Se in Sicilia si contano più le stelle che i voti

Con l’ottimismo impostogli dal ruolo di dirigente del partito di appartenenza di Nello Musumeci, che tenta per la terza volta l’elezione a governatore della Sicilia, stavolta a ranghi uniti del centrodestra, anche se non serrati, l’ex ministro della Difesa Ignazio La Russa ha assicurato di disporre di sondaggi che attribuiscono all’amico dieci punti di vantaggio su Giancarlo Cancelleri. Che è il candidato del movimento 5 Stelle.

Degli altri corridori, non c’è quasi traccia negli appunti di La Russa. La sinistra -si vedrà se per fortuna o sfortuna del centrodestra- si è messa fuori gioco da sola nella corsa al governatorato dividendosi in due candidati a perdere: Fabrizio Micari, il rettore dell’Università di Palermo proposto a Matteo Renzi dal sempiterno sindaco Leoluca Orlando, e Claudio Fava. Per la cui corsa si è degnato a scendere in Sicilia Massimo D’Alema in persona per dargli una mano non a vincere, ma a sorpassare il renziano Micari nella parte bassa della classifica, o graduatoria. Ognuno ha i suoi gusti.

Pur nel suo ottimismo La Russa ha ammesso che un aiuto a Cancelleri potrebbe venire nelle urne dagli elettori  siciliani di sinistra attratti non dalla rissa interna, e dalla smania di D’Alema di dare un’altra “lezione” delle sue a Renzi, dopo la botta referendaria di quasi un anno fa. Costoro potrebbero privilegiare il desiderio di impedire la vittoria all’odiato Silvio Berlusconi, sceso di persona nell’isola per prenotare la vittoria nell’altra corsa che attende la sua coalizione: quella dell’anno prossimo per il rinnovo delle Camere con la nuova legge elettorale, appena firmata e promulgata dal presidente della Repubblica. Altro modo per impedire la vittoria all’uomo di Arcore, e fargli passare anche la voglia di rifare con Renzi dopo le elezioni nazionali un nuovo Patto del Nazareno, non c’è che votare per Cancelleri governatore e per i candidati di sinistra a consiglieri regionali, come consentono le regole isolane. Che la sinistra dalemiana -guarda caso- avrebbe voluto introdurre anche nella legge con cui saranno elette le Camere.

I grillini naturalmente ci sperano, pur mettendo nel conto la possibilità di conquistare un governatorato dimezzato, senza una maggioranza nel Consiglio Regionale: cosa che li obbligherebbe dopo le elezioni a cercare alleati nel Palazzo dei Normanni, in deroga al rifiuto di contaminarsi con  i partiti concorrenti. D’altronde, già nella loro solitudine orgogliosa i pentastellati si stanno alleando ai compromessi e alle mediazioni  gestendo ogni giorno i contrasti al proprio interno. E’ ciò che accade nei Comuni dove già governano grazie all’aiuto ottenuto nei ballottaggi coi candidati della sinistra dagli elettori di destra. In Sicilia, non a caso la terra di Luigi Pirandello, avverrebbe il contrario.

La Russa, sempre lui, ha attribuito agli elettori siciliani di sinistra la capacità di dimezzare ma non di annullare le distanze fra il suo Musumeci e Cancelleri. Da dieci i punti di distacco scenderebbero a cinque: uno per ciascuna delle stelle del movimento grillino. Vedremo. Non resta che contare le stelle, oltre ai voti, nel cielo di un’isola che d’altronde ne ha viste di tutti i colori.

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net il 5 novembre 2017 col titolo: Elezioni in Sicilia, come si sono mossi Berlusconi, D’Alema, Grillo e Renzi

Lo sbarco di Staino alla Stampa, dopo Avvenire

E bravo Sergio Staino. E’ approdato anche alla Stampa, di sabato, dopo l’approdo domenicale all’Avvenire, fra la sorpresa e le proteste, fortunatamente inutili, del poco galante Galantino, segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana. Che sembra essersene fatta una ragione della striscia festiva dell’ultimo direttore dell’Unità alle prese col suo Gesù.

Berlusconi a sorpresa nel freezer della Procura di Firenze, e altrove

A Silvio Berlusconi, per chi non lo sapesse, è sempre piaciuto il caldo. E gli piace anche adesso, a 81 anni compiuti allegramente a fine settembre allenandosi alle campagne elettorali per le quali si sta ora spendendo, in Sicilia ma con lo sguardo rivolto anche altrove, in un modo che ha allarmato certi avversari. I quali, dandolo per morto o agonizzante, avevano quasi smesso di disinteressarsene, ed ora sono tornati a scriverne e a parlarne come ai vecchi tempi, con l’acredine al massimo volume.

