nelle cronache politiche, era non a caso ospite di Mattarella nella lontanissima undicesima fila, dalla quale non è sostanzialmente uscito neppure quando, levatisi tutti dai loro posti dopo le parole del capo dello Stato,  lui Nattarella e Draghi.jpege lo stesso Mattarella si sono amichevolmente salutati. O lui si è lasciato suggerire dall’amico Giuliano Amato, già presidente del Consiglio ed altre cose, oggi giudice costituzionale, di “stare alla larga” da ogni tentazione di interrompere la pausa guadagnatasi con la fine del mandato di presidente della Banca Centrale Europea, magari prendendosi una bella e lunga vacanza in Florida. “Non c’è rischio, Stai sicuro”, gli ha risposto Draghi con voce abbastanza alta e sicura per non sfuggire ai vicini.

            I rischi sono purtroppo quelli di altri. Sono, a cominciare dai gradi del fuoco o della gerarchia, quelli del governo in carica, pur rimasto in apparenza abbastanza indifferente all’annuncio delle 65 firme raccolte al Senato per ritardare di almeno sei mesi, col ricorso al cosiddetto referendum confermativo, la riforma costituzionale tanto voluta e vantata dai grillini sulla riduzione  da quasi mille a seicento del numero dei parlamentari, fra senatori e deputati, fatti salvi gli adempimenti successivi all’eventuale conferma, come l’adeguamento della legge o quanto meno dei collegi elettorali.

            A dispetto dell’indifferenza ottimistica, e d’ufficio, del presidente del Consiglio e professore di diritto, l’allungamento dei tempi di questa riforma costituzionale, apparentemente popolarissima per le riduzioni pur modeste dei cosiddetti costi della politica, può alimentare le tentazioni trasversali a cogliere la prima occasione a portata di mano, fra quelle prodotte ogni giorno dalle tensioni fra i partiti della maggioranza o all’interno di ciascuno di essi, a cominciare da quello stellare e più grosso, per andare all’elezione anticipata di un altro Parlamento ancora composto di un migliaio di seggi.  O può scoraggiare la tentazione, non meno grande e imbarazzante, di fare eleggere nel 2022 il successore di Mattarella al Quirinale da questo Parlamento, che avrebbe sì il vantaggio, a sinistra, di cercare e far prevalere un candidato non di centrodestra, ma anche lo svantaggio di essere un Parlamento ormai in scadenza, sostanzialmente delegittimato da quello di ormai prossima elezione con ben altra consistenza e ben altre regole. Non sarebbe proprio il migliore viatico quello di un capo dello Stato destinato a durare sette anni, cioè più ancora delle Camere elette l’anno dopo il suo approdo al Quirinale con ben altro sistema.

            Oltre al governo e a un Parlamento che rischia una crisi e lo scioglimento anticipato, nella situazione in cui Mattarella si è trovato ad esprimere i suoi auguri e incoraggiamenti alla concordia c’è anche un ex ministro e attuale leader dell’opposizione, e di un partito in testa a tutti gli altri nei sondaggi, naturalmente Matteo Salvini, che rischia un processo e una condanna a una quindicina d’anni di carcere per sequestro di 130 immigrati e più, trattenuti a luglio scorso su una nave della Guardia Costiera italiana- Gregoretti- in attesa della definizione degli accordi fra i paesi europei disposti a distribuirseli fra di loro.

            Una vicenda analoga era avvenuta l’anno prima, su una nave chiamata Diciotti, e l’allora ministro dell’Interno fu praticamente scagionato dal Senato per solidarietà pur affannosa della maggioranza gialloverde, con tanto di documento sottoscritto dal presidente del Consiglio.  Ora che non è più un suo alleato, il capo ancòra dei grillini Luigi Di Maio ha già annunciatoDi Maio.jpeg alla cosiddetta terza Camera, che è il salotto televisivo di Bruno Vespa, che Salvini si dovrà praticamente trovare un’altra maggioranza, se mai vi riuscirà, per scampare anche a questo processo richiesto dal cosiddetto tribunale dei ministri di Catania, E ciò per presunte, intervenute novità intervenute nelle procedure di assegnazione dei migranti fra i paesi europei: movità smentite dal fatto che il più delle volte questi impegni sono rimasti e rimangono disattesi. Ma simili considerazioni valgono niente quando la politica prevale nel suo spirito più belluino, cioè quando la morte dell’avversario è scambiata per la propria salvezza, o solo per il proprio, sia pure momentaneo e caduco vantaggio.

