L’avviso di sfratto di Mattarella alle toghe “di scena”

Il monito del capo dello Stato Sergio Mattarella ai giovani magistrati esordienti a non scambiare la toga per “un abito di scena” potrebbe tradursi in un ordine di sfratto se il Consiglio Superiore della Magistratura, di cui lo stesso Mattarella è il presidente per disposizione costituzionale, avrà il coraggio, o solo il buon senso, come preferite, di trarne le conseguenze.

Penso, in particolare, allo sfratto che meritano quei magistrati accusati pochi giorni fa dal vice presidente dello stesso Consiglio Superiore della Magistratura, Giovanni Legnini, di dividersi con troppa disinvoltura e frequenza fra gli uffici o le aule dei tribunali dove amministrano la giustizia e i talk show. Che non vanno intesi -credo- solo come  spettacoli televisivi, con la frequentazione assidua dei salotti dei vari canali, pubblici e privati, ma anche come interviste ai giornali, partecipazione a convegni di partito e persino congressi, e via dicendo.

Lo sfratto dovrebbe essere quanto meno dal palcoscenico inteso in senso lato, da ordinare ogni volta se ne presenti l’occasione, a meno  che naturalmente i magistrati abituati per troppo tempo a dividersi fra tribunali e spettacoli non trovino il coraggio e il buon senso, sempre come preferite, di  scegliere da soli quale parte recitare per sempre risparmiando al Csm l’onere dello sfratto dalla magistratura.

Poiché Legnini è recentemente sbottato contro le toghe, diciamo così, di scena per reazione alle ultime, clamorose esternazioni televisive e giornalistiche di Percamillo Davigo, presidente di sezione della Corte di Cassazione, e non solo ex presidente dell’associazione nazionale dei magistrati, si può presumere che a Davigo, e alle sue abitudini, abbia voluto riferirsi anche il presidente della Repubblica parlando al Quirinale. E rimediando subito dal solito Michele Travaglio, sull’altrettanto solito Fatto Quotidiano, l’accusa di avere fatto un “fervorino” contro le toghe, e non contro i politici che ne minaccerebbero ogni giorno l’indipendenza, addirittura “insultandole e disarmandole”.

Da quelle parti, quelle cioè del Fatto, e dei partiti o delle correnti che vi si riconoscono, hanno già aperto una campagna preventiva in difesa di Davigo sospettando che “le legnate di Legnini” e quelle di Mattarella nascondano la volontà di sbarrargli l’accesso ai vertici della magistratura, essendosi avuta notizia della sua decisione di concorrere a tutte le cariche in via di rinnovo: presidente della Corte di Cassazione, procuratore generale e non so cos’altro.

Dipenderà probabilmente dall’esito di questa scalata ai vertici giudiziari anche la decisione che Davigo si è riservato di prendere per proporsi ai colleghi  nell’elezione del nuovo Consiglio Superiore della Magistratura, essendo prossimo alla scadenza quello in carica. A questa domanda, sulla partecipazione cioè all’elezione del nuovo Csm, Davigo ha reagito qualche giorno fa dicendo: “Non rispondo”.

E’ un osso duro, non c’è che dire, questo Davigo: in toga e in abito di scena, secondo le preferenze e le occasioni. Ma sotto la scorza della sua voce mai sopra le righe e della sua mitezza, anche Mattarella potrebbe rivelarsi un osso duro in questo e nel prossimo Consiglio Superiore della Magistratura, dove Davigo a tutto potrà aspirare fuorché alla carica-chiave di vice presidente, che spetta per Costituzione a un consigliere eletto dal Parlamento, non dalle toghe.

 

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Vi racconto l’avviso di sfratto di Mattarella alle  toghe da talk show

Contestato a Pisapia da Travaglio il reato di “ipergarantismo”

“Pisapia sfascia la sinistra”, titolava ieri il Fatto Quotidiano concludendo a modo suo la riscrittura della biografia dell’ex sindaco di Milano nella quale si è personalmente cimentato Marco Travaglio cominciando sabato scorso con un editoriale in cui gli dava del Forlano. Naturalmente, da Arnaldo Forlani, l’ex segretario della Dc difeso da Pisapia nelle aule dei tribunali negli anni di Tangentopoli, senza riuscire -notava Travaglio- a farlo assolvere. Oltre che “borghese un po’ agé”, una mezza calzetta da avvocato, quindi, lasciatosi in qualche modo corrompere interiormente dal suo cliente assumendone i presunti, peggiori difetti politici: il dire senza dire, il pensare una cosa e dirne un’altra, e via discorrendo.

Come sfasciasinistra, in verità, anche se Travaglio ha omesso di ammetterlo, Giuliano Pisapia non dovrebbe essere considerato un solitario da cronisti e analisti politici così attenti come si sentono al Fatto. Quel campo politico ormai è affollato di sfasciacarrozze, come sconsolatamente osserva spesso Emanuele Macaluso senza fare sconti a nessuno, come invece ne fanno Travaglio e amici. I quali hanno un debole, per esempio, per i giustizialisti, di ogni risma e colore, che difendono ogni volta che ne hanno l’occasione, perdonando loro tutto ciò che non perdonano proprio a Pisapia. Di cui Travaglio ha lamentato “l’ipergarantismo”, rinfacciandogli non solo i clienti scelti come avvocato ma anche tutte, o quasi, le scelte compiute da parlamentare, quando gli è capitato di esserlo nelle fila della Rifondazione Comunista di Fausto Bertinotti.