Quando non ha il caldo a portata di mano, Berlusconi se lo cerca in tutti i modi. Si fa la lampada, si accosta al termosifone o al camino di turno, si imbacucca come un eschimese tirando fuori dall’armadio tutti gli abiti e accessori che gli regala l’amico Putin. O ricorre, l’infreddolito presidente di Forza Italia, ai vecchi passatempi fisici che pure gli hanno procurato tanti guai giudiziari ed economici, costringendolo ad una generosità dovuta alle sventurate bollate come prostitute solo per avere qualche volta cenato e giocato con lui, per ripetere le sue parole pronunciate davanti a inquirenti e giudici per spiegare bonifici e quant’altro.

In un contesto così caldo -ripeto- vi lascio immaginare la sgradevole sorpresa che l’ex presidente del Consiglio deve avere provato leggendo la spiegazione data da uno specialista di cose giudiziarie all’ennesima indagine in cui egli è incappato come presunto mandante delle stragi di mafia di quasi un quarto di secolo fa, servite a spianargli la strada come politico, secondo i nemici, mentre le cosiddetta prima Repubblica dei suoi amici Andreotti, Craxi e Forlani, in ordine rigorosamente alfabetico, cadeva giù a pezzi sotto le picconate della Procura della Repubblica di Milano.

Questo specialista, che forse la sa più lunga degli avvocati di Berlusconi, o riesce a farsi capire meglio di loro  da chi lo legge quotidianamente, ha demolito da par suo la convinzione dei soli ignoranti che uno sventurato incorso in una indagine alla fine archiviata -come è appunto accaduto per più di una volta all’ex presidente del Consiglio, sempre a proposito delle stragi mafiose di un quarto di secolo fa- abbia il sacrosanto diritto di sentirsi sollevato da un peso e di pensare ad altro.

Nossignore. “Quando un’inchiesta viene archiviata -ha scritto lo specialista- gli indagati non sono assolti. Finiscono nel freezer, in attesa di essere scongelati in presenza di fatti nuovi”, come l’intercettazione di qualche ergastolano autore dei reati di cui si sono occupati gli inquirenti che dispongono del freezer, e possono quindi togliere e rimettere i malcapitati di turno.

“Se poi fatti nuovi non ne emergono -ha spiegato lo specialista, divulgatore quanto mai efficace dei codici e dei comportamenti di chi li deve applicare- non succede più nulla finché scatta la prescrizione”. Sì, la prescrizione: proprio quella cosa disgraziatamente prevista dalle leggi, anche se molti, persino fra i magistrati, ritengono vergognosa e altri si ripromettono di abolire se riusciranno mai a governare, come hanno appena annunciato i grillini.

“Ma qui -ha avvertito lo specialista riferendosi alla riapertura delle indagini a Firenze su Berlusconi- il reato è strage, che non si prescrive mai”. Per cui l’ex presidente del Consiglio si metta l’anima in pace e si rassegni, a dispetto del caldo che gli piace tanto, alla sorte assegnatagli di un congelato eccellente, e a vita, come i senatori nominati dal presidente della Repubblica, e i governatori della Banca d’Italia di una volta, e forse anche di oggi, dopo la conferma di Ignazio Visco.

Berlusconi è insomma un pacco di carne nel freezer giudiziario. O quella “mummia imbalsamata”, tipo Lenin nel mausoleo della piazza rossa di Mosca, che lo specialista di codici e magistrati, sempre lui, ha appena descritto scrivendo di Berlusconi, sempre lui, per il comizio fatto nel Teatro Politeama di Palermo.

Post scriptum- Lo specialista naturalmente è il direttore del Fatto Quotidiano, cioè Marco Travaglio. E chi sennò ?

L’assordante silenzio dei renziani su Berlusconi mandante di stragi

Visto  il destino fallimentare che anche uno specialista ed estimatore delle toghe come Marco Travaglio  ha definito “probabile” scrivendo delle nuove indagini aperte dalla Procura di Firenze su Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri come mandanti delle stragi di mafia compiute nel biennio 1992-93, le reazioni politiche sono sono più importanti e significative dell’annuncio dell’ennesima inchiesta giudiziaria sui fondatori di Forza Italia.

Abituati ormai alla musica delle Procure, e convinti forse non a torto di poterne ricavare addirittura vantaggi elettorali sia in Sicilia, dove si voterà fra qualche giorno, sia in tutta Italia, dove si voterà fra poco più di quattro mesi per il rinnovo delle Camere, Berlusconi e i suoi amici, oltre ai legali, hanno fatto spallucce o poco più. Ed hanno strappato solidarietà agli alleati di centrodestra pur insofferenti della leadership dell’ex presidente del  Consiglio.