 

 

 

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Beppe Grillo in maschera, anzi mascherina, contro i giornalisti

             Mi chiedo, con una franchezza pari solo allo sgomento, che razza di giornalisti siamo volontariamente diventati anche noi, come molti politici, sia di quelli al governo sia di quelli all’opposizione, sotto la sferza di Beppe Grillo: il comico e insieme fondatore, “elevato”, garante e non so cos’altro di un movimento che ha legittimamente conquistato, per carità, nelle elezioni politiche del 4 marzo 2018 i seggi parlamentari e il ruolo del partito di maggioranza che fu quello della Dc. Ma che  ha perso rapidamente in  ogni tipo di appuntamento elettorale una quantità enorme di voti, e un po’ anche di parlamentari passati ai gruppi misti o direttamente a quelli della Lega, al Senato. Esso alterna col massimo della disinvoltura gli alleati al governo, da destra a sinistra, pur di evitare uno scioglimento anticipato delle Camere che ne sancirebbe quanto meno il dimezzamento.

            Lascio ai politici la scelta e la pratica dei rapporti da tenere con questo movimento stellare anche nel titolo che si è scelto, e degli effetti da scaricare sul Paese. Che era già messo male di suo Grillo 2 .jpegprima dell’arrivo dei pentastellati in Parlamento e ora sta inevitabilmente e conseguentemente peggio. Ma noi giornalisti -ripeto- dovremmo pur deciderci a qualche scelta nei rapporti con questo singolare protagonista ormai della politica, pur chiuso dietro i cancelli delle sue ville e ogni tanto a Roma per le missioni di controllo, persuasione e altro ancora.

            Ci siamo già fatti dire un sacco di volte da Grillo che gli facciamo tanto schifo da volerci mangiare solo per provare poi il gusto -per lui- di “vomitarci”, letteralmente. Abbiamo continuato a sentirlo e ad avvertirlo come un comico, sia pure di simile livello, più che come un politico.

            Poi gli abbiamo permesso a lungo, prima che smettesse da solo per stanchezza e non perché costrettovi da qualche sentenza promossa da una denuncia o querela, di diffondere liste di sostanziale proscrizione, con tanto di nomi e cognomi di giornalisti indegni di essere letti. Una simile idea non la ebbero neppure i fascisti quando comparvero sulla scena politica italiana e ne scalarono con tragico successo i vertici.

            Ora abbiamo appena permesso, senza un filo di protesta, e tanto meno con qualche iniziativa di doverosa diserzione delle sue incursioni, lasciandolo finalmente solo con i suoi amici, o restituendolo alle dimensioni che merita, di sentirsi sanitariamente minacciato dall’alito di chi per mestiere lo avvicina e gli fa domande, sino a indossare una mascherina di difesa dai “batteri” dei microfoni tesi verso di lui. E questo sarebbe anche il signore che col realismo di un umanista, e non soltanto più  di un “avvocato del popolo”, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, con alito Comte e Grillo.jpegevidentemente a denominazione e purezza controlla, si è sentito in obbligo di andare ad omaggiare in un convegno a due passi da Palazzo Chigi, tra una riunione e l’altra di una maggioranza e persino di un governo  spesso surreale, composto da partiti e uomini che se ne dicono e scambiano di tutti i colori, sopra e sotto il tavolo.

           Impallidisco all’idea che dalle decisioni, ahimè, di tutti costoro stiano per dipendere anche le sorti di un istituto di previdenza, ridotto ad un bancomat per editori prevalentemente impuri, come si dice comunemente, ma ideato a suo tempo a tutela dell’autonomia e dell’indipendenza del giornalisti e della loro professione. Che in un paese normale dovrebbe valere quanto l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, pur a carriere separate, come auspica ogni tanto Luciano Violante denunciando giustamente e coraggiosamente, con l’esperienza e l’autorità di un ex magistrato e di un ex presidente della Camera, le distorsioni intervenute nei rapporti fra toghe e testate.

 

 

 

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L’occhiolino di Renzi a Salvini tra le pieghe della fiducia a Conte sulla manovra

             Ciò che resta di più del passaggio della cosiddetta manovra fiscale al Senato, e relativo aggiornamento della cosiddetta nota di bilancio, nonostante la fiducia incassata dal governo giallorosso di Giuseppe Conte con 166 sì contro i 128 no al solito maxi-emendamento dei 958 commi lamentati con rassegnazione dal professore Sabino Cassese, è l’occhiolino di Matteo Renzi, dai banchi della maggioranza, all’altro Matteo, Salvini, sui banchi dell’opposizione.

