Benvenuti nel pollaio del centrodestra di Berlusconi, Salvini e Meloni

Siamo proprio sicuri che la frantumazione e la confusione in questa marcia di avvicinamento alle elezioni appartengano solo alla sinistra, incapace di presentarsi unita, nemmeno nelle forme e nei modi pasticciati dei tempi prodiani dell’Ulivo e dell’Unione? E non anche al centrodestra, che pure canta vittoria? Ed ha già vinto quell’assaggio di elezioni che è stato nel mese scorso il rinnovo del Consiglio regionale siciliano, dove tuttavia i seggi sono finiti per metà alla maggioranza e per l’altra metà alle opposizioni.

Non passa ormai giorno senza che nel pollaio del centrodestra non si debbano registrare divisioni e litigi. La situazione è stata descritta come meglio non si poteva su un giornale dove Silvio Berlusconi è tanto di casa da essere chiamato “l’amor nostro”. E’ naturalmente Il Foglio, fondato e tuttora ispirato da Giuliano Ferrara, già ministro dei rapporti col Parlamento nel primo dei governi di centrodestra, nell’ormai lontano 1994, e diretto da qualche tempo dal giovane Claudio Cerasa.

I cronisti e analisti “foglianti”, come amano loro stessi chiamarsi, sono intervenuti a gamba tesa sui “capricci” appena contestati pubblicamente da Berlusconi all’alleato, si fa per dire, Matteo Salvini sul terreno peraltro delicatissimo della giustizia, dove il garantismo del primo si scontra col giustizialismo del secondo, contrario ad ogni sconto di pena per un certo tipo di reati.

“Viene da pensare -hanno scritto i foglianti- che al fondo dei rapporti fra i due ci sia anzitutto una incompatibilità anagrafica, personale e antropologica profondissima. Salvini è il giovane dall’aria irritante che vuole fargli le scarpe, Berlusconi l’anziano leader che non sopporta il ragazzino maleducato”. Col quale tuttavia l’ex presidente del Consiglio dovrà non solo concordare un programma, per quanto vada dicendo da mesi che esso è già pronto, ma anche o soprattutto dividere le candidature della coalizione nei collegi uninominali della Camera e del Senato, che si trascineranno appresso i seggi ancora più numerosi della quota proporzionale.

Più i due si incontrano, peraltro di rado, più si parlano al telefono, più di frequente o meno di rado, come preferite, meno si comprendono. E ciò comincia peraltro ad accadere anche fra Salvini e la sorella dei Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, alla quale il segretario leghista sottrae appena può pezzi e uomini della vecchia destra post-missina con operazioni destinate a lasciare il segno, al di là dell’indifferenza e persino del compiacimento a parole dell’ex ministra della Gioventù. Che cerca si scherzare sui “fondoschiena” necessari anche ai vari Francesco Storace e Gianni Alemanno per rimanere o tornare a sedersi sulle sedie del potere e del sottopotere politico.

Al di fuori di una loro, ripeto, “incompatibilità anagrafica, personale e antropologica profondissima”, al Foglio non riescono a spiegarsi “come sia possibile che Berlusconi e Salvini stiano cercando di far naufragare un’alleanza già benedetta da tutti i loro colonnelli”, impegnati in periferia a cercare e a stringere intese. Ma forse in quel “tutti” dei foglianti c’è un tantino di esagerazione.

Al contenzioso già consistente fra “i due”, come li chiamano al Foglio, si è aggiunta nelle ultime ore l’apertura di Berlusconi, rifiutata da Salvini, ad una prosecuzione del governo uscente di Paolo Gentiloni dopo le elezioni di marzo, se queste dovessero produrre un risultato sterile, senza che nessuno da solo o in compagnia riesca poi a racimolare la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari.

La proroga di Gentiloni dovrà durare per tutto il tempo che sarà necessario per fare nuove elezioni: un tempo però che nessuno è costituzionalmente in grado di fissare all’unico soggetto che dispone del potere di rimandare gli elettori alle urne sciogliendo le Camere: il presidente della Repubblica.