Quando indagini e processi diventano troppi, diminuiscono gli indignati e aumentano gli scettici. Sorprende che non se ne rendano conto i magistrati,  che finiscono per diventare loro i più danneggiati perdendo credibilità. Che per un giudice, ma anche per un pubblico ministero dovrebbe essere il primo bene da tutelare.

Le reazioni dei grillini sono state a dir poco grottesche, essendosi tradotte nella protesta contro il solito “sistema informativo”. Che avrebbe dato più risalto alle bagatelle dei loro amministratori e militanti locali, alle prese crescenti con tribunali e dintorni, o alla loro allegra prenotazione di un rogo per il capogruppo del Pd alla Camera Ettore Rosato, che alle vicende giudiziarie di Berlusconi.

Da sinistra invece, fatta eccezione per l’ex presidente della Camera Luciano Violante, affrettatosi a definire “singolare” la decisone dei suoi ex colleghi magistrati di correre appresso all’ergastolano di mafia Giuseppe Graviano, intercettato in carcere mentre parla o allude a Berlusconi mandante delle stragi guardando verso l’obiettivo nascosto che lo ritraeva, si è levato un silenzio assordante.

Neppure Matteo Renzi e i suoi amici, che si vantano di essere garantisti, specie da quando hanno cominciato a sperimentare di persona gli inconvenienti di una giustizia alquanto garibaldina e invasiva, per non dire politicizzata, hanno avvertito il bisogno o l’opportunità di esprimere un dubbio, magari fermandosi all’osservazione di Violante e condividendola.

Al massimo, si è sentito qualche amico del segretario del Pd -per esempio, Emanuele Fiano e Stefano Esposito- esprimere preoccupazione per il vantaggio elettorale che Berlusconi potrebbe ricavare dall’ennesimo assalto giudiziario, che potrebbe farlo apparire come un perseguitato: apparire, quindi, non essere.

Evidentemente, già sospettati o accusati dai loro concorrenti a sinistra, peggiori degli avversari  secondo regole e abitudini dei fratelli coltelli, di coltivare progetti di governo e di maggioranza con Berlusconi dopo le elezioni, hanno chiuso le finestre e non si sono neppure affacciati sulla strada delle polemiche sulle nuove indagini di Firenze, o sulle vecchie già chiuse con l’archiviazione ma riaperte, per arrivare ai mandanti delle stragi mafiose di più di 25 anni fa.

Non è stato, quello dei renziani, francamente uno spettacolo confortante, almeno per quanti avevano pensato ch’essi fossero di una pasta davvero diversa dai loro predecessori in tema di rapporti fra politica e magistratura. Li trattiene evidentemente la stessa paura che hanno sempre avuto di rivisitare, diciamo così, la vicenda di Bettino Craxi. Che pure ne anticipò i tentativi di modernizzare la sinistra. Essi hanno lasciato che fosse il loro avversario ormai giurato Massimo D’Alema a parlare dell’ultimo leader socialista, sia pure dopo più di diciassette anni dalla morte, come di uno “statista”, per giunta contrapposto proprio a Renzi, considerato un mezzo infiltrato della destra  nel Pd.

 

 

Pubblicato su ItaliaOggi il 3 novembre 2017

Travaglio ricorda la “brusca” fine delle stragi mafiose con Berlusconi al governo

È stato evidentemente irresistibile, al solito, il richiamo della foresta giustizialista, e in più antiberlusconiana. Marco Travaglio, pur consapevole che “l’esito più probabile dell’ennesima inchiesta sui mandanti occulti delle stragi” mafiose di più di 25 anni fa “è lo stesso di quelle precedenti: l’archiviazione”, ha sparato a pallettoni, fortunatamente solo di carta, contro Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Sui quali la Procura di Firenze, stimolata da carte inviate da Palermo, ha chiesto e ottenuto dal giudice di tornare ad indagare, appunto, sui presunti pupari dei mafiosi che fra il 1992 e il 1993 “insanguinarono l’Italia, da Firenze a Milano e a Roma, uccidendo 10 innocenti -ha ricordato il direttore del Fatto Quotidiano- e ferendone altre decine, abbattendo basiliche e musei e aprendo la strada al primo governo B”.