            Eppure fu proprio contro Salvini e la sua scontata vittoria in caso di elezioni anticipate – e non per evitare un aumento dell’Iva che, diciamoci la verità, anche il centrodestra a trazione leghista avrebbe evitato, una volta al governo- che Renzi spalancò in agosto le porte ai grillini smettendola di mangiare pop-corn e portandosi appresso anche il segretario del Pd, cui ancòra apparteneva.

            Senza le aperture improvvise di Renzi il prudente Nicola Zingaretti, la cui propensione per le elezioni anticipate aveva praticamente incoraggiato Salvini a provocare la crisi del governo gialloverde, mai o assai difficilmente avrebbe seguito sulla strada dell’intesa con i grillini iFranceschini.jpgl pur attivissimo e ostinato Dario Franceschini. Che magari, secondo retroscena poi contraddetti dagli sviluppi delle trattative, avrebbe preferito il nuovo governo presieduto dal pentastellato Roberto Fico, e non dal “continuista” Conte, per prenderne il posto alla presidenza della Camera.

             Il vertice di Montecitorio era, ed è forse rimasto, il vecchio desiderio dell’attuale ministro della Cultura, arrivato a sfiorare già nel 2013 l’obiettivo coltivato dai tempi della presidenza del gruppo del Pd. Ma l’allora segretario del partito e candidato a Palazzo Chigi, Pier Luigi Bersani, lo sorprese preferendogli l’ancòra vendolina Laura Boldrini. Vecchie storie, d’accordo, che sembrano addirittura preistoria con tutto quello che sarebbe poi accaduto, compresa l’irruzione di Renzi al Nazareno e subito dopo anche a Palazzo Chigi, ma sono sempre utili da ricordare per capire uomini e situazioni.

            Per tornare proprio a Renzi, nel frattempo colpito dal solito “fuoco amico”, perduti Palazzo Chigi, Nazareno ed elezioni nel 2018, e infine uscito dal Pd per tentare l’avventura ancora più personale di Italia Viva, nel momento in cui ha avvertito, fra le difficoltà del nuovo governo Conte, il rischio di ridursi ad una semplice e dichiaratamente temuta “sopravvivenza” pur cercando di distinguersi continuamente all’interno della maggioranza giallorossa, egli ha annunciato, promesso, ventilato -come preferite- l’”approfondimento” del comitato di salute nazionale proposto da Salvini per risolvere i problemi più urgenti, e nel frattempo aggravatisi, del Paese.

           Sarà pure una “simpatica tarantella”, come lo stesso Renzi l’ha definita facendo credere di prenderne le distanze, Salvini e Renzi.jpganche nella versione di una specie di governissimo costituente, o qualcosa del genere, di Mario Draghi prospettato con varie interviste dall’ex sottosegretario a Palazzo Chigi e ora solo vice segretario della Lega Giancarlo Giorgetti, ma evidentemente vale la pena parteciparvi a livello dialettico, diciamo così.

            E’ peraltro una partecipazione, questa alla “tarantella” salviniana, che Renzi preferisce alla pratica frequente dei “vertici” della maggioranza giallorossa che Conte ha adottato più ancora di quanto non si facesse già ai tempi della tanto lontana e bistrattata “Prima Repubblica”: vertici ai quali il leader di Italia Viva preferisce mandare abitualmente i suoi vice e simili. Da uomo rancoroso quale viene abitualmente descritto da chi lo scruta, Renzi sta forse profittando delle occasioni offerte dai problemi da cui Conte è costretto sempre più frequentemente a difendersi anche per vendicarsi del proposito attribuito, a torto o a ragione, al presidente del Consiglio nel momento della scissione del Pd di non coinvolgere mai direttamente e personalmente nella gestione della maggioranza il capo della nuova formazione politica, quasi per solidarietà con chi aveva subìto la scissione e stava più a cuore al professore.

            Alla pratica dei “vertici” si sta un pò disaffezionando, in verità, anche il capo ancòra del movimento delle cinque stelle, Luigi Di Maio. Che, dopo una certa indifferenza o addirittura insofferenza al ruolo di ministro degli Eteri, sta cominciando ad apprezzarne le occasioni preziose ch’esso gli offrDi Maio.jpge di allontanarsi da Roma. Ora, per esempio, mentre scrivo, è in Libia: altro che l’Albania preferita qualche giorno fa ad un pur difficile appuntamento del governo col Senato sulla questione controversa del fondo europeo salva-Stati, o Mes.

