La bufala del passaggio di Bersani e compagni all’opposizione

Anche se comunicata ufficialmente al Quirinale, dove però si sono dimenticati, almeno sino al momento in cui scrivo, di darne notizia con un comunicato, l’uscita del partito di Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e compagni dalla maggioranza di governo, per protesta contro la fiducia posta sulla nuova legge elettorale al Senato, è una bufala. Una bufala senza latte. Essa appartiene, in questa fase digitale dell’informazione, al fenomeno noto in lingua inglese come Fake news, alimentato da notizie inventate, ingannevoli o distorte.

Sfido chiunque non addetto ai lavori, fra gli spettatori televisivi, i radioascoltatori e i lettori, a dire se si sia mai accorto negli otto mesi trascorsi dalla spaccatura del Pd della permanenza davvero degli scissionisti nella maggioranza del governo di Paolo Gentiloni.

Si, essi hanno approvato qualcosina e persino apprezzato lo stile del conte succeduto a Palazzo Chigi all’odiato Matteo Renzi dopo la bocciatura referendaria della riforma costituzionale. Che loro  hanno peraltro festeggiata a champagne nei circoli, nelle case private e nelle piazze. Ma i pochi sì al governo li hanno pronunciati sempre con la puzza sotto il naso. E mai comunque a ranghi completi nelle aule o commissioni parlamentari.

Lorsignori, come li chiamerebbe la buonanima di Fortebraccio se fosse vivo con l’Unità, sono sempre stati col mignolo della mano sinistra nella maggioranza e col resto del corpo all’opposizione, in attesa dell’autoesplosione del conte presidente del Consiglio o di una sua “coraggiosa” e liberatoria rottura con Renzi, non intravista invece neppure nella vicenda della Banca d’Italia. Di cui pure il segretario del Pd ha reclamato un nuovo governatore, scadendo a fine mese il mandato di quello in carica, mentre il capo del governo vorrebbe accontentare la smania del capo dello Stato di confermarlo. Bazzecole per Bersani, D’Alema e compagni. Il conte e il “fascista”, come viene definito sulle piazze Renzi, raffigurato sulle prime pagine  del Fatto Quotidiano del solito Marco Travaglio prima da morto e poi da ufficiale della milizia di Mussolini, sono tutt’uno.

Lorsignori, stando sempre alla felice formula di Fortebraccio, si sono decisi a togliere dall’area della maggioranza anche il mignolo della loro mano sinistra per risparmiarsi -una volta tanto lodevolmente- la fatica dell’ennesima sceneggiata  di una trattativa non sulla legge elettorale, destinata ormai all’approvazione definitiva, ma sulla cosiddetta legge finanziaria. E per godersi nelle imminenti elezioni regionali siciliane del 5 novembre quella manciata di voti in più che da oppositori dichiarati, in tuta catarifrangente per essere ben visibili anche di notte, potrebbero raccogliere per il loro candidato Claudio Fava a governatore.

L’obiettivo non è di far vincere le elezioni isolane a Fava, perché i passi che lo separano da un traguardo del genere sono ben più dei cento che il candidato ha assunto come suo slogan elettorale fra le proteste dei familiari e degli amici del povero Peppino Impastato. Che fu fatto ammazzare nel 1978, nello stesso giorno della morte di Aldo Moro, dai parenti mafiosi che abitavano appunto a quella distanza da casa sua. No, l’obiettivo di Fava e dei suoi sostenitori, in Sicilia e a Roma, è di sorpassare nella sconfitta l’altro candidato sostenuto da Renzi, ma designato dal sindaco sempiterno di Palermo Leoluca Orlando: il rettore dell’Università locale Fabrizio Micari.

Il problema, in Sicilia ma come antipasto per le elezioni nazionali, è dell’aggiudicazione dell’inutile terzo posto nella graduatoria, avendo lorsignori preferito lasciare a tavolino la gara per il primo e il secondo posto al centrodestra acrobaticamente ricostruito attorno alla candidatura del post-missino Nello Musumeci e ai grillini guidati almeno formalmente da Giancarlo Cancellieri, ma sempre ispirati dal comico genovese. Al quale non è parso vero tradurre la partita  in una guerra  -ha scherzato- fra “due buffoni”: lui, naturalmente, e Silvio Berlusconi. Fra i quali Beppe  si sente favorito, a parte qualche momento di depressione, per la sua professione certificata in tanti teatri.

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