B naturalmente, tanto per risparmiare qualche battuta nella stesura dell’articolo, e nella lettura al pubblico che aveva fretta di arrivare alla conclusione, è Berlusconi. Il quale pertanto arrivò a Palazzo Chigi non tanto per avere vinto libere e regolari elezioni, in competizione col cartello dei progressisti, guidati dall’ultimo segretario del Pci Achille Occhetto, e dei centristi raccoltisi attorno a Mario Segni, quanto per il terrore seminato dalla mafia. Che avrebbe concesso con i suoi attentati, e col sangue degli altri, quella “bella cosa” chiesta, o fatta chiedere, a uomini come Giuseppe Graviano, arrestato peraltro proprio nel 1994 e condannato a un po’ di ergastoli anche per quelle stragi

È stato proprio Graviano che nella primavera dell’anno scorso, parlando con un compagno d’aria, diciamo così, e guardando curiosamente in direzione della telecamera nascosta che lo riprendeva su ordine della Procura di Palermo, si è vantato della “bella cosa” -ripeto- chiesta da Berlusconi. Il cui nome, tuttavia, non è risultato chiaro a tutti i periti che hanno ascoltato l’intercettazione depositata dai pubblici ministeri di Palermo al processo in corso in quella città da tempo ormai immemorabile sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia nella stagione delle stragi.

Purtroppo, per i pubblici ministeri siciliani, al processo di Palermo non hanno potuto saperne di più perché quel furbacchione di Gaviano, forse per condurre meglio un’azione di “ricatto” sospettata anche dal Fatto Quotidiano nel titolo di prima pagina di ieri, ha taciuto ai giudici avvalendosi della facoltà di non rispondere come imputato di procedimenti connessi. Ma per loro fortuna e avvedutezza i pubblici ministeri di Palermo hanno informato del loro materiale anche le Procure delle altre città investite dalle stragi. E quella di Firenze, pur avendo dovuto archiviare negli anni passati due inchieste analoghe nate da dichiarazioni di altri pentiti di mafia, non si è lasciata scappare l’occasione per confermare il vecchio detto popolare che non c’è due senza tre.

In verità, a Firenze avrebbero potuto anche aspettare qualche giorno per evitare che l’annuncio della nuova inchiesta, o la riapertura delle vecchie, coincidesse con gli ultimi giorni della campagna elettorale in Sicilia per il rinnovo dell’amministrazione regionale, cui partecipa personalmente proprio Berlusconi a sostegno del candidato della sua parte politica a governatore dell’isola. E vi partecipa come antipasto della campagna elettorale nazionale che, per quanto in corso di fatto da circa un anno, cioè dalla sconfitta referendaria di Matteo Renzi sulla riforma costituzionale, si aprirà formalmente fra un paio di mesi per il rinnovo delle Camere.

Mi rendo tuttavia conto, per quanto spiacevole sia la coincidenza, tradotta spesso nell’immagine della “giustizia ad orologeria”, che in Italia -fortunatamente per certi versi- si vota ogni anno, e quasi in ogni stagione,. Lo ha più volte fatto notare, a sostegno dei suoi colleghi, giudici o inquirenti che siano, l’ex segretario dell’associazione nazionale dei magistrati Percamillo Davigo. Pertanto a Firenze potrebbero sentirsi pure offesi a sentirsi contestare i tempi della loro iniziativa, e persino scaricare la responsabilità della coincidenza ai giornali che hanno dato una notizia segreta, imbeccati dal solito uccel di bosco.

Anche questo ormai è uno scenario abituale, al quale non c’è giornalista che possa rivoltarsi o eccepire qualcosa senza essere scambiato o per un invidioso dei più fortunati o bravi concorrenti o un traditore della professione. È ciò che ha sempre fatto e scritto in difesa dei suoi scoop giudiziari Travaglio, che coerentemente -va detto- si è complimentato questa volta con i colleghi del Corriere della Sera e di Repubblica preferiti, diciamo così, dall’uccello di bosco di turno.

In un empito di generosità verso gli inquirenti fiorentini il direttore del Fatto Quotidiano ha loro offerto un contributo non so se più semplicemente di cronista o più presuntuosamente di storico: un contributo di conoscenza o di analisi, come preferite, per capire fatti e circostanze su cui sulle rive dell’Arno si sta indagando.

Appena arrivato B a Palazzo Chigi- ha scritto in un inciso del suo editoriale di ieri Travaglio, mettendolo fra due parentesi- vi fu “la brusca fine della stagione stragista”. Pensate un po’: brusca, non con la maiuscola di un altro famoso pentito di mafia, ma con la minuscola dell’aggettivo che indica, come leggo sul dizionario della lingua italiana di Giacomo Devoto e Gian Carlo Oli, una persona mancante di tatto e di riguardo.

