La Boldrini rivendica le competenze del Parlamento nell’affare Visco

La presidente della Camera Laura Boldrini non si è lasciata scappare le occasioni offertegli dalle riserve, o critiche, espresse dai costituzionalisti Sabino Cassese sul Corriere della Sera e  Paolo Armaroli sul Sole 24 Ore per ribadire, in una lettera molto argomentata e documentata, il diritto del Parlamento di occuparsi della Banca d’Italia e del suo governatore, la cui nomina o revoca comporta una partecipazione non formale del governo. Che pertanto può e deve rispondere alle Camere delle sue decisioni.

Se poi, nel caso di Ignazio Visco, sul cui eventuale rinnovo, scadendo il suo mandato di sei anni a fine mese, sono scoppiate furibonde polemiche, le iniziative delle opposizioni e/o della maggioranza fossero opportune o no, la presidente della Camera ha scritto che non era suo compito occuparsene. Nè intende occuparsene adesso, spettandole solo il dovere di applicare il regolamento quando è chiamata ad ammettere o rifiutare mozioni. E in effetti l’articolo 139 bis del regolamento della Camera è chiaro nel condizionare l’ammissibilità di una mozione “alla competenza e alla connessa responsabilità del governo nei confronti del Parlamento”.

Contestare la “responsabilità del governo nei confronti del Parlamento” nell’affare Visco, chiamiamolo così, è obiettivamente difficile leggendo l’articolo 19 della legge del 2015 che disciplina la nomina del governatore della Banca d’Italia: “disposta dal presidente della Repubblica su proposta del presidente del Consiglio dei Ministri, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, sentito il parere del Consiglio Superiore della Banca d’Italia”.

Della “previa deliberazione del Consiglio dei Ministri” si dimenticano disinvoltamente, nelle polemiche in corso contro il segretario del Pd, colpevole di avere fatto praticamente chiedere alla Camera dal gruppo del suo partito di non rinnovare il mandato a Visco, quanti praticamente contestano alla politica il diritto di occuparsene, dovendosi la questione ridursi sostanzialmente ad un rapporto quasi tecnico fra il capo dello Stato e quello del governo.

La “deliberazione del Consiglio dei Ministri” comporta  peraltro ch’esso si riunisca con l’argomento iscritto all’ordine del giorno e ne discuta, non potendosi neppure immaginare che gli avversari di Renzi arrivino al punto di negare appunto la possibilità o opportunità di una discussione fra i ministri. Fra i quali si conosce la contrarietà di Pier Carlo Padoan, Andrea Orlando e Carlo Calenda ad una sostituzione del governatore uscente. Ma degli altri, cioè della maggioranza dei ministri, si può conoscere il parere senza  lasciarsi dare degli importuni, o lasciarsi opporre un segreto di Stato?

Fra i sostenitori del rinnovo del mandato di Visco, che Renzi peraltro ha messo nel conto della partita precisando che si limiterebbe a prenderne atto, sorprende francamente l’ascolto dato da Eugenio Scalfari alla confidenza ricevuta dall’amico Visco di essere pronto a “dimettersi” se Mattarella o Gentiloni, o entrambi, glielo chiedessero.

Salvo fraintendimenti nel modo in cui il fondatore di Repubblica ha riferito di tanto generosa disponibilità, è incredibile che Visco non sia consapevole del fatto che il suo mandato scadrà il 31 ottobre, giornata peraltro del risparmio, che lui celebrerà col rituale discorso. Renzi non ne ha reclamato le dimissioni. Il segretario del Pd si è limitato, assumendosene tutta la responsabilità politica, ad auspicarne l’avvicendamento per fine mandato. Che è di sei anni, non di due o tre. Tutto qui, anche se mostra di esserne scandalizzato, o quasi, anche  chi come Silvio Berlusconi ha ammesso e ammette un difetto di vigilanza della Banca d’Italia, sotto la guida di Visco, sugli istituti di credito che hanno procurato danni ai loro clienti e allo Stato.

Le gambe curiosamente lunghe delle bugie su Gentiloni, Renzi e Visco

A dispetto del vecchio proverbio che attribuisce gambe corte alle bugie, quelle sui rapporti tesissimi fra il segretario del Pd e il presidente del Consiglio, o viceversa, come preferite, sembrano gambe lunghissime.

Da giorni non si riesce a sfogliare un quotidiano senza trovarvi cronache e retroscena sulle tensioni, appunto, fra Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, per quanto l’uno e l’altro sostengano il contrario parlando o alludendo anche  dell’argomento che li vedrebbe, secondo i giornali, su posizioni opposte: l’uno contrario alla conferma di Ignazio Visco, arrivato alla scadenza del mandato di  sei anni come governatore della Banca d’Italia, e l’altro invece favorevole, non foss’altro per non disattendere i desideri del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Che ha bisogno della  proposta del presidente del Consiglio, per legge, per firmare il decreto di rinnovo entro la fine del mese, cioè fra pochi giorni. E ciò, nonostante una mozione del Pd approvata il 17 ottobre alla Camera con 231 voti favorevoli, 97 contrari e 19 astenuti abbia “impegnato il governo”, testualmente, ad “adottare ogni iniziativa utile a rafforzare l’efficacia delle attività di vigilanza sul sistema bancario individuando a tal fine, nell’ambito delle proprie prerogative, la figura più idonea a garantire nuova fiducia” nella Banca d’Italia. Si tratta peraltro di una mozione approvata con il parere favorevole espresso dal governo in aula, e dopo una trattativaa per modificarne alcuni passaggi.