Si deve a lui -gli ha rimproverato Travaglio- il mancato arresto di quel pericoloso delinquente che sarebbe Marcello Dell’Utri prima della condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa: lo stesso reato per il quale la Cassazione ha dovuto recentemente dichiarare priva di effetto la sentenza emessa contro Bruno Contrada dopo la bocciatura della giustizia europea. Che si ripeterà con Dell’Utri quando anche il suo caso arriverà al pettine.

Si deve a Pisapia, ma non ho capito bene perché, il troppo poco tempo che trascorse in carcere Cesare Previti, dopo la condanna definitiva per corruzione in atti giudiziari, ottenendo di scontare il resto della pena ai cosiddetti servizi sociali.

Chissà, forse Pisapia non fece in tempo solo perché impegnato a fare il sindaco di Milano, e quindi distratto dalla professione forense, a risparmiare a Silvio Berlusconi i servizi sociali dopo la condanna definitiva, nell’estate del 2013, per frode fiscale e la decadenza da senatore con l’applicazione retroattiva, votata a scrutinio palese nell’aula di Palazzo Madama, della cosiddetta legge Severino.

Diabolico com’è, l’allora inquilino di Palazzo Marino sarebbe riuscito a trovare il modo per aiutare l’ex presidente del Consiglio, di cui sotto sotto Travaglio considera Pisapia un estimatore, al pari del solito Matteo Renzi. Che nello scenario post-elettorale del Fatto Quotidiano è già considerato l’alleato di Berlusconi in un nuovo governo delle larghe intese grazie alla rottamazione della sinistra cui si starebbe prestando appunto l’ex sindaco di Milano mandando a quel paese, o quasi, il dalemiano Roberto Speranza. Il quale dalle colonne del Corriere della Sera gli aveva appena intimato di accettare il calendario e tutto il resto del partito nato dalla scissione del Pd per costruire un’altra formazione ancora di antirenzismo esasperato, valutato dall’ex sindaco di Milano attorno al 3 per cento dei voti.

A Pisapia e altri compagni di partito allora all’opposizione Travaglio non perdona di essersi astenuti nel 2005 su una legge con la quale l’allora governo di Berlusconi cambiò i limiti di età per pensioni e promozioni dei magistrati consentendo che la carica di procuratore nazionale antimafia, da cui scadeva Pier Luigi Vigna, andasse a quell’intruso e abusivo di Pietro Grasso, l’attuale presidente del Senato, anziché a Gian Carlo Caselli. Per solidarietà col quale Grasso avrebbe dovuto rinunciare alla nomina e Pisapia, dal canto suo, alla convinzione espressa pubblicamente che non dovessero interessare più di tanto “i personalismi fra Vigna e Caselli”.

Nella ricostruzione della biografia del Pisapia “ipergarantista”, peraltro affiancato da un Bruno Tabacci liquidato domenica sul Fatto Quotidiano come il peggio della tradizione politica della Dc, Travaglio ha dimenticato -non so se più per pudore o per distrazione- il clamoroso passaggio del 2006.

Quello fu l’anno del secondo governo di Romano Prodi, oltre che dell’elezione di Fausto Bertinotti alla presidenza della Camera e di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica. Il bertinottiano Pisapia nel tradizionale gioco del totoministri era considerato in viaggio verso il Ministero di via Arenula: quello della Giustizia. La competenza di certo non gli mancava. Ma il suo garantismo, o ipergarantismo, come lo chiama Travaglio, fece insorgere dietro le quinte la potente corporazione giudiziaria, alla quale Prodi non ebbe il coraggio di dire no. E non se ne fece nulla.

Ai bertinottiani toccò solo, per il buon Paolo Ferrero, il Ministero della Solidarietà Sociale, considerato più pertinente ad una forza di sinistra. In compenso, il partito dell’allora presidente della Camera ottenne ben sette posti di sottosegretario, nessuno dei quali però -guarda caso- destinato al Ministero della Giustizia. Dove arrivò come titolare Clemente Mastella: si, proprio lui, il Mastella che dopo due anni, quando negli ambienti giudiziari si accorsero ch’egli riusciva a districarsi abbastanza bene fra le correnti delle toghe, con la furbizia e l’esperienza della Dc demitiana, sino a predisporre una buona disciplina delle intercettazioni, incappò -guarda caso- in uno scatenato capo procuratore della Repubblica della sua Campania sulla strada del pensionamento. Che trovò il tempo e la voglia di arrestargli la moglie, presidente del Consiglio regionale, e di mandarlo a processo come concussore, corrotto e quant’altro. Il bottino sarebbe stato un bel po’ di posti nel settore sanitario strappati dal partito di Mastella, l’Udeur, al governatore della regione Antonio Bassolino. Che però negava di avere subìto pressioni indebite.

Da quel colpo giudiziario e dalle conseguenti dimissioni di Mastella nacque una crisi di governo destinata a travolgere la legislatura e a provocare le elezioni anticipate, vinte dal centrodestra.

Mastella, familiari e amici hanno impiegato quasi dieci anni per essere assolti, ma Travaglio, che la sa sempre più lunga del diavolo, ha rovinato loro la festa avvertendo che contro Mastella pende ancora, sempre per quelle vicende, un altro processo, secondo lui il più grave, che potrebbe finire in tutt’altro modo per l’imputato.

Mastella è stato insomma avvertito. Non è detto che una sentenza gli arrivi tra capo e collo per scalzarlo da sindaco di Benevento.

Alla fame di dileggio che ha sempre il giustizialismo mediatico e politico manca il sollievo che potrebbe procurargli la notizia che Pisapia si sia offerto a Mastella per aiutare i suoi legali nel processo ancora pendente contro il pericolosissimo ex portavoce di Ciriaco De Mita.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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