Meno sospetta per gli antiberlusconiani di professione, e più utile paradossalmente all’allora presidente del Consiglio, e perdurante leader del centrodestra, al netto della concorrenza che gli fa Matteo Salvini, sarebbe stata dopo il suo arrivo alla guida del governo una fine graduale delle stragi mafiose: una ogni anno, per cominciare, e poi ogni due, e poi ancora ogni tre.

Ma cessarle così, di colpo, mentre peraltro venivano catturati i vari Graviano e, più in alto ancora, Riina e Provenzano, no. Questo, i mafiosi non dovevano proprio farlo a Travaglio, ai suoi lettori e ai suoi estimatori, togati e non.

Ne’ dovevano farla tanto sporca a Travaglio  il Matteo Renzi oggi in carica al vertice del maggiore partito della sinistra e tutti i suoi predecessori, ora in parte avversari, che non hanno mai voluto costituire -ha lamentato il direttore del Fatto Quotidiano- il necessario “Comitato di liberazione nazionale da Berlusconi”, e dai ricatti suoi e della mafia. Ma chi e quando si deciderà invece a liberarci dai giustizialisti e dai loro ricatti  moralistici? Del  moralismo di un tanto al chilo.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio del 2-11-2017

La collaborazione di Travaglio alle nuove indagini su Berlusconi

Il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, ha rapidamente recuperato lo spazio perduto bucando, una volta tanto, una notizia giudiziaria evasa dalla Procura di Firenze, a vantaggio stavolta del Corriere della Sera e di Repubblica. Che hanno svelato i nomi, a quanto pare, secretati con i quali in quella Procura sono stati iscritti nel registro degli indagati Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, peraltro già indagati e archiviati, sempre da quelle parti, per gli stessi sospetti alimentati da pentiti di mafia.

Il pentito di turno è questa volta l’ergastolano Giuseppe Graviano. Che, intercettato l’anno scorso in carcere con un compagno d’aria, ha incuriosito i pubblici ministeri del processo in corso da anni a Palermo sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia, promossa o subìta, secondo le varie opinioni, per fermare o scongiurare le stragi che insanguinarono l’Italia nel biennio 1992-1993.

In particolare, i pm hanno trovato nelle parole di Graviano, pur controverse all’orecchio dei periti che le hanno ascoltate, né chiarite dallo stesso Graviano, sottrattosi alle domande dei giudici di Palermo in una udienza del processo, spunti utili- a loro avviso- a indagare come mandanti delle stragi di 25 anni fa il fondatore e l’ideatore di Forza Italia.

Fra le Procure alle quali i pubblici ministeri di Palermo hanno mandato cautelativamente le carte dell’intercettazione di Graviano, rivelando a torto o a ragione il timore di non trovare nel processo in corso nella capitale siciliana tutto l’ascolto necessario, quella di Firenze è stata la più solerte ad attivarsi, per quanto -ripeto- fossero andate a vuoto altre indagini nella stessa direzione svolte in passato.

Ma veniamo adesso al recupero, come l’ho definito, di Marco Travaglio. Che nel riprendere e commentare il buco rimediato a Firenze, e nell’elogiare la bravura dei giornalisti concorrenti, ha in qualche modo fornito una sua collaborazione alle indagini dei magistrati toscani “per la mattanza -ha scritto- che insanguinò l’Italia da Firenze a Milano e a Roma, uccidendo 10 innocenti e ferendone altre decine, abbattendo basiliche e musei, e aprendo la strada al primo governo B”. Cioè al primo governo formato da Silvio Berlusconi dopo le elezioni del 1994, vinte alla guida di una coalizione pur eterogenea, cui partecipavano nel Centro-Sud la destra di Gianfranco Fini e al Nord Umberto Bossi, che diceva di Fini peste e corna. E che dello stesso Berlusconi parlava sfottendolo col soprannome di Berluscaz, facendo inutilmente sperare Eugenio Scalfari che il capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro, al singolare, mai gli desse l’incarico di presidente del Consiglio. Ma il singolare deluse il plurale, accontentandosi l’allora presidente della Repubblica di accompagnare l’incarico a Berlusconi con una lettera inusuale di indirizzo politico.

La collaborazione di Travaglio alle indagini fiorentine sta in un inciso di carattere che forse lui riterrà storico e di cui ha mostrato, a torto o a ragione, di temere che gli inquirenti non tengano abbastanza conto nel loro lavoro. L’inciso, tra  due parentesi, è questo: alla nascita del “primo governo B (seguì la brusca fine della stagione stragista)”. Chiaro, no? L’obiettivo di fare arrivare Berlusconi a Palazzo Chigi era stato raggiunto, per cui la mafia smise spontaneamente di fare stragi, non perché polizia e magistratura avessero voluto e saputo disarmarla catturando i vari Riina e Provenzano negli anni successivi, alle spalle dei vari governi B, scriverebbe forse Travaglio, o con la loro collaborazione traditrice, come dicono i pentiti alla Graviano. Cui lo stesso giornale di Travaglio attribuisce, nel titolo di prima pagina dedicato alle nove indagini fiorentine, “ricatti” e non solo notizie.