Eppure, a dispetto -ripeto- della rappresentazione che se ne fa sui giornali di due ex amici, Renzi parla dei suoi fittissimi rapporti “con Paolo” dicendo di fidarsene come e più di prima, quando lo disegnò al presidente della Repubblica per esserne sostituito a Palazzo Chigi dopo la propria clamorosa sconfitta referendaria sulla riforma costituzionale. Gentiloni, dal canto suo, pur non chiamando il segretario per nome, e neppure per cognome, ha appena definito  “ottimi” i rapporti col Pd. E credo non si riferisse solo alla o alle minoranze, che ancora non gli perdonano peraltro di avere subìto le pressioni di Renzi mettendo alla Camera la fiducia sulla nuova legge elettorale, e disponendosi a rifarlo al Senato per garantirne l’approvazione definitiva entro questo ottobre, prima che cominci a Palazzo Madama l’assorbente sessione di bilancio.

Un po’ troppo lunghe si stanno rivelando anche le bugie attribuite al governatore uscente della Banca d’Italia nelle rappresentazioni che se ne fanno di un uomo adirato con Renzi per “l’irritualità del dibattito” -ho letto sul Corriere della Sera- che alla Camera ne ha contestato o messo in discussione la riconferma.

Che quel dibattito sia stato “irrituale” forse è vero, per quanto è francamente difficile contestare al Parlamento il diritto di occuparsi di ciò che fa, o solo propone al capo dello Stato, un governo che non può vivere senza la fiducia delle Camere, come prescrive l’articolo 94 della Costituzione. Ma la irritualità non è stata voluta da Renzi attraverso i firmatari della mozione del gruppo parlamentare del suo partito.

La irritualità dell’intervento della Camera contro la conferma di Ignazio Visco per altri sei anni al vertice della Banca d’Italia è derivata dalle mozioni delle opposizioni, cui si è aggiunta quella del Pd solo dopo che la presidente dell’assemblea Laura Boldrini aveva dichiarato o certificato la proponibilità delle altre.

Se c’è quindi qualcuno con cui l“esterrefatto”   governatore uscente dell’ex istituto di emissione descritto dal Corriere della Sera se la può e deve prendere è la Boldrini, non Renzi, peraltro neppure parlamentare.

Da segretario impegnato in una campagna elettorale lunghissima non per sua scelta, avendo egli notoriamente preferito anticipare il ricorso alle urne, Renzi non ha ritenuto che il Pd potesse o dovesse limitarsi a votare contro le mozioni delle opposizioni, come se non avesse nulla da dire, o ribadire, su Visco e sull’istituto di via Nazionale per come hanno vigilato sulle banche.

Che questa vigilanza sia stata “allentata” e “miope” lo ha appena scritto in un editoriale su Repubblica anche l’ex direttore Ezio Mauro, mentre in un altro articolo dello stesso quotidiano il buon Federico Rampini avvertiva che “all’estero non è lesa maestà la critica” alla pur prestigiosa Banca d’Italia e/o al governatore di turno. Eppure, con una schizofrenia evidentissima Repubblica ha partecipato e partecipa alla campagna contro Renzi per ciò che anche lui dice della Banca d’Italia e del suo timoniere uscente.

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net il 22 ottobre 2017 col titolo: Vi racconto bizzarrie e schizofrenie su Renzi e Visco

Pubblicato da ItaliaOggi il 25 ottobre 2017 col titolo: Visco se la prenda con Boldrini

Più panna montata che latte negli attacchi al pur maleducato Renzi

Avversari e critici di Matteo Renzi, se fossero veramente e soltanto mossi dallo scrupolo istituzionale invocato contro la mozione del Pd presentata alla Camera per chiedere, testualmente, “la figura più idonea a garantire nuova fiducia” nella Banca d’Italia, il cui governatore Ignazio Visco è in scadenza di mandato, potrebbero e dovrebbero accontentarsi del maleducato che si è praticamente dato lo stesso Renzi. Il quale, collegato dal suo treno elettorale col salotto televisivo di Lilli Gruber, ha liquidato come “questione di galateo” quella sollevata contro di lui e la mozione depositata a Montecitorio da Silvia Fregolent, infine approvata con 231 voti favorevoli e 97 contrari, ma soprattutto col parere favorevole del governo espresso dal sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baratta. Che peraltro Renzi, non parlamentare, ha preso tanto sul serio, con le notizie evidentemente fornitegli sul lavoro svolto per far modificare il testo originario del documento, da scambiarlo per un vice ministro parlandone in televisione.

Persino l’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli, che ha definito “eversiva” l’iniziativa sostenuta dal segretario del Pd, potrebbe sentirsi ripagato avendo dato a Renzi del “maleducato di talento” quando l’ex sindaco di Firenze era ancora presidente del Consiglio e lo tampinava di sms di critica o di protesta per gli articoli che non gradiva, forse accelerando se non addirittura provocando il suo logoramento nella redazione di via Solferino, o quanto meno nei rapporti con gli editori di allora.