           Non vorrei tuttavia che nella tormentatissima Libia Di Maio trovasse qualche pur lontana analogia, pur senza armi al collo, con la situazione interna al suo movimento, per niente chiarita e sedata dalla pratica appena definita, anche col solito sistema digitale, dei facilitatori e simili. Che non a caso ha suggerito a Beppe Grillo un’altra incursione a Roma per vedere e sentire gente ancòra agitata e tentata dal seguire chi ha già abbandonato le 5 stelle per passare con i leghisti.

 

 

 

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Le Sardine sulle tracce del Leoncavallo di un Salvini giovanissimo a Milano

             Non credo che il riccioluto Mattia Santori e gli altri 149 compagni di avventura, selezionati fra le decine di migliaia accorse a Roma di sabato per riempire come sardine la piazza storica della Mattia Santori.jpgsinistra occupata qualche mese fa dal centrodestra a trazione leghista, lo abbiano fatto solo per un dispetto a Mario Ajello. Che sul Messaggero li aveva appena sfottuti come “ragazzi d’ordine”, figli o nipoti della sinistra imborghesita che ormai da tempo prende più voti nei quartieri centrali delle città, quelli a traffico limitato, che nelle periferie. Dove vanno invece alla grande Matteo Salvini e Giorgia Meloni, appena paragonati addirittura a Hitler da un Michele Santoro sardine 3 .jpgtanto affascinato dalle sardine da offrirsi ad aiutarle in qualche modo, semmai la Rai o altre aziende televisive gliene dessero l’occasione restituendogli la conduzione di qualche trasmissione delle sue. Così potrebbe peraltro fare concorrenza a Riccardo Formigli, l’ex allievo che lo ha superato con Piazzapulita: tutta una parola, naturalmente.

            Ci deve essere stata qualche ragione più degna e credibile di un dispetto a qualcuno che non li ha presi molto sul serio, geloso del loro successo mediatico, se Mattia e amici, o compagni, come preferite, hanno scelto  come sede per la loro lunga riunione a porte chiuse, organizzata allo scopo di chiarirsi le idee il giorno dopo quel sabato e programmare le loro prossime manifestazioni o iniziative, un auditorium destinato ad “eventi culturali” in quello che l’Ansa, la maggiore agenzia di stampa italiana, ha definito “una sorta di centro sociale”, situato proprio a pochi passi dalla piazza appena riscattata. E’ lo Spin Time Labs, dove “alloggiano -ha raccontato sempre l’Ansa- circa 150 famiglie” che hanno da tempo occupato l’edificio e non intendono rinunciare alla loro residenza abusiva.

            Action, l’associazione che difende, rappresenta e quant’altro le condizioni di questi occupanti, ha salutato, ospitato e protetto Mattia e amici con uno striscione, scritto rigorosamente in rosso, che inneggia alle sardine e contesta “gli sgombri”, intesi non come plurale dello sgombero, un pesce un po’ più consistente della sardina, ma come plurale dello sgombero, con la vocale e estrapolata dal rosso ed emarginata in nero.

              Sono o vorrebbero essere anche spiritose queste sardine e contorni, ma di uno spirito che tradisce la loro natura politica e si traduce -ahimè per loro- in un infortunio, anzi in un’autorete. Se sardina 2 .jpgc’è un modo per dare una mano a Salvini e, più in generale, alla destra è quello di battersi sardina 1 .jpgper le occupazioni abusive e contro gli sgomberi, con la e. Lo ha riconosciuto persino il capo ancora dei grillini, Luigi Di Maio, reduce dall’insediamento dei suoi sei “facilitatori” e dall’ingoio anche del decreto legge di salvataggio della Banca Popolare di Bari,  parlando di “una falsa partenza” delle sardine proprio con quella scelta di ospitalità nell’edificio occupato.

            Forse questi “ragazzi” ittici, alcuni dei quali probabilmente destinati a mettere su qualche altro partito, o a intrupparsi in quelli esistenti a sinistra per farsi eleggere chissà dove, comunque non già nella prossima tornata amministrativa, secondo quanto ha precisato Mattia; questi ragazzi, dicevo, hanno voluto tornare all’esperienza quasi adolescenziale del pur oggi odiato Salvini.

            A cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta il futuro leader leghista partecipava all’avventura milanese del centro sociale intitolato, come la strada in cui si trovava, al famoso compositore Ruggero Leoncavallo. Che, nato a Napoli il 27 aprile 1857, morto a Montecatini Terme il 9 agosto 1919 e sepolto a Firenze, aveva scritto e musicato anche i celeberrimi “Pagliacci”: un’opera in due atti rappresentata la prima volta il 21 maggio 1892 proprio a Milano. Dove ne avrebbero onorato il ricordo intitolandogli quella strada in cui altri pagliacci avrebbero drammaticamente emulato quelli dell’artista mettendo a dura prova gli sfortunati abitanti della zona e le forze dell’ordine, costrette più volte a sgomberarle, con la e.