La ciliegina sulla torta dei contributi di Travaglio alle indagini di Firenze è costituita dalla “cattiveria” di giornata, come si chiama una rubrichetta di prima pagina del Fatto Quotidiano che vorrebbe conciliare la pancia col cervello. Eccola la “cattiveria” della festa di Ognissanti: “Berlusconi indagato come presunto mandante delle stragi del 1993. Ghedini replica: “lui è solo l’utilizzatore finale”. Come l’avvocato di Berlusconi disse dei rapporti del suo cliente con le donne che gli portava a casa un amico di Bari. Le bombe, insomma, come le mignotte, dicono a Roma. 

La festa di Ognissanti anticipata sul Corriere da Ignazio Visco

Oltre a coincidere, sfortunatamente, col centenario della disfatta di Caporetto, che ha in qualche modo indotto a paragonare i soldati italiani morti, feriti e sbandati con la popolazione civile sotto il fuoco degli austriaci ai risparmiatori dei giorni nostri, che ancora contano le perdite subite nelle banche dove avevano incautamente depositato e/o investito i loro denari contando su un’adeguata e severa vigilanza dovuta dalla Banca d’Italia, la Giornata del Risparmio ha preceduto la celebrazione della festa di Ognissanti.

Se n’è accorto Giannelli, che ha regalato ai lettori sulla prima pagina del Corriere della Sera una vignetta migliore, almeno per i gusti di chi scrive, di un editoriale, con la la lodevole tolleranza del direttore Luciano Fontana. E forse con la delusione di chi è abituato a passare davanti alla sede di Bankitalia, a Roma, inchinandosi o scattando sull’attenti, e correndo in redazione a scrivere il solito pezzo di ossequio all’autonomia e all’indipendenza dell’ex istituto di emissione. Dove tutti si sentono santi già in vita, convinti quindi di avere prenotato il Paradiso, come in certe aule di tribunale e in certi uffici giudiziari.L

Ora si sciacquano in Arno i panni dell’ergastolano di mafia Graviano

Se Alessandro Manzoni andò a Firenze per “sciacquare in Arno i panni” dei suoi Promessi Sposi, come scrisse alla madre ritenendo che in riva a quel fiume si parlasse il migliore italiano possibile, gli storici delle stragi mafiose del biennio 1992-93 sono costretti di tanto in tanto a tornarvi per sapere una buona volta per sempre se ad ordinarle furono addirittura Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. Che, costruito in tutta fretta il loro partito col grido e il nome sportivo di Forza Italia, avrebbero chiesto e ottenuto dalla mafia il “regalo” di un po’ di attentati per dare il colpo di grazia alla cosiddetta prima Repubblica morente del morbo di Tangentopoli. E infatti – pensano i suoi avversari- Berlusconi vinse le elezioni anticipate del 1994, sottraendosi poi alla riconoscenza che la mafia si aspettava, per cui ora starebbe facendo i conti con i delusi o i traditi.

Un’indagine su questa ricostruzione della storia d’Italia attribuita ultimamente all’ergastolano di mafia Giuseppe Graviano, intercettato nella primavera del 2016 a colloquio con un suo compagno d’aria, è stata riaperta proprio a Firenze. Riaperta, perché sempre lì, sulle rive dell’Arno, hanno archiviato storie analoghe raccontate o attribuite ai pentiti di mafia Salvatore Cancemi e Gaspare Spatuzza. Ora si riprova con Graviano, appunto, che però qualche giorno fa, a proposito della stessa intercettazione di cui si stanno occupando a Firenze, si è rifiutato di rispondere al processo in corso a Palermo sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia, sempre lei, e sempre in quegli anni.

Quello di Palermo, specie dopo l’assoluzione  già rimediata da alcuni imputati o col rito abbreviato o in altra sede, è ormai un processo in sonno mediatico. Le sue udienze sono raccontate sempre da meno giornali, e da cronisti sempre più annoiati, per quanto sforzi compiano i pubblici ministeri di ravvivarlo: cosa che hanno fatto proprio con l’intercettazione di Graviano, dall’ascolto e dalla interpretazione controversa, a dire il vero, ma ugualmente mandata a tutti gli uffici giudiziari occupatisi delle stragi compiute in varie parti d’Italia e interessati quindi a saperne di più.