Lo stesso Berlusconi d’altronde sperimentò personalmente la forza nel 1995 la forza delle prerogative presidenziali, quando cadde il suo primo governo e reclamò anticipazioni anticipate che l’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro concesse solo dopo un anno, sostituendolo nel frattempo a Palazzo Chigi con Lamberto Dini.

Lo spettacolo davvero insolito di una separazione consensuale in politica

La notizia è talmente controcorrente rispetto all’andazzo politico che non se n’é trovata traccia nelle prime pagine dei giornali, pur generose con tutti gli starnuti e i sospiri che si levano dai partiti vecchi e nuovi, grandi e piccoli, persino minuscoli, con percentuali elettorali da prefisso telefonico nei sondaggi che si inseguono in questa fine di legislatura. Sto scrivendo della separazione consensuale di Alternativa Popolare, già Nuovo Centro Destra, decisa all’unanimità dalla direzione nazionale al termine di due riunioni in cui nessuno ha insultato l’altro, e tanto meno gli ha lanciato contro sedie, o portacenere, o bicchiere, o solo una penna biro, o una dichiarazione alle agenzie di stampa.

Tutti si sono trovati d’accordo a lasciarsi senza rancori e recriminazioni da mettere in piazza, come si diceva una volta delle lavandaie. Ciascuno si accaserà dove vorrà nei campi, chiamiamoli così, delle elezioni di marzo. Chi vorrà tornarsene da Silvio Berlusconi, poco importa se per affetto, convinzione o opportunismo, visto che l’uomo di Arcore è rimasto primattore, lo farà a suo rischio e pericolo, visto che da quelle parti si sprecano ancora i veti contro chi ha osato governare col Pd  dopo l’ordine impartito dall’allora Cavaliere di passare all’opposizione, quattro anni fa. Chi invece vorrà rimanere con Matteo Renzi, allestendo una lista di apparentamento col Pd, lo farà senza sentirsi dare dai suoi concorrenti del poltronista incallito, e senza più incorrere nei veti di una certa sinistra uscita dall’orbita dell’ex presidente toscano del Consiglio.

La separazione -pensate un pò- è stata ed è così consensuale che i filoberlusconiani e i filorenziani hanno deciso di restare negli stessi gruppi parlamentari sino alle elezioni, oltre quindi lo scioglimento formale delle Camere, per conservare gli uni e gli altri il vantaggio di presentare le loro liste senza dovere raccogliere la quantità sproporzionata di firme prescritta da una legge contro la quale sta protestando un giorno si e l’altro pure la radicale Emma Bonino. Che è impegnata pure lei, senza avere però un gruppo parlamentare alle spalle, ad allestire con gli amici una lista apparentata col Pd.

Di controcorrente, o insolito, come preferite, nella separazione consensuale di quelli che ruppero a suo tempo con l’allora Cavaliere definendosi  con Angelino Alfano “diversamente berlusconiani”, c’è stata anche la rinuncia dello stesso Alfano a ricandidarsi: una rinuncia finalizzata, per il ruolo di leader da lui  svolto in quella rottura, a facilitare l’accasamento elettorale degli amici.

Questo Alfano, messo in croce per una legislatura come un poltronista da record, aggiungendo i Ministeri addirittura dell’Interno e degli Esteri a quello della Giustizia guidato nella precedente legislatura, quando era il delfino di Berlusconi, prima di sentirsi negare il famoso “quid”, si è rivelato decisamente migliore dei suoi critici ed avversari. Negarlo sarebbe da disonesti.

Maurizio Crozza “adotta” Pietro Grasso, come fece con Bersani cinque anni fa

Quello degli amici di Matteo Renzi contro l’ospitalità televisiva di Fabio Fazio a Pietro Grasso la sera di domenica scorsa, con la presentazione in diretta del logo delle liste elettorali  di Liberi e uguali, che porta il nome del presidente del Senato come un braccialetto di neonato, è uno spreco imperdonabile di energie.

