Grasso riesce a sorpassare anche il modello Fini

Il presidente del Senato Pietro Grasso, dimessosi dal Pd e dal relativo gruppo parlamentare per dichiarato e    “sofferto” dissenso politico, visto l’alto ruolo istituzionale anche di capo supplente dello Stato, e del Consiglio Superiore della Magistratura, in caso di impedimento di quello in carica, si trova adesso di fronte ad un’altra  difficile decisione. Egli deve scegliere, esaminando i cosiddetti precedenti, fra due modelli politici e umani, diciamo così.

Un modello è quello lontano in cui si trovarono accomunati Giuseppe Saragat e Sandro Pertini. Il primo si dimise nel 1947 da presidente dell’Assemblea Costituente quando il partito socialista che lo aveva designato a quella carica si spaccò con la famosa, storica scissione di Palazzo Barberini, da lui stesso peraltro promossa. Egli accettò di buon grado di essere sostituito dal comunista Umberto Terracini, per quanto la scissione socialista fosse avvenuta sul tema dei rapporti proprio col Pci, guidato allora da Palmiro Togliatti.

Pertini si dimise da presidente della Camera nell’estate del 1969 per un’altra scissione nel suo campo, cioè dopo la rottura del Partito Socialista Unificato, che l’anno prima, all’indomani delle elezioni, lo aveva designato al vertice di Montecitorio.

Pipa in mano ed elegante come sempre, per quanto ruvido di carattere, Pertini rinunciò alle dimissioni solo dopo che nel suo ufficio sfilarono più o meno metaforicamente un po’ tutti i partiti per rinnovargli la fiducia. Che peraltro non era, come non è tuttora richiesta dal regolamento della Camera dopo l’insediamento del presidente, per cui Pertini avrebbe potuto anche risparmiarsi le dimissioni, di cui invece aveva fortemente avvertito l’opportunità per ragioni -disse- di “correttezza”.

L’altro modello possibile è quello di Gianfranco Fini: l’ex leader post-missino rimasto nel 2010 alla presidenza della Camera dopo la rottura dei rapporti con l’allora Pdl, che ve lo aveva praticamente mandato due anni prima e ne reclamava inutilmente le dimissioni con dichiarazioni, fra gli altri, di Silvio Berlusconi, all’epoca presidente del Consiglio.

Va onestamente detto che ad aiutare Fini, se non a salvarlo, era intervenuto l’ex presidente della Camera Luciano Violante. Che, come tanti altri, politici e giornalisti, non aveva capito bene se Fini fosse andato via spontaneamente dal Pdl o ne fosse stato espulso da Berlusconi dopo quel famoso scontro in un’assemblea di partito dove il presidente della Camera si era alzato dal suo posto, in platea, e aveva chiesto al presidente del partito e del Consiglio, col dito alzato e furente: “Che fai? Mi cacci?”.

Nel dubbio Violante preferì mettere nel conto l’ipotesi più favorevole all’imputato, diciamo così,: quella del cacciato. E sostenne che non potesse essere praticamente lasciata nella “disponibilità” del capo del governo, a quel punto, la presidenza della Camera allontanandone Fini.

Nel caso di Grasso mi sembra difficile sostenere, salvo fatti e circostanze non conosciute al momento, che egli sia stato estromesso dal Pd.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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