Una volta critici e dubbiosi avrebbero parlato di giustizia e indagini “a orologeria” per la loro coincidenza con passaggi elettorali, e col sospetto quindi ch’esse potessero o addirittura dovessero servire a danneggiare l’indagato o l’imputato impegnato direttamente o anche indirettamente nella competizione di turno. E Berlusconi lo è sia nella campagna elettorale per il voto siciliano di domenica prossima, 5 novembre, sia nella campagna elettorale per il voto politico nazionale previsto per il 4 marzo  dell’anno prossimo, o per qualche altra domenica successiva.

Adesso neppure più Berlusconi parla delle sue vicende giudiziarie con l’orologio in mano, bastando e avanzando il solo annuncio di un’altra indagine a suo carico per rafforzarne l’immagine di perseguitato. Non escludo pertanto che egli, forse trattenuto solo dal rispetto per l’amico Dell’Utri, già in carcere, non si decida a complimentarsi nelle prossime ore con gli inquirenti fiorentini per l’aiuto che involontariamente gli stanno dando in Sicilia e altrove.

 

 

Pubblicato da ItaliaOggi il 1° novembre 2017 col titolo: La solita ribollita contro Berlusconi

La festa del risparmio fra le celebrazioni centenarie di Caporetto

La giornata del risparmio, festeggiata quest’anno con particolare partecipazione da Ignazio Visco, appena confermato governatore della Banca d’Italia, coincide sfortunatamente con le celebrazioni, di cui sono pieni da una settimana i giornali e le trasmissioni televisive, del centenario della disfatta di Caporetto.

E’ una coincidenza sfortunata perché in qualche modo accomuna i nostri poveri soldati di cento anni fa, costretti alla ritirata o alla morte, spesso per fucilazione come traditori, ai risparmiatori che hanno dovuto più o meno recentemente gli effetti della cattiva gestione delle banche alle quali avevano affidato i loro denari. E su cui è ormai assodato che la vigilanza della Banca d’Italia è stata tanto zoppicante da avere indotto il presidente della commissione parlamentare d’inchiesta, Pier Ferdinando Casini, a lamentare “troppe ambiguità e complicità”. E siamo solo agli inizi dell’indagine parlamentare, che non è detto sia destinata a finire con lo scioglimento delle Camere, per conclusione ordinaria della legislatura, perché lo stesso Casini ha preannunciato di voler chiedere ai presidenti delle assemblee di lasciar lavorare la commissione anche nei due mesi e più che trascorreranno dallo scioglimento alle elezioni all’insediamento del nuovo Parlamento.

Sarebbe strano se ciò non fosse permesso, anche se esiste obiettivamente il pericolo di un incrocio alquanto tossico fra i lavori della commissione inquirente, le inevitabili fughe di notizie e la campagna elettorale. D’altronde, se si fosse voluto tener conto di questo rischio, denunciato dallo stesso Casini quando criticò, inascoltato, le proposte d’inchiesta parlamentare, si sarebbe dovuto fare a meno di approvare la legge istitutiva della commissione. Non si può avere la botte piena e la moglie ubriaca, come dice un vecchio per quanto ambiguo proverbio.

Resta ora da vedere se Ignazio Visco, prima orientato -secondo indiscrezioni non smentite- a non rendersi disponibile ad una conferma e poi convertitosi all’ipotesi contraria per reazione agli attacchi rivoltigli anche dal segretario del partito di maggioranza, è destinato a rimanere il generale Luigi Cadorna della disfatta di Caporetto o a diventare, strada facendo, nello svolgimento del suo secondo mandato, il generale Armando Diaz. Che portò le truppe italiane alla riscossa e uscì dalla guerra come il Duca della Vittoria.

Sarebbe una miracolosa trasposizione di persone, ma la politica -si sa- è capace di questo e di altro. E non è detto che la politica sia solo quella fatta dai politici. E’ spesso politica anche quella che fanno gli estranei, comprese le cosiddette autorità o istituzioni di garanzia: dal presidente della Repubblica alla Corte Costituzionale, e al governatore della Banca d’Italia. E’ politica tutto ciò che si fa con effetti sui cittadini che -unici davvero- debbono subire. E non sono abilitati ad eleggere né il capo dello Stato, né i giudici costituzionali, né il vertice di Bankitalia, né gli amministratori delle banche alle quali affidano i loro risparmi.

