La Boldrini rivendica le competenze del Parlamento nell’affare Visco

La presidente della Camera Laura Boldrini non si è lasciata scappare le occasioni offertegli dalle riserve, o critiche, espresse dai costituzionalisti Sabino Cassese sul Corriere della Sera e  Paolo Armaroli sul Sole 24 Ore per ribadire, in una lettera molto argomentata e documentata, il diritto del Parlamento di occuparsi della Banca d’Italia e del suo governatore, la cui nomina o revoca comporta una partecipazione non formale del governo. Che pertanto può e deve rispondere alle Camere delle sue decisioni.

Se poi, nel caso di Ignazio Visco, sul cui eventuale rinnovo, scadendo il suo mandato di sei anni a fine mese, sono scoppiate furibonde polemiche, le iniziative delle opposizioni e/o della maggioranza fossero opportune o no, la presidente della Camera ha scritto che non era suo compito occuparsene. Nè intende occuparsene adesso, spettandole solo il dovere di applicare il regolamento quando è chiamata ad ammettere o rifiutare mozioni. E in effetti l’articolo 139 bis del regolamento della Camera è chiaro nel condizionare l’ammissibilità di una mozione “alla competenza e alla connessa responsabilità del governo nei confronti del Parlamento”.

Contestare la “responsabilità del governo nei confronti del Parlamento” nell’affare Visco, chiamiamolo così, è obiettivamente difficile leggendo l’articolo 19 della legge del 2015 che disciplina la nomina del governatore della Banca d’Italia: “disposta dal presidente della Repubblica su proposta del presidente del Consiglio dei Ministri, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, sentito il parere del Consiglio Superiore della Banca d’Italia”.

Della “previa deliberazione del Consiglio dei Ministri” si dimenticano disinvoltamente, nelle polemiche in corso contro il segretario del Pd, colpevole di avere fatto praticamente chiedere alla Camera dal gruppo del suo partito di non rinnovare il mandato a Visco, quanti praticamente contestano alla politica il diritto di occuparsene, dovendosi la questione ridursi sostanzialmente ad un rapporto quasi tecnico fra il capo dello Stato e quello del governo.

La “deliberazione del Consiglio dei Ministri” comporta  peraltro ch’esso si riunisca con l’argomento iscritto all’ordine del giorno e ne discuta, non potendosi neppure immaginare che gli avversari di Renzi arrivino al punto di negare appunto la possibilità o opportunità di una discussione fra i ministri. Fra i quali si conosce la contrarietà di Pier Carlo Padoan, Andrea Orlando e Carlo Calenda ad una sostituzione del governatore uscente. Ma degli altri, cioè della maggioranza dei ministri, si può conoscere il parere senza  lasciarsi dare degli importuni, o lasciarsi opporre un segreto di Stato?

Fra i sostenitori del rinnovo del mandato di Visco, che Renzi peraltro ha messo nel conto della partita precisando che si limiterebbe a prenderne atto, sorprende francamente l’ascolto dato da Eugenio Scalfari alla confidenza ricevuta dall’amico Visco di essere pronto a “dimettersi” se Mattarella o Gentiloni, o entrambi, glielo chiedessero.

Salvo fraintendimenti nel modo in cui il fondatore di Repubblica ha riferito di tanto generosa disponibilità, è incredibile che Visco non sia consapevole del fatto che il suo mandato scadrà il 31 ottobre, giornata peraltro del risparmio, che lui celebrerà col rituale discorso. Renzi non ne ha reclamato le dimissioni. Il segretario del Pd si è limitato, assumendosene tutta la responsabilità politica, ad auspicarne l’avvicendamento per fine mandato. Che è di sei anni, non di due o tre. Tutto qui, anche se mostra di esserne scandalizzato, o quasi, anche  chi come Silvio Berlusconi ha ammesso e ammette un difetto di vigilanza della Banca d’Italia, sotto la guida di Visco, sugli istituti di credito che hanno procurato danni ai loro clienti e allo Stato.

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