Gli amici del segretario del Pd stanno dimostrando di sapere e capire veramente poco di televisione, come d’altronde hanno già dimostrato ai tempi di Renzi a Palazzo Chigi con l’investimento aziendale e politico su Antonio Campo Dall’Orto. Che fu nominato direttore generale della Rai il 6 agosto 2015 e costretto a lasciare già il 1° giugno scorso, avendo quindi potuto ballare al vertice operativo dell’azienda per una sola estate intera -quella del 2016- e per frazioni di altre due.

Letteralmente accecati dall’invito di Fazio a Grasso, peraltro successivo a quelli a Renzi, a Berlusconi e a Di Maio, gli improvvidi sostenitori del segretario del Pd non ne hanno visto gli effetti devastanti per il presidente del Senato. La cui goffaggine mediatica, con quei groppi alla gola, le risposte in politichese stretto, la bonomia indossata come travestimento perché contraddetta da promesse di comando e via ancora dicendo, ha letteralmente scatenato la fantasia e la professionalità di Maurizio Crozza. Che ha adottato, diciamo così, l’esordiente capo politico, lo ha svestito dei panni istituzionali della seconda carica dello Stato, e lo ha messo letteralmente alla berlina televisiva, per giunta sulla stessa rete di Fazio. Che ha in qualche modo partecipato agli sberleffi la sera dopo collegandosi dal suo studio coll’artista e facendogli praticamente da spalla.

Tanto aveva cercato Grasso di allontanare da sé l’ombra di Massimo D’Alema il giorno prima, rispondendo al conduttore televisivo che lo intervistava, quanto Crozza è riuscito il giorno dopo a divertirsi -ma soprattutto a divertire il pubblico- sovrastando con quell’ombra il presidente del Senato.

Cinque anni fa, proprio di questi tempi, Crozza aveva adottato un altro politico nei suoi spettacoli televisivi. Era l’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani: il primo peraltro a compiacersene incautamente, senza rendersi conto di quanto gli costassero in termini di voti e di credibilità mediatica le spazzole che Crozza gli metteva in mano per pettinare le bambole o per smacchiare Silvio Berlusconi travestito da giaguaro.

La campagna elettorale del 2013 per l’elezione delle Camere della diciassettesima legislatura cominciò con Bersani in testa e finì con la sua sconfitta, pur declassata da lui a “non vittoria”. Egli fu sorpassato allegramente -nel vero senso della parola- dal solitario Beppe Grillo. E per poco, molto poco, non fu sorpassato pure da Berlusconi. Gli rimasero in mano solo le spazzole e le battute di Crozza. Seguì il suo naufragio sia come presidente del Consiglio incaricato, anzi pre-incaricato, sia come promotore delle candidature prima di Franco Marini e poi di Romano Prodi al Quirinale e sia come segretario del partito. Le cui dimissioni portarono al Nazareno per qualche mese Guglielmo Epifani e molto più a lungo, ma molto, Renzi.  Di cui Bersani ha potuto liberarsi solo andandosene dal Pd e portandosi appresso, fra gli altri, proprio Grasso. Che gli è rimasto lodevolmente riconoscente, sul piano umano, della promozione procuratagli nel 2013 a membro e addirittura a presidente del Senato della Repubblica.

Le sfide di Grasso, Renzi e Salvini nella seconda domenica d’avvento

Quella appena trascorsa è stata in chiesa la seconda domanda di avvento, nelle piazze  una domenica di sfide politiche nella corsa alle elezioni di marzo. E’ ormai assodato che il presidente della Repubblica si appresta a chiudere la diciassettesima legislatura per mandarci alle urne appunto in quel mese, non oltre. E farebbe bene perché diversamente contribuirebbe, volente o nolente, all’aumento delle tensioni e della confusione.

A proposito di confusione, la prima sfida in ordine gerarchico, per il ruolo istituzionale che ricopre alla presidenza del Senato, è stata quella di Pietro Grasso. Che ha presentato in diretta televisiva sulla prima rete della Rai, ospite di Fabio Fazio, il logo delle liste elettorali che portano il suo nome, come i neonati i loro braccialetti di riconoscimento. Lo ha spiegato lo stesso Grasso, quasi scusandosene e riferendo della spiegazione datagli dai grafici, ma dopo avere assicurato ch’egli saprà guidare con polso sicuro il movimento che gli si è consegnato.

