Finalmente dismessi gli abiti elettorali della Consulta

A dispetto dei bavagli e delle bende grilline contro la nuova legge elettorale, i cui contenuti e le cui modalità di approvazione avrebbero tolto la voce e gli occhi alle Camere, col cosiddetto Rosatellum il Parlamento si è ripreso la paternità delle regole con cui farci votare.

E’ stata scongiurata la prospettiva, preferita invece dai grillini, ma originariamente indicata come l’obiettivo del tanto vituperato Matteo Renzi, di mandarci alle urne con le due leggi -una per la Camera e l’altra per il Senato- confezionate nella sartoria della Corte Costituzionale. Dove però si usano solo le forbici, per tagliare le parti considerate illegittime delle norme sottoposte a giudizio, senza passare poi all’ago e al filo, come si fa con gli abiti, per cucire ciò che resta.

Per il Parlamento, che già non gode di grande popolarità da qualche tempo, e più in generale per la politica troppo spesso preceduta dalla magistratura,  che è il maggiore dei cosiddetti poteri forti, sarebbe stato uno smacco ulteriore, forse il più disastroso, se fossimo andati a votare col sistema doppio del cosiddetto Consultellum.

Non foss’altro per questo, ho subito diffidato delle polemiche esplose, per i contenuti e per le forme, contro il Rosatellum, anche quando a parteciparvi è stato pure il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano. Che stimo moltissimo e non mi ha deluso neppure stavolta, avendo ribadito nell’aula di Palazzo Madama le sue critiche finendo però per concorrere sia alle fiducie sia all’approvazione della legge, preferibili rispettivamente alla instabilità di governo e a un “nuovo caos”.

“Re Giorgio” ha fatto un po’ il pubblico ministero in questo delicatissimo passaggio parlamentare e politico  -lui, poi, che al Quirinale ha voluto e saputo coraggiosamente tenere testa a certi procuratori, aggiunti e sostituti- ma dimostrando che si possono conciliare accusa e garantismo.

Come i budini del vecchio proverbio inglese, la prova delle leggi elettorali sta nel mangiarle, cioè nell’applicarle.  Chi a sinistra e a destra protesta e sostiene il contrario si contraddice, avendo contribuito l’anno scorso alla bocciatura referendaria della riforma costituzionale targata Renzi, in cui c’era la concessione assai generosa alle opposizioni di non applicare una nuova legge elettorale senza il preventivo esame e giudizio della Corte Costituzionale. I signornò non apprezzarono, o non capirono, accecati dal desiderio e dall’obiettivo della bocciatura non tanto della riforma quanto dell’allora presidente del Consiglio. Che, dal canto suo, invogliò gli avversari promettendo un ritorno totale a casa, salvo ripensarci dopo la sconfitta e riprendere a lottare su altri fronti.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio col titolo: “Re Giorgio” fa il Pm garantista

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