Lo strappo al galateo ammesso onestamente da Renzi con la scusante di avere voluto privilegiare il rapporto di solidarietà con i risparmiatori danneggiati, secondo lui, dalla scarsa vigilanza esercitata dall’ex istituto di emissione sulle banche travolte dalla crisi, non ha fermato ne’ fermerà -vedrete- gli attacchi al segretario del Pd. Al quale si continuerà a rimproverare di avere avere violato il santuario della Banca d’Italia con le sue critiche. E di averne compromesso l’autonomia e l’indipendenza, come da tempo i magistrati dicono del loro lavoro e della loro funzione ogni volta che ricevono critiche da politici, e persino da giornalisti.

Il presidente del Pd Matteo Orfini è stato praticamente liquidato come servo dell’altro Matteo per avere definito “curiosa” la pretesa di equiparare l’infallibilità del Papa, peraltro messa in discussione ormai dagli stessi Pontefici, all’infallibilità del governatore della Banca d’Italia, che non potrebbe essere criticato senza compromettere la credibilità internazionale del Paese, la stabilità dei mercati finanziari e quant’altro.

Si dà però il caso che il governatore uscente abbia già dovuto prendere contatto con la commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche appena insediata, e presieduta da Pier Ferdinando Casini. Cui si è impegnato a presentare quantità industriali di documenti. Ne’ potrà sottrarsi a dare personalmente delucidazioni sulla congruità della sorveglianza effettuata dall’istituto di via Nazionale.

Ora, senza voler praticare proprio contro di lui il giustizialismo abitualmente riservato da molti dei sostenitori di Visco contro chiunque abbia la sventura di entrare o solo sfiorare indagini giudiziarie o paragiudiziarie, quali sono quelle di una commissione parlamentare d’inchiesta, non potrebbe essere certamente considerata comoda la situazione nella quale si dovesse trovare il governatore uscente della Banca d’Italia se confermato a fine mese. Non a caso circolano sempre più insistentemente voci di una resistenza dello stesso Visco all’ipotesi di una conferma nel pieno delle polemiche che a torto o a ragione lo riguardano.

In effetti, al di là delle intenzioni delle autorità che possono disporre questa conferma, cioè i presidenti del Consiglio e della Repubblica, rispettivamente come proponente e deliberante, essa rischia di apparire come dettata dalla loro volontà , e dall’interesse di Visco, di garantirgli una cortina di protezione.

Il problema non è di anticipare la scadenza del mandato di sei anni del governatore, che Renzi non ha mai posto, e avrebbe fatto malissimo a porre, ma più semplicemente di rinnovarlo o meno.

Un rinnovo peraltro equivarrebbe, per l’età dell’interessato e per la durata complessiva di due mandati, a restituire alla carica più importante della Banca d’Italia quel carattere “a vita” che fu abolito nel 2005 per legge, non per il capriccio o il calcolo di qualche malintenzionato.

Esaminata la questione sotto questi aspetti, senza malanimi e crociate, c’è forse più panna montata che latte nelle polemiche in corso.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Renzi promuove a sorpresa vice ministro il sottosegretario Baretta

No. Matteo Renzi non ha voluto scomodarsi più di tanto. Il segretario del Pd ha preferito rimanere sul suo treno elettorale, fermo in una stazione fra l’Abruzzo e le Puglie, anche a costo di sembrare chiuso in una cella, e partecipare in collegamento alla puntata della trasmissione serale di Lilli Gruber, su la 7, dedicata al pasticciaccio della Banca d’Italia e del suo governatore uscente Ignazio Visco.

Il confronto è stato praticamente di due a uno: da una parte la stessa Gruber e Beppe Severgnini, entrambi critici, sia pure con garbo, e dall’altra lui, a sostenere le ragioni dell’intervento parlamentare del suo partito contro il rinnovo di Visco, per chiamare le cose col loro nome, anche se il segretario del Pd ha assicurato di voler accettare qualsiasi proposta il governo dell’amico Paolo Gentiloni deciderà di formulare al presidente della Repubblica sul vertice della Banca d’Italia alla scadenza, a fine mese, del governatore uscente.

Renzi quindi accetterebbe anche una conferma  di Visco, che tuttavia, essendo il mandato di sei anni e traducendosi quindi in dodici con una rinomina di Visco, farebbe di lui un “governatore a vita”, ha detto con chiara ironia politica il segretario del Pd. Era così una volta, del resto, ma si decise poi di cambiare con un mandato, appunto, di sei anni che sembrò escludere implicitamente per la sua stessa lunga durata un rinnovo: per giunta in un clima politicamente teso come questo.

Contro una conferma di Visco giocano la posizione espressa in Parlamento dalle opposizioni grillina e leghista, con tanto di mozioni ammesse dalla presidente della Camera, e quella del Pd, la cui mozione invece è stata approvata col parere favorevole espresso dal governo al termine di una trattativa sul suo contenuto, ammorbidito rispetto al testo originario.

Questa trattativa smentisce da sola lo scenario un po’ apocalittico addebitato al Pd di un governo colto completamente alla sprovvista, all’oscuro di tutto, con un ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan che telefona esterrefatto al presidente del Consiglio chiedendogli se fosse veramente vera la notizia di una mozione del gruppo di maggioranza a Montecitorio. A condurre il negoziato  è stato quello che Renzi ha definito  “il vice ministro Baretta”, Pier Paolo, ex sindacalista della Cisl, di una certa esperienza ormai al governo.