Altro, quindi, che prendere ordini dal solito  Massimo D’Alema, come in quello stesso salotto televisivo aveva insinuato Matteo Renzi. Di cui -visto che si trovava, e proprio per ricambiargli la cortesia- il presidente del Senato ha detto di prevedere un avvenire per niente “roseo”. Di rosso, naturalmente, non se ne parla neppure perché gli avversari considerano notoriamente il segretario del Pd un infiltrato della destra, per quanto Grasso abbia riconosciuto che ormai destra e sinistra sono categorie superate. Tanto superate, che la sinistra è rimasta fuori dal nome delle liste che il presidente del Senato capeggia portando invece lo slogan di Liberi e uguali. Di sinistra, il logo ha conservato solo un colore rosso intenso, che Grasso ha scambiato per arancione.

Un’altra sfida è quella furbescamente avanzata da Matteo Salvini parlando di Renzi, cui ha promesso di contrapporsi come candidato in ogni collegio dove deciderà di presentarsi il segretario del Pd, ma pensando a Silvio Berlusconi. Che questa contrapposizione anche fisica non se la potrà permettere non perché ha quasi il doppio degli anni di Renzi ma perché non ne ha la stessa agibilità elettorale, dato il proprio stato perdurante di incandidabilità, per quanto sotto ricorso davanti alla Corte europea dei diritti umani.

Non foss’altro che a causa di questa incresciosa situazione, anche a dispetto dei sondaggi che danno il partito dell’ex presidente forzista del Consiglio  in recupero sulla Lega, Salvini si sente avvantaggiato rispetto all’alleato. Che lo stesso Salvini d’altronde sospetta da tempo pubblicamente di essere tentato dall’accordo con Renzi dopo le elezioni, anche a costo di rompere la ricostituita o ricostituenda coalizione di centrodestra.

Arriviamo così alla terza sfida della seconda domenica d’avvento. E’ quella di Renzi. Che, accettando di buon grado il guanto lanciatogli da Salvini, decisamente più leggero di quello del movimento grillino, che da solo viene accreditato di quasi il 30 per cento dei voti, ha promesso che non andrà “mai” al governo con Berlusconi.

Quella di Renzi per i suoi avversari di sinistra è forse una promessa da marinaio, essendo costoro convinti che il segretario del Pd progetti il ritorno alle cosiddette larghe intese che all’inizio di questa legislatura portarono a Palazzo Chigi Enrico Letta, lasciandovelo sino a quando proprio Renzi, arrivato alla segreteria del partito, non decise di negargli la “serenità” che gli aveva appena garantito.

Se quella antiberlusconiana di Renzi sarà davvero una promessa da marinaio, peraltro imprudente con quel “mai” che in politica non consigliabile pronunciare, lo sapremo solo dopo le elezioni. Ma sarà francamente difficile, almeno sul piano letterale, che Renzi e Berlusconi potranno sedere personalmente insieme in un governo. E ciò un pò perché il segretario del Pd mi sembra già rassegnato a lasciare a Palazzo Chigi Paolo Gentiloni, o a spingervi un altro del suo partito, e un po’ per la perdurante inagibililità di Berlusconi anche come ministro.

Sciocchezzando tra Putin, Berlusconi, Salvini e Vittorio Feltri…

Chissà se Silvio Berlusconi ha incluso fra le “sciocchezze” contro l’amico Putin, da lui lamentate sul Corriere della Sera commentando le voci americane sugli aiuti del Cremlino ai partiti italiani di Matteo Salvini e di Beppe Grillo, anche il titolo del quotidiano Libero in prima pagina, che si compiace invece di quello sciocchezza per la parte riguardante la Lega. Di cui auspica con un “Magari” la vittoria di Salvini nelle prossime elezioni politiche: la vittoria di Salvini, ripeto, prima ancora del centrodestra. Che significherebbe nei fatti la sconfitta di Berlusconi, perché un centrodestra con Salvini vincente, nelle sue dichiarate ambizioni personali e politiche, sarebbe a conduzione leghista, non più forzista.