Politica e Bankitalia tra fuochi veri e fatui

Il fuoco vero in Val di Susa e quello metaforico che avvolge le campagne elettorali di Sicilia e d’Italia, la prima arrivata all’ultima settimana, votandosi nell’isola domenica prossima, e la seconda destinata purtroppo a protrarsi ancora per più di quattro mesi, pur essendo cominciata l’anno scorso, il giorno dopo la sconfitta personale e politica di Matteo Renzi nel referendum sulla riforma costituzionale, hanno distolto l’attenzione dall’affare Bankitalia. O dall’affare Ignazio Visco, come sarebbe forse meglio chiamarlo nonostante sia riuscito, con l’impulso dei presidenti della Repubblica e l’avallo del presidente del Consiglio dei Ministri, il tentativo dell’establishment finanziario di identificare il raddoppio del mandato del governatore con la difesa dell’autonomia dell’’istituto di via Nazionale. Dove però l’incendio è stato circoscritto, non domato perché è rimasta tra i piedi dei pellegrini e fedeli di Bankitalia la commissione parlamentare d’inchiesta da poco insediata e presieduta da un giovane veterano -scusate l’ossimoro- della politica che è Pier Ferdinando Casini. Sulla cui costanza credo che abbia scommesso il segretario del Pd Matteo Renzi quando, sollevato il caso di un governatorato che rischiava, e rischia, di tornare ad essere a vita con la conferma di Visco, ha ingoiato il rospo appunto del rinnovo, limitandosi a sottolineare la sua estraneità alla decisione spettante agli inquilini di Palazzo Chigi e del Quirinale.

Franco Bechis, vidirettore di Libero, fra i pochi giornalisti che quando si trovano a passare a Roma per via Nazionale non scattano sull’attenti  per fortuna davanti alla sede della Banca d’Italia, e non corrono  d’istinto in redazione a tradurre in qualche articolo la loro devozione per il santuario del pur ex istituto di emissione, ha scritto così del governatore appena confermato e di  Casini: “Proverà a fargli da scudo il presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario, che però non ha le spalle così robuste per garantirlo”.

Ma è proprio sicuro Bechis che Casini abbia davvero voglia, dietro la gentilezza e persino l’allegria che suole riservare a tutti quelli con i quali ha rapporti, persino dopo polemiche e rotture, come nel caso di Silvio Berlusconi, di coprire ad ogni costo Visco, magari non riuscendovi solo per non avere le spalle “abbastanza grosse”? Io ci andrei più cauto. E per due motivi.

Il primo motivo sta nella fretta con la quale il presidente della commissione parlamentare d’inchiesta, consapevole di avere poco tempo a disposizione in una legislatura ormai agli sgoccioli, ha comunicato di voler chiedere, o ha già chiesto ai presidenti di Camera e Senato di autorizzare la prosecuzione del lavoro anche quanto interverrà il decreto di scioglimento delle due assemblee per esaurimento della legislatura, cioè tra la fine di dicembre e i primi giorni di gennaio, in modo da far votare gli italiani a marzo. Sarà difficile dirgli di no, specialmente a Pietro Grasso, che si è appena lamentato, dimettendosi dal Pd, della “violenza”  esercitata sul suo Senato col ricorso del governo alla fiducia sulla nuova legge elettorale. Sarebbe violenza anche quella del diniego ad una commissione d’inchiesta di lavorare sino a quando non si saranno insediate le nuove Camere.

Il secondo motivo per cui non credo che Casini non abbia, come dice Bechis, “le spalle” adeguate alle circostanze, sta nel modo abbastanza deciso in cui egli ha risposto ad una intervista a Repubblica a proposito dell’inchiesta sul sistema bancario appena dopo la conferma di Visco a governatore.

Non solo Casini ha ribadito la convinzione che la sorveglianza della Banca d’Italia sugli istituti di credito saltati in aria con i risparmi dei loro sfortunati clienti sia stata assai carente, caratterizzataèì da “troppe anomalie e complicità”. Egli si è anche rifiutato di commentare con la soddisfazione che forse si aspettava o cui mirava l’intervistatore il rinnovo del mandato del governatore, puntando magari sul fatto che il presidente della commissione aveva auspicato, di fronte alle polemiche sollevate da Renzi, una rapida decisione.

“Dare un giudizio sulla conferma del governatore -ha detto Pier Ferdinando Casini, non a caso chiamato dagli amici anche Pierfurby- prefigurerebbe già un giudizio chiaro su quel che accerteremo”. E con ulteriore dose di astuzia, coprendo in qualche modo Renzi dagli attacchi piovutigli addosso per le critiche e gli attacchi a Visco, il presidente della commissione parlamentare d’inchiesta ha concluso: “Tutto sommato, mi sembra che anche in altri paesi- penso gli Stati Uniti d’America- le nomine ai vertici delle autorità di vigilanza provochino intensi dibattiti politici”.

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