A dire il vero, Baretta da tutti gli atti consultabili via internet risulta, sino al momento in cui scrivo, non vice ministro ma sottosegretario -l’unico sottosegretario- al dicastero dell’Economia e delle Finanze. Vice ministri risultano invece il bocconiano Luigi Casero, ex berlusconiano, e il migliorista dell’ex Pci Enrico Morando. Ma non fa niente, sottosegretario o vice ministro che sia, o che diventi dopo la sponsorizzazione sfuggita al segretario del suo partito, Baretta non ha certo parlato a titolo personale quando ha annunciato  il parere favorevole del governo  alla mozione che ha fatto tanto scandalo negli ambienti bene delle istituzioni, della finanza e di altro ancora per questioni quanto meno di galateo.  Al cui rispetto Renzi ha dichiarato di preferire la difesa dei risparmiatori danneggiati dalla mancata o scarsa vigilanza della Banca d’Italia sulle banche gestite con troppa allegria o disinvoltura.

Messo il problema in questi termini, pure Silvio Berlusconi, il cui partito era rimasto alla finestra a Montecitorio astenendosi, ha dovuto o voluto scoprirsi con un giudizio negativo sulla vigilanza effettuata dalla Banca d’Italia e dal governatore nominato quando lui era presidente del Consiglio. E, detto da uno che potrebbe tornare a diventare dopo le elezioni parte della maggioranza, non sembra proprio un viatico per la conferma di Visco. Su cui non a caso cominciano a circolare voci di dubbi circa l’opportunità di lasciarsi confermare, col rischio di continuare ad essere un bersaglio politico.

Fra l’altro, vanno considerati i nuovi e ineludibili appuntamenti di Visco con la commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche appena insediata e presieduta da Pier Ferdinando Casini, che pure era stato contrario alla sua istituzione nel clima elettorale che si trascina ormai da un anno, anche se agli alti livelli istituzionali si finge di ignorarlo per non ammettere che convenisse  forse anticipare il ricorso alle urne dopo la bocciatura della riforma costituzionale, l’anno scorso.

 

 

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Matteo Renzi e Silvio Berlusconi vanno a nozze sulla Banca d’Italia contro Ignazio Viso

Matteo Renzi scende dal treno, ma non dall’offensiva contro Ignazio Visco

L’accettazione dell’invito di Lilli Gruber a scendere dal treno che lo sta portando in tutte le province italiane, peraltro salvate con la bocciatura referendaria della sua riforma costituzionale, e a raggiungerla stasera nel suo salotto televisivo a la 7 per parlare anche delle polemiche da lui provocate sul governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, dice da sola quanto il segretario del Pd Matteo Renzi sia determinato nella propria azione. Che, diversamente dalla rappresentazione che se n’è fatta generalmente sul piano politico e mediatico, non mira a impedire la conferma del governatore uscente, ma più semplicemente e -credo- anche legittimamente alla determinazione delle responsabilità proprie e degli altri.

La conferma di Visco, che Renzi ha esplicitamente e ripetutamente accusato di non avere vigilato abbastanza sulle banche sottoposte al suo controllo, alcune delle quali sono saltate in aria a spese dei loro clienti e di tutti noi contribuenti, non è certamente di competenza di Renzi né come uomo né come segretario del Partito Democratico. E neppure del Parlamento, dove pure il gruppo del Pd ha presentato e fatto approvare da una maggioranza trasversale una mozione per chiedere “una fase nuova” nella conduzione della Banca d’Italia. La conferma, o revoca di Ignazio Visco, è di competenza del governo e del presidente della Repubblica col concorso del parere dello stesso vertice dell’ex istituto di emissione. Se sarà conferma, come tutto lascia immaginare, anche per effetto ritorsivo -è stato detto e scritto da parecchi- dopo la posizione assunta dal segretario del Pd, Renzi ha voluto che ne fosse ben chiara la paternità. E non ha voluto lasciare ai grillini e ai leghisti -nella lunga, troppo lunga campagna in corso in Italia da quasi un anno per le elezioni politiche, che sarebbe stato forse meglio anticipare dopo la svolta costituita dalla già accennata bocciatura referendaria della riforma costituzionale prodotta dalla legislatura cominciata nel 2013- l’esclusiva della  rappresentanza dell’insoddisfazione dei risparmiatori per la gestione delle banche e dei loro controllori.

Stento francamente a capire dove sia lo scandalo in questo atteggiamento trasparente di Renzi, che non ha voluto seguire l’esempio di tutti gli altri segretari di partito che nella ormai lunga storia repubblicana hanno partecipato solo dietro le quinte alle decisioni sugli avvicendamenti al vertice della Banca d’Italia: in anni peraltro in cui essa aveva ben più poteri di adesso, battendo moneta. Non vi vedo nulla né di “deplorevole”, né di “isterico”, né di “eversivo”, come hanno invece visto e denunciato, rispettivamente, il presidente emerito della Repubblica Giorgio Napolitano, il fondatore della Repubblica di carta Eugenio Scalfari e l’ex direttore ed ancora editorialista del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli. Che non perde occasione per continuare a togliersi dalle scarpe i sassolini della sua sostituzione al vertice del più diffuso giornale italiano, convinto -forse non a torto-che ci fosse stato lo zampino dell’allora presidente del Consiglio, oltre che segretario del Pd, Matteo Renzi: un “maleducato di talento”, disse di lui l’allora direttore del Corriere della Sera lasciando il timone, e dopo avere sparso attorno a Renzi in un editoriale dirompente non l’incenso ma la puzza della massoneria.