Libero, che appartiene al mondo editoriale del centrodestra, è da tempo il giornale più chiaramente simpatizzante della Lega, anche se da qualche tempo ha smesso di considerare Berlusconi “finito”, come previde o annunciò invece Vittorio Feltri l’anno scorso tornando a guidarlo, come direttore editoriale,   al termine di una seconda e lunga collaborazione col  Giornale di famiglia dell’ex presidente del Consiglio.

Libero, appunto, dal Giornale fondato nell’ormai lontano 1974 da Indro Montanelli, di cui prese il posto nel 1994 in coincidenza con la candidatura di Berlusconi a Palazzo Chigi osteggiata dallo spigolosissimo giornalista toscano, Vittorio Feltri liquidò a suo modo i rapporti col suo vecchio editore scrivendo di avere da lui molto ricevuto, ma meno di quanto egli gli avesse dato. Allora sembrava che il successore di Montanelli fosse attratto politicamente da Matteo Renzi e dalla causa referendaria della riforma costituzionale. Così almeno scrisse e protestò Maurizio Belpietro, sentitosi allontanato all’improvviso dalla direzione di Libero perché troppo antirenziano. E perciò messosi rapidamente alla ricerca di altri editori per fondare un nuovo giornale –la Verità- che vive francamente Renzi e il renzismo come ossessioni.

Le cose poi sul versante feltriano sono cambiate. La sconfitta referendaria di Renzi e le  successive difficoltà del segretario del Pd, non più presidente del Consiglio, hanno consigliato al direttore editoriale di Libero un aggiornamento. Di Berlusconi egli è tornato ad ammirare la vitalità, pur non risparmiandogli frecciate o addirittura attacchi, come quello di promettere troppo agli elettori, senza badare a spese. Che sono poi quelle degli altri, non del presidente di Forza Italia.

Più ruspante e credibile è tornata tuttavia ad apparire la Lega a Feltri, che già ai tempi di Umberto Bossi lo aveva attratto,  nei primi anni Novanta, quando Vittorio aveva ereditato un giornale agonizzante –l’Indipendente- rimettendolo per un po’ in piedi come megafono della Procura di Milano e delle sue indagini su Tangentopoli. Lo avrebbe poi ammesso lui stesso, in un vivace confronto col figlio Mattia, che glielo aveva rimproverato in un libro sul biennio del “terrore” giudiziario di “Mani pulite”.

Certo, Bossi ormai è da museo politico. Ma la Lega di Salvini deve apparire a Feltri senior non meno ruspante di quella dell’ex senatur, e persino meglio attrezzata, persino oltre i confini della vecchia Padania. Se poi a farne le spese, con o senza l’aiuto di Putin, sarà Berlusconi sicuramente Vittorio Feltri non si strapperà le vesti.

Travaglio scivola sulla cattiveria di giornata, destinata a Dell’Utri

So che è sempre minatissima la strada delle critiche alla satira, scritta o disegnata che sia. Si rischia di esagerare e sbagliare più di quanto si ritiene che abbia fatto il corsivista o il vignettista di turno. Ma credo che questa volta abbiano davvero oltrepassato il segno del buon senso e del buon gusto sia chi ha scritto sia chi ha deciso di pubblicare “la cattiveria” di giornata sul Fatto Quotidiano, dedicata al rifiuto di Marcello Dell’Utri di alimentarsi e di curarsi, volendo lasciarsi morire in carcere. Dove il tribunale di sorveglianza di Roma, a dispetto del parere anche del perito del magistrato d’accusa, ha deciso che l’ex parlamentare debba rimanere nonostante condizioni di salute che non un amico, ma un avversario politico come Pier Luigi Bersani ha ritenuto più che sufficienti per differire la pena a “un qualsiasi Pincopalla”.

Ebbene, il cattivo -senza virgolette- del giornale diretto da Marco Travaglio ha avuto la fantasia di attribuire lo sciopero della fame e delle cure deciso dal detenuto al proposito di dimagrire a tal punto da poter “provare a passare attraverso le sbarre” e riconquistare così la libertà prima di avere scontato del tutto la pena a sette anni.

