Dalla falsa truffa di De Gasperi alla falsa violenza di Renzi

Ah, quanto mi è mancato in questi giorni Giulio Andreotti, che all’occorrenza riusciva a raccontarti da cronista impareggiabile le vicende vissute da sottosegretario di Alcide De Gasperi alla guida del governo, sfatando errori e menzogne che si sprecavano dopo la morte dello statista trentino, prima che anche gli avversari ne scoprissero i meriti, soprattutto a sinistra.

Ad Andreotti avrei chiesto di raccontarmi bene questa storia montata dagli indignati -a sostegno dell’uscita di Pietro Grasso dal Pd contro l’ultima “violenza” inferta al suo Senato dal governo di Paolo Gentilon su pressione di Matteo Renzi ricorrendo alla fiducia sulla nuova legge elettorale- delle dimissioni di Giuseppe Paratore nel 1953 da presidente del Senato contro la fiducia posta da De Gasperi, anche lui su una legge elettorale. Che istituiva un premio di maggioranza al partito o alla coalizione che avesse raggiunto di suo la metà più uno dei voti. Ci volle del coraggio a definirla “legge truffa”, peraltro neppure scattata poi nelle urne, e per poco, senza che De Gasperi fosse minimamente tentato di chiedere un controllo dei risultati, come gli consigliava invece il ministro dell’Interno Mario Scelba.

Eppure il Pci di Palmiro Togliatti, che non perdonava a De Gasperi di averlo allontanato dal governo dopo un viaggio in America dal quale  era tornato con un bel po’ di aiuti per la ricostruzione del Paese uscito a pezzi dalla seconda guerra mondiale, non ebbe esitazione a bollare appunto come “truffa” quella legge che oggi nessuno, neppure fra i nipoti di Togliatti, si sognerebbe di contestare.

Pur senza l’aiuto di prima mano della buonanima di Andreotti, ma riandando ad alcuni suoi vecchi racconti personali e navigando un po’ in internet, questa storia di Paratore antesignano di Grasso, per quanto avallata da illustrissimi notisti, non sta proprio in piedi.

Non sta in piedi non solo perché Paratore il 23 marzo 1953 si dimise da presidente del Senato, mentre il suo corregionale Grasso si è dimesso solo dal Pd tenendosi ben stretta, almeno sinora, la seconda carica dello Stato. Ma anche o soprattutto perché Paratore non si sentì  “violentato”, come Grasso ora da Paolo Gentiloni e dal Pd renziano, dalla decisione di De Gasperi di ricorrere alla fiducia sulla legge elettorale con la quale si sarebbe votato il 7 giugno di quello stesso anno.

Paratore si dimise per protesta contro le gazzarre ostruzionistiche delle opposizioni, che avevano trasformato l’aula del Senato in un ring vero e proprio, con gli assalti fisici seguiti alle parolacce. Ecco il testo della sua lettera di rinuncia alla presidenza, consegnata al vice presidente Enrico Molè, di sinistra: “La situazione creatasi dopo gli incidenti di questi giorni, e le mie condizioni di salute, mi impongono di presentare le dimissioni da presidente del Senato. Prego l’assemblea di accoglierle per evitarmi una conferma”.

A 76 anni di età, anche se destinato a viverne ancora quattordici, morendo da senatore a vita a 90, il povero Paratore non se la sentì di crepare in aula col cuore malandato che riteneva di avere. E la sua paura non era per niente immotivata perché Meuccio Ruini, eletto al suo posto, per poco non rischiò l’ospedale nella seduta del 29 marzo, quando la legge elettorale fu finalmente votata.

Il senatore comunista Clarenzo Menotti sradicò il leggio dal suo banco e lo lanciò con tutta la forza che aveva contro il presidente dell’assemblea, mentre il compagno di partito Velio Spano, a stento trattenuto dai commessi, cercava di lanciare una poltrona. Andreotti mi avrebbe poi raccontato di essersi messo al riparo da quella  bolgia infilandosi sotto i banchi del governo.

Colpito dalla tavoletta, il presidente Ruini fu soccorso dai commessi che lo trascinarono via mentre lui proclamava i risultati della votazione dichiarando approvata la legge. E Grasso ora ha avuto il coraggio di parlare di “violenza” contro di lui e il suo Senato, tanto da bollare “la deriva” del suo partito abbandonandolo, ma senza dimettersi -ripeto-   dalla presidenza ottenuta quattro anni e mezzo fa.

Trovo significativo il silenzio che ha dedicato a Grasso nell’intervento domenicale su Repubblica Eugenio Scalfari commentando alla fine di un ragionamento sull’Europa gli sviluppi della politica italiana e, più in particolare, della sinistra. Sul cui fronte Barpapà ha smesso di criticare Renzi, pago evidentemente di averlo visto e sentito criticare ma non impedire la conferma dell’amico Ignazio Visco a governatore della Banca d’Italia. Che ora però se la dovrà vedere con la commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, il cui presidente Pier Ferdinando Casini in una intervista proprio a Repubblica ha lamentato “troppe anomalie e complicità tra Bankitalia e istituti di credito”, dice il richiamo in prima pagina.

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