In questo Paese in cui è possibile “impicciare”, cioè processare e destituire il presidente della Repubblica, aprire e condurre processi contro chiunque per la cosiddetta obbligatorietà dell’azione penale, con una facilità e una frequenza appena lamentate dal capo della Procura di Roma Giuseppe Pignatone in una circolare ai suoi sostituti, nel tentativo peraltro di indebolire, quanto meno, quelli che l’ex presidente della Camera Luciano Violante ha giustamente definito “incestuosi rapporti” fra chi compila i registri degli indagati e chi ne riferisce sui giornali imbastendo processi col rito abbreviato e sommario; in questo Paese, dicevo, c’è chi vuole estendere al governatore della Banca d’Italia l’infallibilità del Papa. Lo ha denunciato non a torto il presidente del Pd Orfini, Matteo pure lui.

 

 

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Perché non mi accodo nel bastonare la mossa di Matteo Renzi contro Ignazio Visco

Mattarella al Quirinale, col codice antimafia, come il Re a Villafranca

Anche se la scena è stata occupata per intero dalla cosiddetta guerra di via Nazionale, fra il segretario del Pd Matteo Renzi desideroso, ora anche col consenso della maggioranza della Camera raccoltasi attorno ad un’apposita mozione, di tagliare metaforicamente la testa a Ignazio Visco, per scarsa vigilanza sugli istituti di credito, e il presidente della Repubblica deciso a spalleggiarne o persino a imporne al presidente del Consiglio la conferma alla guida della Banca d’Italia, appunto in via Nazionale, l’evento istituzionalmente più clamoroso delle ultime ventiquattro ore è forse un altro.

E’ il dissenso espresso dal capo dello Stato verso una legge approvata dal Parlamento ma che lui ha deciso ugualmente di firmare e promulgare, facendola quindi entrare in vigore. Si tratta del codice anti-mafia, che equipara gli imputati di corruzione e concussione a quelli di mafia, sottoponendo anche loro al sequestro preventivo dei beni, e che -al converso- limita rispetto alle direttive europee l’applicazione della cosiddetta confisca allargata.

Il capo dello Stato non se l’è sentita di rinviare la legge alle Camere per il riesame previsto dall’articolo 74 della Costituzione, e più volte usato dai suoi predecessori per altre leggi, ma l’ha firmata insieme con una lettera al governo e ai presidenti delle Camere in cui ne sottolinea gli aspetti che potrebbero comprometterne la costituzionalità se non tempestivamente corretti.

Il merito degli appunti, peraltro coincidenti con un ordine del giorno già approvato in Parlamento nel momento di licenziare il provvedimento preteso a gran voce dai soliti moralisti un tanto al chilo, che trattano i garantisti alla stregua di farabutti o loro complici, è a mio avviso secondario rispetto al fatto che si ritenga giusto promulgare una legge, e farla quindi entrare in vigore, denunciandone pubblicamente i limiti, pur prevedendo la Costituzione un altro percorso in simile evenienza. Non vi è precedente di sorta che possa, a mio avviso, giustificare una firma con riserva.

Con le leggi, e le implicazioni della loro applicazione, non si può fare come a Villafranca, passata alla storia d’Italia per la riserva con la quale re Vittorio Emanuele II il 12 luglio 1859 aggiunse la sua firma a quelle apposte il giorno prima dai regnanti di Francia ed Austria per concludere la seconda guerra d’Indipendenza. “Per tutto ciò che mi concerne”, scrisse Vittorio Emanuele firmando un armistizio che non lasciava soltanto il Veneto agli austriaci ma prevedeva anche una Confederazione italiana presieduta dal Papa.

Sergio Mattarella, d’altronde, pur lavorando al Quirinale, dove s’insediò il primo Re d’Italia a compimento dell’unificazione con la presa di Roma, non ha francamente il fisico del ruolo di Vittorio Emanuele II: né a piedi né a cavallo, se mai ha provato a saltarvi sopra.

Dietro la rinuncia di Vittorio Sgarbi ai suoi Vespri siciliani

Come l’assoluzione fa meno notizia dell’arresto, così la rinuncia di Vittorio Sgarbi alla partecipazione alle elezioni regionali del 5 novembre in Sicilia ha fatto meno notizia, ma molto meno, dell’annuncio della sua candidatura a governatore dell’isola. Che qualche settimana prima aveva creato letteralmente il panico nel centrodestra, almeno fra i più convinti sostenitori della corsa del post-missino Nello Musumeci alla successione a Rosario Crocetta. Essi erano e sono i fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e i leghisti di Matteo Salvini, per quanto questi ultimi in terra siciliana siano pochini.

