Pietro Grasso al Senato come Gianfranco Fini alla Camera nel 2010

Pietro Grasso ha fatto come Gianfranco Fini, che nella scorsa legislatura si dimise dall’allora Pdl tenendosi però ben stretta la carica di presidente della Camera ottenuta all’inizio della legislatura su designazione di quel partito.

In qualche modo Grasso ha fatto anche di peggio sul piano politico. Fini aveva davanti a sé ancora mezza legislatura, per cui poteva vantare l’attenuante della carne debole. Il presidente del Senato ha invece lasciato il Pd, e relativo gruppo parlamentare, a pochi mesi dalla conclusione del suo mandato. Non ha saputo resistere, evitando le dimissioni anche dalla carica istituzionale, neppure a pochi mesi di incarico.

Eppure durante la discussione sulla nuova legge elettorale, interrompendo un senatore che gli rimproverava di avere autorizzato il ricorso plurimo alla fiducia e di essersi lasciata scappare l’occasione di lasciare il Senato quando gli fu offerta, in estate,  la candidatura a governatore della sua Sicilia, Grasso aveva indossato la corazza degli obblighi istituzionali.

Il presidente del Senato, supplente del capo dello Stato quando questi è impedito, non ha accettato la candidatura alla guida della regione siciliana, ma non ha saputo resistere alla voglia di dare una mano politica agli scissionisti del Pd lasciando anche lui il partito dell’odiato Matteo Renzi. E ciò in vista delle elezioni politiche, la cui campagna è in corso da quasi un anno.

Sarà stato un eccellente magistrato, per carità. Ma come politico e presidente del Senato l’illustrissimo Pietro Grasso non si è rivelato all’altezza delle aspettative, almeno di una parte di quelli che lo vollero  quattro anni fa al vertice di Palazzo Madama e lo votarono. Peccato. Un peccato aggravato da regolamenti parlamentari che, non prevedendole, di fatto impediscono tanto legittimamente quanto curiosamente mozioni o ordini del giorno di sfiducia ai presidenti delle Camere. Alcuni dei quali però sentirono in passato lodevolmente lo scrupolo delle dimissioni nel momenti in cui cambiavano o si trovavano senza il partito di originaria appartenenza. Ma erano, appunto, altri presidenti. E altri tempi.

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net il 27 ottobre 2017

Pubblicato da ItaliaOggi del 28 ottobre 2017 col titolo: Pietro Grasso ha fatto come Fini, anzi peggio- Forse fu un grande magistrato ma come politico certo no

Napolitano al Senato come un pm, ma garantista

Costretto dagli inconvenienti dei suoi 92 anni compiuti a fine giugno a parlare standosene seduto nell’aula del Senato, e affiancato dal vispo ex compagno di partito Ugo Sposetti, che con i suoi 70 anni compiuti a gennaio potrebbe essergli figlio, il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano ha parlato sulla nuova legge elettorale, e sui cinque voti di fiducia che l’hanno blindata nel testo trasmesso dalla Camera, come un pubblico ministero. Che è un ruolo un po’ curioso per lui, distintosi nei lunghi nove anni trascorsi al Quirinale per avere voluto difendere con una certa durezza le sue prerogative presidenziali dalle invadenze della Procura della Repubblica di Napoli, nel procedimento penale sulla cosiddetta e presunta trattativa fra lo Stato e la mafia stragista di 25 anni fa. Egli ricorse con successo alla Corte Costituzionale per ottenere la distruzione delle  “incidentali” intercettazioni delle sue telefonate con l’indagato e poi imputato Nicola Mancino.

“Re Giorgio”, come affettuosamente più che criticamente veniva chiamato Napolitano già quando era al Quirinale, dopo che in gioventù nel suo Pci lo avevano scherzosamente chiamato “principe” per la straordinaria somiglianza fisica con Umberto di Savoia, ha assunto e svolto le funzioni della pubblica accusa contro modalità, e anche contenuti, della nuova legge elettorale a nome e per conto del carattere parlamentare della nostra Repubblica. Che sarebbe stato violato dalla strozzatura del dibattito imposto anche al Senato, come alla Camera, col ricorso per giunta plurimo alla fiducia, peraltro posta dal governo -ha detto Napolitano-  dopo “pressioni improprie” sul presidente del Consiglio Paolo Gentiloni.

Sulla paternità delle “pressioni”  Napolitano è stato un po’ reticente. A torto o a ragione, chi lo ascoltava ha subito pensato  tuttavia al segretario del Pd Matteo Renzi, anche se a chiedere l’intervento governativo è stato alla Camera  il capogruppo del Pd Ettore Rosato, il cui nome latinizzato è stato assegnato mediaticamente alla nuova legge elettorale per esserne stato lui il primo proponente. Al Senato invece si è mosso il capogruppo Luigi Zanda.

Potevate almeno ridurre le questioni di fiducia, ha detto Napolitano rivolgendosi alla povera ministra dei rapporti col Parlamento, Anna Finocchiaro, anche lei ex compagna di partito, che gli sedeva di fronte.

Il presidente emerito – cui la nuova legge non piace soprattutto per l’illusione che continuerebbe a dare agli elettori di votare, con quel nome del capo del partito accompagnato al simbolo sulla scheda elettorale, anche per il candidato alla guida del governo, nominato invece dal capo dello Stato-  è stato tuttavia nella sua inedita posizione di pubblico ministero un garantista.

Alla fine il bravo Napolitano, spiazzando quanti dai banchi di opposizione al governo speravano in chissà quale suo aiuto, ha chiesto alla Corte parlamentare l’assoluzione dei suoi imputati: legge e governo. Del conte Gentiloni, anzi, si è soffermato a tessere le lodi, in aula e pure fuori, riconoscendogli il merito di rappresentare come meglio non potrebbe la posizione e gli interessi dell’Italia sul piano europeo e internazionale.

Come la Parigi di Enrico IV di Borbone, 500 anni fa, anche la stabilità del governo in questi marosi interni e internazionali, e in questa “nevrotica” fine della legislatura, val bene le messe costituite dai cinque voti di fiducia imposti al Senato e dall’approvazione della legge con cui potere rinnovare le Camere fra qualche mese. E senza andare alle urne -ricordiamolo- con le due diverse leggi confezionate con le forbici, senza neppure l’ago e il filo, dalla sartoria della Corte Costituzionale.

“Ora occorre guardare avanti”, ha detto ad un certo punto il presidente emerito, come dall’estate va dicendo anche il segretario del Pd reclamizzando il suo libro, con la a maiuscola  dell’Avanti, e senza l’esclamativo finale della vecchia testata del socialismo italiano.

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