Più panna montata che latte negli attacchi al pur maleducato Renzi

Avversari e critici di Matteo Renzi, se fossero veramente e soltanto mossi dallo scrupolo istituzionale invocato contro la mozione del Pd presentata alla Camera per chiedere, testualmente, “la figura più idonea a garantire nuova fiducia” nella Banca d’Italia, il cui governatore Ignazio Visco è in scadenza di mandato, potrebbero e dovrebbero accontentarsi del maleducato che si è praticamente dato lo stesso Renzi. Il quale, collegato dal suo treno elettorale col salotto televisivo di Lilli Gruber, ha liquidato come “questione di galateo” quella sollevata contro di lui e la mozione depositata a Montecitorio da Silvia Fregolent, infine approvata con 231 voti favorevoli e 97 contrari, ma soprattutto col parere favorevole del governo espresso dal sottosegretario all’Economia Pier Paolo Baratta. Che peraltro Renzi, non parlamentare, ha preso tanto sul serio, con le notizie evidentemente fornitegli sul lavoro svolto per far modificare il testo originario del documento, da scambiarlo per un vice ministro parlandone in televisione.

Persino l’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli, che ha definito “eversiva” l’iniziativa sostenuta dal segretario del Pd, potrebbe sentirsi ripagato avendo dato a Renzi del “maleducato di talento” quando l’ex sindaco di Firenze era ancora presidente del Consiglio e lo tampinava di sms di critica o di protesta per gli articoli che non gradiva, forse accelerando se non addirittura provocando il suo logoramento nella redazione di via Solferino, o quanto meno nei rapporti con gli editori di allora.

Lo strappo al galateo ammesso onestamente da Renzi con la scusante di avere voluto privilegiare il rapporto di solidarietà con i risparmiatori danneggiati, secondo lui, dalla scarsa vigilanza esercitata dall’ex istituto di emissione sulle banche travolte dalla crisi, non ha fermato ne’ fermerà -vedrete- gli attacchi al segretario del Pd. Al quale si continuerà a rimproverare di avere avere violato il santuario della Banca d’Italia con le sue critiche. E di averne compromesso l’autonomia e l’indipendenza, come da tempo i magistrati dicono del loro lavoro e della loro funzione ogni volta che ricevono critiche da politici, e persino da giornalisti.

Il presidente del Pd Matteo Orfini è stato praticamente liquidato come servo dell’altro Matteo per avere definito “curiosa” la pretesa di equiparare l’infallibilità del Papa, peraltro messa in discussione ormai dagli stessi Pontefici, all’infallibilità del governatore della Banca d’Italia, che non potrebbe essere criticato senza compromettere la credibilità internazionale del Paese, la stabilità dei mercati finanziari e quant’altro.

Si dà però il caso che il governatore uscente abbia già dovuto prendere contatto con la commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche appena insediata, e presieduta da Pier Ferdinando Casini. Cui si è impegnato a presentare quantità industriali di documenti. Ne’ potrà sottrarsi a dare personalmente delucidazioni sulla congruità della sorveglianza effettuata dall’istituto di via Nazionale.

Ora, senza voler praticare proprio contro di lui il giustizialismo abitualmente riservato da molti dei sostenitori di Visco contro chiunque abbia la sventura di entrare o solo sfiorare indagini giudiziarie o paragiudiziarie, quali sono quelle di una commissione parlamentare d’inchiesta, non potrebbe essere certamente considerata comoda la situazione nella quale si dovesse trovare il governatore uscente della Banca d’Italia se confermato a fine mese. Non a caso circolano sempre più insistentemente voci di una resistenza dello stesso Visco all’ipotesi di una conferma nel pieno delle polemiche che a torto o a ragione lo riguardano.

In effetti, al di là delle intenzioni delle autorità che possono disporre questa conferma, cioè i presidenti del Consiglio e della Repubblica, rispettivamente come proponente e deliberante, essa rischia di apparire come dettata dalla loro volontà , e dall’interesse di Visco, di garantirgli una cortina di protezione.

Il problema non è di anticipare la scadenza del mandato di sei anni del governatore, che Renzi non ha mai posto, e avrebbe fatto malissimo a porre, ma più semplicemente di rinnovarlo o meno.

Un rinnovo peraltro equivarrebbe, per l’età dell’interessato e per la durata complessiva di due mandati, a restituire alla carica più importante della Banca d’Italia quel carattere “a vita” che fu abolito nel 2005 per legge, non per il capriccio o il calcolo di qualche malintenzionato.

Esaminata la questione sotto questi aspetti, senza malanimi e crociate, c’è forse più panna montata che latte nelle polemiche in corso.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

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