L’annuncio del famoso critico d’arte, già lanciato peraltro a livello nazionale verso l’esperienza di un nuovo Rinascimento insieme con l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, aveva scatenato anche la fantasia dei retroscenisti. Che sentirono subito puzza di bruciato, nel senso di puzza di Silvio Berlusconi, di cui è noto il debole per Sgarbi, per quanti problemi Vittorio gli abbia spesso procurato fuori e dentro il suo partito e i suoi governi.

Si era pensato, in particolare, che il presidente di Forza Italia avesse interesse all’iniziativa del suo amico per rifarsi del boccone ingurgitato nell’isola con la candidatura di Nello Musumeci, al quale avrebbe preferito il leader degli “indignati” siciliani Gaetano Armao, prima che questi si rassegnasse a candidarsi solo come vice dell’aspirante governatore.

Con Sgarbi in corsa, in effetti, e col sistema elettorale siciliano, che permette di votare per il governatore proposto da una coalizione e per un partito di una coalizione avversa, Berlusconi avrebbe potuto accarezzare l’idea di una sconfitta personale di Musumeci, magari per pochi voti, ma di una vittoria del centrodestra nella distribuzione dei seggi del Consiglio regionale. Era proprio questo lo scenario che in qualche intervista e incontro con amici si era lasciato scappare l’ex governatore siciliano Totò Cuffaro, sostenitore dichiarato di Sgarbi.

Il retroscena, diciamo così, era prevalso così tanto sulla scena che Berlusconi aveva avvertito ad un certo punto l’esigenza di coprisi con una telefonata personale a Sgarbi, pregato di diffonderla all’istante, d’invito alla rinuncia. Ad aiutare la quale, peraltro ha poi concorso anche la divaricazione crescente a sinistra, spaccatasi in due tronconi tali da mettersi fuori gioco entrambi i candidati alla presidenza: sia il moderato rettore dell’Università di Palermo Fabrizio Micari, sostenuto dall’onnipotente e sempiterno sindaco di Leoluca Orlando, che avrebbe potuto ridurre le distanze da Musumeci proprio grazie alla concorrenza di Sgarbi nella stessa area, sia il più puntuto Claudio Fava.

Diventata definitiva la rinuncia del critico d’arte, tradottasi peraltro in un tale rafforzamento di Musumeci da permettere a quest’ultimo di scaricare anche Armao come aspirante vice, i retroscenisti -sempre loro- si sono impegnati nelle ultime due settimane a immaginare, prevedere, svelare, come preferite, in che misura e modo Berlusconi avesse potuto o voluto generosamente sdebitarsi, al solito, con Sgarbi. Magari offrendo al suo Rinascimento un apparentamento elettorale nel rinnovo delle Camere, l’anno prossimo ?

A interrompere o disturbare questa caccia al segreto è intervenuto l’annuncio, domenica scorsa, da parte del direttore del Giornale della famiglia Berlusconi, Alessandro Sallusti, del ritorno quotidiano di Sgarbi sulla prima pagina con la sua storica rubrica degli sgarbi, appunto. E così è avvenuto il giorno dopo con un lungo corsivo del critico d’arte contro una legge particolarmente indigesta al centrodestra: quella del cosiddetto ius soli, ma molto cosiddetto perché non c’è in quel progetto niente di automatico nel conferimento della cittadinanza a chi nasce in Italia da immigrati. Il giorno ancora successivo è toccato alla difesa, invece, di un coppedè romano demolito in via Ticino 3.

L’annuncio di Sallusti

Immagino già gli insulti -altro che “capra, capra, capra”- di Sgarbi a chiunque, anche amico, dovesse sospettarlo di avere in qualche modo scambiato i suoi mancati vespri siciliani col ritorno sulla prima pagina del Giornale. Eppure il mio amico Vittorio potrebbe cavarsela una volta tanto all’inglese, facendo suo il famoso motto dell’Ordine britannico, appunto, della Giarrettiera: Honi soit qui mal y pense. Che in italiano si traduce: sia vituperato chi ne pensa male.

 

 

 

Pubblicato da Il Dubbio del 18 ottobre 2017

Funerali e feste in Italia per i risultati delle elezioni in Austria

Come nel “Paese dei campanelli” immaginato nel 1923 da Carlo Lombardo con una fortunata operetta in tre atti, sia pure ispirata a ben altri e più divertenti vicende di coppie incrociate, è subito scattato in una certa intellettualità italiana impegnata a sinistra l’allarme per i risultati elettorali in Austria. “Un campanello d’allarme per l’Italia”, ha scritto appunto Massimo Giannini su Repubblica. E di converso, a destra, si sono accesi i fuochi dell’entusiamo perché a Vienna -hanno titolato quelli di Libero- “hanno vinto i cloni di Berlusconi e Salvini”, che pertanto potrebbero mettersi i campanelli ai piedi per attraversare festosamente la penisola e attrarre elettori.

Il clone austriaco di Berlusconi sarebbe il nipote- stando all’età- Sebastian Kulz, della famiglia  “popolare” europea, che col 31,6 per cento dei voti ha prenotato la cancelleria grazie all’alleanza scontata con Heinz Christian Strache, che col suo partito ancora più a destra ha raccolto il 25,9 per cento.

