Un pò troppe le scommesse sul governatore di Bankitalia

Onore al merito, per quanto involontario. Il migliore titolo, in assoluto, sul raddoppio del mandato del governatore uscente dell’ex istituto di emissione è quello sfuggito -credo- al Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. Che, forse distratto da una furiosa polemica con l’ex sindaco di Torino Piero Fassino sui propri presunti trascorsi fascisti di gioventù, non si è accorto del regalo all’odiato Matteo Renzi compiuto sfottendolo, al solito, per “il capolavoro” realizzato con la conferma del governatore uscente della Banca d’Italia. Di cui invece il segretario del Pd aveva fatto chiedere dal gruppo dei suoi deputati  la sostituzione con una mozione approvata nell’aula di Montecitorio martedì 17 ottobre, e fornita del parere favorevole del governo regolarmente in carica: incredibile ma vero, viste le decisioni che il presidente del Consiglio avrebbe poi assunto.

Il titolo del giornale di Travaglio dice testualmente: “Vincono Gentiloni e Colle- Bankitalia, il capolavoro di Renzi: Visco dimezzato ma confermato”.

Non ho parlato con Renzi, né lo frequento. Ve lo giuro. Ma scommetto un mese della mia pensione, mi spiace se alleggerita dell’obbligatorio contributo di solidarietà, sulla reazione soddisfatta del segretario del Pd sul treno che lo sta portando in giro per l’Italia quando ha visto e letto la prima pagina del Fatto Quotidiano.

Essere riuscito a “dimezzare” il governatore uscente e rientrante della Banca d’Italia, accusato con una mozione parlamentare approvata con 231 voti contro 97 di non avere fatto vigilare abbastanza sugli istituti di credito dissanguati dai loro incauti amministratori, e subirne la conferma con senso di responsabilità, spettando la decisione ad altri più in alto di lui, a Palazzo Chigi e al Quirinale, è stato ed è un capolavoro davvero per Renzi. Che ha potuto così sottrarsi al piattino, preparatogli a Montecitorio, di una campagna elettorale che avrebbe permesso ai grillini , promotori di un’altra mozione, di attribuire anche, anzi soprattutto a lui, segretario del partito di maggioranza, la responsabilità politica della conferma di Visco.

Il Corriere della Sera ha giurato e garantito in un titolo, anch’esso in prima pagina, che anche il secondo mandato del governatore uscente della Banca d’Italia “durerà sei anni”, cioè altri sei anni, per un totale di dodici. Che farebbero di Visco un governatore quasi a vita, come avveniva sino al 2005, quando la sfortunata conclusione del mandato di Antonio Fazio, incorso in guai giudiziari, indusse il legislatore a ridurne la durata per i successori.

Il Corriere ha insomma scommesso sulla sopravvivenza del secondo mandato di Visco alle difficoltà che lo attendono: a cominciare dalle sue deposizioni davanti alla commissione d’inchiesta parlamentare sulle banche per finire con le valutazioni degli inquirenti. I quali, se non faranno in tempo a concludere il loro lavoro in questa ormai declinante legislatura, saranno prevedibilmente sostituiti da altri nella prossima, se il Parlamento rinnovato  non rinuncerà ad occuparsene.

Il fatto -al minuscolo- è che sul povero Visco sono stati un po’ troppi a scommettere in questi giorni: Renzi su una sua rinuncia alla conferma per non restare in Paradiso, come si dice, a dispetto dei santi, e almeno una parte degli avversari di Renzi sulla capacità del governatore di superare le rapide delle inchieste parlamentari e d’altro tipo sui dissesti bancari che molto difficilmente possono essere avvenuti senza un difetto di vigilanza.

A quanti -e sono stati tanti- sono insorti contro il segretario del Pd in nome dell’autonomia della Banca d’Italia, che lui avrebbe cercato di manomettere impicciandosene, vorrei ricordare che in nome dell’autonomia della magistratura si sono compiute, e purtroppo anche tollerate molte ingiustizie.

Finalmente dismessi gli abiti elettorali della Consulta

A dispetto dei bavagli e delle bende grilline contro la nuova legge elettorale, i cui contenuti e le cui modalità di approvazione avrebbero tolto la voce e gli occhi alle Camere, col cosiddetto Rosatellum il Parlamento si è ripreso la paternità delle regole con cui farci votare.

E’ stata scongiurata la prospettiva, preferita invece dai grillini, ma originariamente indicata come l’obiettivo del tanto vituperato Matteo Renzi, di mandarci alle urne con le due leggi -una per la Camera e l’altra per il Senato- confezionate nella sartoria della Corte Costituzionale. Dove però si usano solo le forbici, per tagliare le parti considerate illegittime delle norme sottoposte a giudizio, senza passare poi all’ago e al filo, come si fa con gli abiti, per cucire ciò che resta.

Per il Parlamento, che già non gode di grande popolarità da qualche tempo, e più in generale per la politica troppo spesso preceduta dalla magistratura,  che è il maggiore dei cosiddetti poteri forti, sarebbe stato uno smacco ulteriore, forse il più disastroso, se fossimo andati a votare col sistema doppio del cosiddetto Consultellum.

Non foss’altro per questo, ho subito diffidato delle polemiche esplose, per i contenuti e per le forme, contro il Rosatellum, anche quando a parteciparvi è stato pure il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano. Che stimo moltissimo e non mi ha deluso neppure stavolta, avendo ribadito nell’aula di Palazzo Madama le sue critiche finendo però per concorrere sia alle fiducie sia all’approvazione della legge, preferibili rispettivamente alla instabilità di governo e a un “nuovo caos”.

“Re Giorgio” ha fatto un po’ il pubblico ministero in questo delicatissimo passaggio parlamentare e politico  -lui, poi, che al Quirinale ha voluto e saputo coraggiosamente tenere testa a certi procuratori, aggiunti e sostituti- ma dimostrando che si possono conciliare accusa e garantismo.

Come i budini del vecchio proverbio inglese, la prova delle leggi elettorali sta nel mangiarle, cioè nell’applicarle.  Chi a sinistra e a destra protesta e sostiene il contrario si contraddice, avendo contribuito l’anno scorso alla bocciatura referendaria della riforma costituzionale targata Renzi, in cui c’era la concessione assai generosa alle opposizioni di non applicare una nuova legge elettorale senza il preventivo esame e giudizio della Corte Costituzionale. I signornò non apprezzarono, o non capirono, accecati dal desiderio e dall’obiettivo della bocciatura non tanto della riforma quanto dell’allora presidente del Consiglio. Che, dal canto suo, invogliò gli avversari promettendo un ritorno totale a casa, salvo ripensarci dopo la sconfitta e riprendere a lottare su altri fronti.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio col titolo: “Re Giorgio” fa il Pm garantista

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