Mattarella al Quirinale, col codice antimafia, come il Re a Villafranca

Anche se la scena è stata occupata per intero dalla cosiddetta guerra di via Nazionale, fra il segretario del Pd Matteo Renzi desideroso, ora anche col consenso della maggioranza della Camera raccoltasi attorno ad un’apposita mozione, di tagliare metaforicamente la testa a Ignazio Visco, per scarsa vigilanza sugli istituti di credito, e il presidente della Repubblica deciso a spalleggiarne o persino a imporne al presidente del Consiglio la conferma alla guida della Banca d’Italia, appunto in via Nazionale, l’evento istituzionalmente più clamoroso delle ultime ventiquattro ore è forse un altro.

E’ il dissenso espresso dal capo dello Stato verso una legge approvata dal Parlamento ma che lui ha deciso ugualmente di firmare e promulgare, facendola quindi entrare in vigore. Si tratta del codice anti-mafia, che equipara gli imputati di corruzione e concussione a quelli di mafia, sottoponendo anche loro al sequestro preventivo dei beni, e che -al converso- limita rispetto alle direttive europee l’applicazione della cosiddetta confisca allargata.

Il capo dello Stato non se l’è sentita di rinviare la legge alle Camere per il riesame previsto dall’articolo 74 della Costituzione, e più volte usato dai suoi predecessori per altre leggi, ma l’ha firmata insieme con una lettera al governo e ai presidenti delle Camere in cui ne sottolinea gli aspetti che potrebbero comprometterne la costituzionalità se non tempestivamente corretti.

Il merito degli appunti, peraltro coincidenti con un ordine del giorno già approvato in Parlamento nel momento di licenziare il provvedimento preteso a gran voce dai soliti moralisti un tanto al chilo, che trattano i garantisti alla stregua di farabutti o loro complici, è a mio avviso secondario rispetto al fatto che si ritenga giusto promulgare una legge, e farla quindi entrare in vigore, denunciandone pubblicamente i limiti, pur prevedendo la Costituzione un altro percorso in simile evenienza. Non vi è precedente di sorta che possa, a mio avviso, giustificare una firma con riserva.

Con le leggi, e le implicazioni della loro applicazione, non si può fare come a Villafranca, passata alla storia d’Italia per la riserva con la quale re Vittorio Emanuele II il 12 luglio 1859 aggiunse la sua firma a quelle apposte il giorno prima dai regnanti di Francia ed Austria per concludere la seconda guerra d’Indipendenza. “Per tutto ciò che mi concerne”, scrisse Vittorio Emanuele firmando un armistizio che non lasciava soltanto il Veneto agli austriaci ma prevedeva anche una Confederazione italiana presieduta dal Papa.

Sergio Mattarella, d’altronde, pur lavorando al Quirinale, dove s’insediò il primo Re d’Italia a compimento dell’unificazione con la presa di Roma, non ha francamente il fisico del ruolo di Vittorio Emanuele II: né a piedi né a cavallo, se mai ha provato a saltarvi sopra.

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