Politica e Bankitalia tra fuochi veri e fatui

Il fuoco vero in Val di Susa e quello metaforico che avvolge le campagne elettorali di Sicilia e d’Italia, la prima arrivata all’ultima settimana, votandosi nell’isola domenica prossima, e la seconda destinata purtroppo a protrarsi ancora per più di quattro mesi, pur essendo cominciata l’anno scorso, il giorno dopo la sconfitta personale e politica di Matteo Renzi nel referendum sulla riforma costituzionale, hanno distolto l’attenzione dall’affare Bankitalia. O dall’affare Ignazio Visco, come sarebbe forse meglio chiamarlo nonostante sia riuscito, con l’impulso dei presidenti della Repubblica e l’avallo del presidente del Consiglio dei Ministri, il tentativo dell’establishment finanziario di identificare il raddoppio del mandato del governatore con la difesa dell’autonomia dell’’istituto di via Nazionale. Dove però l’incendio è stato circoscritto, non domato perché è rimasta tra i piedi dei pellegrini e fedeli di Bankitalia la commissione parlamentare d’inchiesta da poco insediata e presieduta da un giovane veterano -scusate l’ossimoro- della politica che è Pier Ferdinando Casini. Sulla cui costanza credo che abbia scommesso il segretario del Pd Matteo Renzi quando, sollevato il caso di un governatorato che rischiava, e rischia, di tornare ad essere a vita con la conferma di Visco, ha ingoiato il rospo appunto del rinnovo, limitandosi a sottolineare la sua estraneità alla decisione spettante agli inquilini di Palazzo Chigi e del Quirinale.

Franco Bechis, vidirettore di Libero, fra i pochi giornalisti che quando si trovano a passare a Roma per via Nazionale non scattano sull’attenti  per fortuna davanti alla sede della Banca d’Italia, e non corrono  d’istinto in redazione a tradurre in qualche articolo la loro devozione per il santuario del pur ex istituto di emissione, ha scritto così del governatore appena confermato e di  Casini: “Proverà a fargli da scudo il presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario, che però non ha le spalle così robuste per garantirlo”.

Ma è proprio sicuro Bechis che Casini abbia davvero voglia, dietro la gentilezza e persino l’allegria che suole riservare a tutti quelli con i quali ha rapporti, persino dopo polemiche e rotture, come nel caso di Silvio Berlusconi, di coprire ad ogni costo Visco, magari non riuscendovi solo per non avere le spalle “abbastanza grosse”? Io ci andrei più cauto. E per due motivi.

Il primo motivo sta nella fretta con la quale il presidente della commissione parlamentare d’inchiesta, consapevole di avere poco tempo a disposizione in una legislatura ormai agli sgoccioli, ha comunicato di voler chiedere, o ha già chiesto ai presidenti di Camera e Senato di autorizzare la prosecuzione del lavoro anche quanto interverrà il decreto di scioglimento delle due assemblee per esaurimento della legislatura, cioè tra la fine di dicembre e i primi giorni di gennaio, in modo da far votare gli italiani a marzo. Sarà difficile dirgli di no, specialmente a Pietro Grasso, che si è appena lamentato, dimettendosi dal Pd, della “violenza”  esercitata sul suo Senato col ricorso del governo alla fiducia sulla nuova legge elettorale. Sarebbe violenza anche quella del diniego ad una commissione d’inchiesta di lavorare sino a quando non si saranno insediate le nuove Camere.

Il secondo motivo per cui non credo che Casini non abbia, come dice Bechis, “le spalle” adeguate alle circostanze, sta nel modo abbastanza deciso in cui egli ha risposto ad una intervista a Repubblica a proposito dell’inchiesta sul sistema bancario appena dopo la conferma di Visco a governatore.

Non solo Casini ha ribadito la convinzione che la sorveglianza della Banca d’Italia sugli istituti di credito saltati in aria con i risparmi dei loro sfortunati clienti sia stata assai carente, caratterizzataèì da “troppe anomalie e complicità”. Egli si è anche rifiutato di commentare con la soddisfazione che forse si aspettava o cui mirava l’intervistatore il rinnovo del mandato del governatore, puntando magari sul fatto che il presidente della commissione aveva auspicato, di fronte alle polemiche sollevate da Renzi, una rapida decisione.

“Dare un giudizio sulla conferma del governatore -ha detto Pier Ferdinando Casini, non a caso chiamato dagli amici anche Pierfurby- prefigurerebbe già un giudizio chiaro su quel che accerteremo”. E con ulteriore dose di astuzia, coprendo in qualche modo Renzi dagli attacchi piovutigli addosso per le critiche e gli attacchi a Visco, il presidente della commissione parlamentare d’inchiesta ha concluso: “Tutto sommato, mi sembra che anche in altri paesi- penso gli Stati Uniti d’America- le nomine ai vertici delle autorità di vigilanza provochino intensi dibattiti politici”.

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