Peccato, per loro, che Berlusconi e Salvini queste percentuali possono solo sognarle. Un sondaggio Demos ha appena attribuito al partito berlusconiano il 14,2 per cento e a quello di Salvini  il 14,6. Che fanno insieme, sommati, il 28,8 per centro, contro il 57,5 dei loro “cloni” austriaci. Ma -obietterà qualcuno- in Italia ci sono anche i “fratelli” di Giorgia Meloni. Sì, è vero. Ci sono anche loro, a destra, che fanno continuamente la spola fra berlusconiani e leghisti , prendendosela ora con gli uni e ora con gli altri, secondo i temi e i giorni, ma non vanno oltre il 5 per cento, sempre nei sondaggi, per quanto la giovane sorella d’Italia goda di grande attenzione e ospitalità mediatica, frequentando più salotti televisivi che piazze.

Il 28,8 per cento dei berlusco-leghisti più il 5 per cento dei loro “fratelli” d’Italia fanno solo il 30,8 per cento. Che, per quanto superiore al 27,6 accreditato ai grillini e al 26,3 del Pd guidato da Matteo Renzi, pur dopo la scissione dei vari Bersani e D’Alema, è ben lontano dal risultato dei “cloni” austriaci e da quella che, proprio per i numeri, si può ben considerare e definire una loro vittoria.

Cerchino quindi un po’ tutti, a sinistra e a destra, di darsi una calmata al di qua delle Alpi e di dismettere i panni sia del funerale sia della festa.

Scalfari certifica la democrazia del Pd di Renzi e della nuova legge elettorale

Reduce dalla festa dei dieci anni del Pd all’Eliseo, dove lo avevano invitato come fondatore di Repubblica e si era un po’ trovato e riscoperto anche come uno dei fondatori, pure lui, del partito guidato da Matteo Renzi,  visti i vuoti lasciati da Romano Prodi, Arturo Parisi ed altri vittime non si è ben capito se delle sciatterie organizzative o della loro permalosità, Eugenio Scalfari ne ha diligentemente riferito ai lettori un po’ come cronista e un po’ come editorialista. E lo ha fatto con una tigna, come si dice a Roma, che mi è apparsa un po’ come una rivincita, una puntualizzazione, una correzione rispetto ai colleghi di testata, giovani e non, che nei giorni precedenti avevano riferito delle vicende del Pd, del suo segretario e del suo capogruppo alla Camera, primo firmatario della riforma elettorale che ne porta il nome latinizzato di Rosatellum, in modo critico. Che lui, il fondatore, non ha per niente condiviso.

Scalfari ha trovato, a torto o a ragione, fra gli interventi di Renzi, di Walter Veltroni, che fu peraltro il primo segretario del Pd, e del presidente del Consiglio in carica Paolo Gentiloni un filo comune, politico e culturale. Che è quello di Giustizia e Libertà, dei fratelli Rosselli e poi del Partito d’Azione di Ugo La Malfa, cui si è sempre ispirato -ha ricordato Scalfari agli smemorati, giovani o meno anziani redattori e collaboratori del giornale da lui fondata- la linea editoriale e politica del gruppo Espresso e Repubblica.

Per tradurre in parole povere o concetti alla mano lo Scalfari tignoso dell’Eliseo, il Pd guidato da Renzi è di sinistra, checché ne dicano quelli che l’hanno lasciato indignati: di una sinistra di governo, non di opposizione e contestazione fine a  se stessa, utopistica e persino cavernicola sotto certi aspetti. E Renzi, anche grazie al disturbo levato da Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e compagni, ha potuto  finalmente conciliare la sua natura tendenzialmente solitaria con la “collegialità” di cui ha bisogno un partito democratico, desideroso di sopravvivere alle sorti del suo leader di turno.

Renzi più Gentiloni più Veltroni sono un collegio di cui potersi fidare, su cui potere scommettere, secondo Scalfari.  E basta con le solite campagne irrealistiche e denigratorie, come quella scatenatasi contro la nuova legge elettorale appena approvata a Montecitorio anche con lo scrutinio segreto finale, e non solo con le tre precedenti votazioni di fiducia per appello nominale. Essa “non viola la democrazia”, ha scritto il fondatore di Repubblica, che ne ha voluto  la certificazione anche nel titolo del suo commento, abituato a farselo da solo, pur con l’aria educata di proporlo.

L’unico, fra i collaboratori della testata ora guidata da Mario Calabresi, col quale Scalfari ha ritenuto di dovere polemizzare esplicitamente, considerandolo probabilmente il più adeguato al suo livello in un confronto, è stato il presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, convinto che anche la nuova legge elettorale tradisca, o quasi, la sovranità riconosciuta dalla Costituzione al popolo. Che però -dice l’articolo 1- “la esercita nelle forme e nei limiti” della stessa Costituzione,  la quale a sua volta affida l’approvazione delle leggi, compresa quella elettorale, al Parlamento, non al popolo direttamente col referendum, cui si può ricorrere solo per abrogare, parzialmente o in parte, le leggi in vigore, non per farne di nuove. Ma questo, a dire il vero, Scalfari non lo ha scritto così esplicitamente, forse per non umiliare il professore e amico Zagrebelsky rimproverandogli di non sapere o voler leggere bene la Costituzione.