           Salvini sarebbe poi rinsavito, sino a diventare il leader del partito oggi più votato in Italia. Le sardine di Mattia invece aspirano alla padella sapientemente abbandonata dal loro avversario. Ne sono talmente ossessionate da perdere il senso dell’orientamento.

 

 

 

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Le sardine protestano contro le campagne elettorali…degli altri

            Per quanto spiazzate da una sinistra appena sconfitta come peggio non poteva in Gran Bretagna, dove è stata letteralmente asfaltata dai conservatori, e da un Matteo Salvini appena vestitosi Gorgetti.jpgdi panni moderati chiedendo per il salvataggio del Paese un “comitato di salvezza nazionale”, tradotto dal suo vice Giancarlo Giorgetti in un governo Conte figo.jpgdi “tutti, da Leu a Fratelli d’Italia”, non guidato da Giuseppe Conte, neppure nella versione “Figo” sarcasticamente esposta sulla prima pagina dal Tempo, ma magari da quel “disoccupato” provvidenziale e di lusso che è Mario Draghi; per quanto spiazzate da tutto questo, dicevo,  le sardine italiane radunatesi nella piazza romana di San Giovanni si sono riproposte nella versione emergenziale contro la destra incombente sul Paese.

            “No a una campagna elettorale permanente”, ha gridato il giovane capo improvvisato della rivolta antisalviniana, Mattia Santori, con un foglietto in mano che promette di Oceano di sardine.jpgdiventare un manifesto negli appuntamenti successivi di questo “mare di sardine” promosso sul sardine rosse.jpgcampo ad “oceano” dal  Fatto Quotidiano:  sardine dipinte di rosso dagli stessi che le hanno sventolate in una piazza carissima del resto alla sinistra, per quanto violata ogni tanto dalla destra prima a trazione berlusconiana e ora a trazione leghista.

            In questo mare o oceano che sia di sardine, dalle 100 mila vantate dai promotori del raduno alle 35 mila valutate con la solita avarizia dagli organi di Polizia pur agli ordini non più di Salvini, al Viminale, ma di un governo che pensa di trarre qualche vantaggio da appuntamenti del genere, Antonio Polito ha visto e indicato sul Corriere della Sera, testualmente, “la capacità della sinistra Rolli.jpgdi resistenza alla destra” al suono e al canto, non a caso, della famosissima “Bella ciao”: una sinistra -ha precisato tuttavia l’editorialista del maggiore giornale italiano- al netto dei “rovesci elettorali, divisioni politiche, incertezze programmatiche” o equivoci, come quello appena lamentato, scusandosene, dallo stesso presidente del Consiglio. Che ha così spiegato, con la solita disinvoltura, il pasticcio di una seduta del governo contestata e disertata polemicamente dalla maggioranza dei ministri per il varo di un decreto legge di salvataggio della Banca Popolare di Bari. “Scuse accettate”, ha immediatamente risposto Matteo Renzi, che dall’esterno del governo era riuscito a portarsi appresso nella protesta i grillini reclamando più chiarezza e/o meno improvvisazione nella gestione di vicende delicate come quelle delle banche, affrontate pure da lui quando era a Palazzo Chigi, e non certamente senza polemiche.

            Agli animatori delle sardine Polito ha anche riconosciuto il merito di essere “più simpatici, autoironici e meno incazzosi dei girotondini” ai tempi di Nanni Moretti, che dalle piazze Polito sulle sardine.jpgsupplicava Massimo D’Alema di dire “finalmente qualcosa di sinistra”, o ammoniva che la stessa sinistra, con i capi che si trovava ad avere, non sarebbe mai più tornata  a vincere. “Invece vinse”, gli ha appena rinfacciato D’Alema in una lunga intervista attribuendosi  il merito della sconfitta elettorale subita nel 2006 da Berlusconi. Che però-va ricordato anche questo- si prese dopo soli due anni la rivincita, per quanto l’ultima del centrodestra a sua conduzione.

          E’ impressionante, a pensarci bene, il pendolo della sostanziale ingovernabilità di questo Paese da una trentina d’anni a questa parte, pur nel passaggio da un’edizione all’altra della Repubblica.  E dubito che possa bastare un mare o- ripeto- un oceano di sardine a cambiare la situazione.

 

 

 

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