L’autorete referendaria del centrodestra autonomista

Favorito sinora, nella lunghissima campagna elettorale cominciata quasi un anno fa, dalle  devastanti divisioni della sinistra, che produssero più ancora dei no di Silvio Berlusconi e di Beppe Grillo la sconfitta referendaria di Matteo Renzi sulla riforma costituzionale il 4 dicembre scorso, il  cosiddetto centrodestra ha regalato ai pur malmessi avversari un’autorete. Di cui esso è destinato a subire gli effetti maggiori dopo le elezioni, se mai dovesse davvero riuscire a vincerle, come mostra di credere il presidente di Forza Italia percorrendo allegramente il Paese e attaccandosi ad ogni microfono a disposizione per lasciarlo solo quando qualcuno si decide a toglierglielo. E’ appena accaduto a Capri davanti alla platea dei giovani industriali.

L’autorete è il referendum appena svoltosi, all’insegna della maggiore autonomia, nelle due regioni più grandi del Nord governate proprio dal centrodestra, ma a trazione leghista, per quanto sul Carroccio si sprechino calci, calcetti e gomitate fra i conducenti: il governatore lombardo Roberto Maroni, Bobo per gli amici, il governatore veneto Luca Zaia e il segretario del partito Matteo Salvini.

La richiesta di più autonomia regionale dopo i guasti provocati proprio dalle regioni nei 47 anni della loro esperienza, tradottisi in maggiore spesa pubblica e in un contenzioso infinito col governo nazionale davanti alla Corte Costituzionale,  sta ad una coalizione di centrodestra come il diavolo all’acqua santa. Si sa che fine hanno fatto i tentativi già compiuti da Berlusconi in persona, al governo,  di conciliare centrodestra e federalismo.

Ad essere compromessa non è tanto l’unità nazionale, come ha gridato, solitaria, nel centrodestra la sorella dei Fratelli d’Italia Giorgia Meloni pensando alla vicenda spagnola della Catalogna, quanto la governabilità del Paese sul terreno economico e sociale, oltre o prima ancora che politico. Non vi sarebbe barzelletta di un Berlusconi eventualmente ricandidabile e  vittorioso, e magari anche tornato all’onorificenza del Cavalierato, in grado di ricomporre gli egoismi scatenati da chi stando meglio pretende di dare di meno, o niente, a chi sta peggio. Se poi dovessero mancare anche le barzellette di Berlusconi per il perdurante difetto della sua cosiddetta agibilità politica, e toccasse a una sua controfigura insediarsi a Palazzo Chigi, la situazione sarebbe ancora più grave. Mancherebbe anche l’occasione, pur effimera, di una risata.

Sarebbe paradossalmente preferibile un centrodestra guidato da Salvini. Che da segretario della Lega potrebbe contenerla meglio.

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