Scalfari ha invece preferito -volando più in alto, forse troppo- opporre al populismo costituzionale, diciamo così, del presidente emerito della Corte “la storia millenaria”. Che a suo avviso ha sempre coniugato la democrazia dei molti, se non di tutti, con la oligarchia delle classi dirigenti e dello stesso Parlamento, dove si formano maggioranze e minoranze di forze politiche guidate per forza di cose dai pochi dirigenti, e non da tutti gli iscritti o militanti. E’ frutto di questo gioco democratico anche la legge elettorale ora all’esame del Senato.

Per fortuna Gustavo Zagrebelsky, pur avendo quasi 20 anni meno di Scalfari, ha conseguito i suoi titoli di studio e fatto carriera senza dovere ottenere i voti del fondatore di Repubblica. Sennò le bocciature si sarebbero sprecate.

L’Ischiatutto di Silvio Berlusconi, pizzicato anche dal Giornale di famiglia

Nonostante quel “Vinco o mi ritiro” gridato  col titolo principale della prima pagina per rilanciare ai lettori la promessa o minaccia, come preferite, che Silvio Berlusconi, con tanto di casco in testa, ha messo sul piatto elettorale, come aveva già fatto inutilmente Matteo Renzi nella corsa al referendum  dell’anno scorso sulla riforma costituzionale, neppure il Giornale di famiglia del capo di Forza Italia ha saputo trattenersi dall’incredulità ironica. Che si è espressa nella fulminante rubrichetta De minimis, sempre in prima pagina, scherzando sulla località dove Berlusconi l’aveva sparata così grossa per commentare: “Ischiatutto”. E con quel ch’è accaduto col terremoto a Casamicciola ci sarebbe ben poco da ridere.

Accomunati ben più di quanto i loro critici non abbiano pensato dando loro il soprannome di Renzusconi, i due ex presidenti del Consiglio, volenti o nolenti, si specchiano continuamente l’uno nell’altro. Lo fanno anche nel “teatrino della politica” che entrambi disprezzano a parole offrendosi agli elettori come avversari irriducibili.

“Sarà un corpo a corpo” in ogni collegio elettorale, ha detto Renzi celebrando i 10 anni del Pd, nel teatro romano dell’Eliseo, per respingere i sospetti dei suoi compagni usciti o rimasti nel partito che egli abbia già messo nel conto dopo le elezioni un’alleanza con Berlusconi.

“Lo escludo per storia e ideologia”, ha detto quasi contemporaneamente Berlusconi, sempre a Casamicciola, parlando dell’ipotesi di un governo delle cosiddette larghe intese col Pd dopo le elezioni e mostrando come più chiaramente non poteva quanta poca considerazione egli abbia intimamente sia della storia sia dell’ideologia. Della storia, perché risale a non più tardi di sei anni fa la sua decisione di  ritirarsi da Palazzo Chigi per appoggiare col Pd il governo tecnico di Mario Monti. Risale invece a non più tardi di quattro anni fa la decisione di Berlusconi di far partecipare il suo partito al governo presieduto dall’allora vice segretario del Pd Enrico Letta, cui poi avrebbe tolto l’appoggio per ritorsione contro la propria decadenza da senatore per essere stato condannato in via definitiva per frode fiscale, mentre i ministri che vi aveva messo rimanevano al loro posto uscendo invece dal suo partito e creandone un altro. Eppure dopo qualche mese soltanto Berlusconi, sempre lui, favorì in qualche modo la formazione del governo Renzi, sempre con quei ministri “traditori” dentro, facendo col segretario del Pd il famoso patto del Nazareno: ancora più importante di un patto di governo perché finalizzato addirittura alle riforme della Costituzione e della legge elettorale.

Per quanto riguarda poi l’ideologia, è curioso che ne parli proprio Berlusconi, che ha voluto e potuto entrare prepotentemente in politica grazie alla caduta delle ideologie, dopo il crollo del muro di Berlino e la liberalizzazione del voto cosiddetto di opinione dell’Italia divisasi ideologicamente, appunto, per quasi mezzo secolo fra comunisti e anticomunisti.

D’altronde, anche negli anni delle ideologie radicate, partiti dichiaratamente alternativi come la Dc e il Pci, per definizione dell’allora presidente democristiano Aldo Moro, andarono alle elezioni anticipate nel 1976 per uscirne accomunati nella maggioranza di cosiddetta solidarietà nazionale.

Per quanto euforico per il protagonismo politico conservato alla bella età di 81 anni, e nonostante la guerra subita sul piano giudiziario, Berlusconi dovrebbe un po’ contenersi nelle promesse o, in questo caso, nelle minacce di ritorsione verso gli elettori che la prossima volta dovessero impedirgli di ottenere la maggioranza. E ciò in uno scenario politico ed elettorale che, nonostante il concetto di coalizione riproposto dalla riforma nota com Rosatellum, non potrà permettere a nessuno -ma proprio a nessuno, neppure a Berlusconi, oltre che a Renzi, a Grillo e a chi capeggerà la sinistra cosiddetta radicale dei vari Bersani e D’Alema- di uscire dalle urne vincitore, titolare cioè di una maggioranza traducibile in un governo autosufficiente.

 

 

 

Ripreso da http://www.formiche.net col titolo: Perché sono rischiosi gli annunci di Silvio Berlusconi su larghe intese e dintorni

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