Questa pena è stata comminata a Dell’Utri per quel  controverso reato di concorso esterno in associazione mafiosa creato artificiosamente dalla giurisprudenza e applicato con effetto retroattivo rispetto ai fatti addebitatigli in via definitiva. E destinati perciò a cadere con la bocciatura della giustizia europea, come è già avvenuto per Bruno Contrada. Vi dice nulla il nome di questo fedele servitore dello Stato, di cui la Polizia ha dovuto ricostruire la carriera restituendogli l’onore toltogli abusivamente dai tribunali italiani?

Contro Dell’Utri, che pure negli anni scorsi dovette sudare le proverbiali sette camicie per ottenere dal direttore del carcere dove era in quel momento rinchiuso il diritto di abbonarsi proprio al Fatto Quotidiano per riceverlo ogni giorno, il giornale di Travaglio è di una cattiveria -sempre senza virgolette- recidiva.

Già all’annuncio del suo sciopero della fame e delle cure, con un lungo titolo sopra la testata, il giornale travagliato aveva invitato a non prendere sul serio Dell’Utri, o comunque a non preoccuparsi, perché in carcere ci sono ottimi medici, in grado evidentemente di scongiurare anche i suicidi. Ma i fatti, quelli veri, come si evince consultando un po’ di dati, non mi sembrano confortare questa fiducia.

Ho la sensazione, spero sbagliata, che le sbarre fra le quali è rinchiuso Marcello Dell’Utri siano già troppo larghe rispetto a quelle nelle quali Travaglio ha deciso di chiudere spontaneamente la propria intelligenza, oltre al buon gusto.

Bell’amico di Berlusconi, quel Putin che aiuta Grillo e Salvini…

E’ proprio vero che bisogna guardarsi dagli amici, affidando al buon Dio il compito di proteggerci dai nemici.

Da tutta questa storia americana degli aiuti di Putin ai partiti italiani di Beppe Grillo e di Matteo Salvini chi ne esce peggio a casa nostra, come danneggiato, è Silvio Berlusconi. Che pure vanta rapporti di grande sintonia umana e politica col nuovo zar della Russia, al quale va visite e manda regali, ricambiati, ad ogni occasione.

Bell’amico, questo Putin. Che aiuta i due più pericolosi concorrenti politici dell’ex presidente del Consiglio: l’uno esterno e l’altro interno al centrodestra che fu e che vorrebbe tornare con le prossime elezioni politiche.

Beppe Grillo, ormai arrivato nei sondaggi al 29 per cento dei voti, pur avendo candidato a Palazzo Chigi uno come Luigi Di Maio, è stato promosso dallo stesso Berlusconi al ruolo del male assoluto, da combattere come una volta il comunismo. Che Putin ha conosciuto bene avendolo servito in divisa. E che divisa.

Ma per fortuna di Berlusconi, e di Matteo Renzi, il partito del comico genovese con quel 29 per cento dei voti, per quanto sia il doppio della consistenza elettorale attribuita a Forza Italia, non ha alcuna possibilità di vincere davvero le elezioni perché rifiuta ogni alleanza nelle urne e in Parlamento, temendo per fortuna di esserne contaminato. Nè la situazione cambierebbe se quel 29 per cento guadagnasse ancora qualche punto da qui al giorno del voto grazie agli errori dei concorrenti, che ne commettono a iosa.

Non si capisce pertanto perché Putin abbia tanto investito sui grillini, a meno che non si tratti di un complesso: quello, a lungo nutrito a Mosca negli anni del comunismo, di appoggiare e persino finanziare il maggiore partito di opposizione in Italia, com’era il Pci. Di cui in effetti a volte Grillo sembra volere prendere il posto, non solo nell’immaginazione o negli incubi di Berlusconi.

Ma più ancora di Grillo, l’ex presidente del Consiglio teme in Italia, giustamente, le ambizioni di Matteo Salvini, il suo principale alleato nell’area di centrodestra. Che vuole succedergli con le buone o con le cattive alla guida della coalizione e poi del governo, se i numeri parlamentari lo permetteranno col combinato disposto dei seggi assegnati alla coalizione col sistema proporzionale e maggioritario.

Salvini, diversamente da Berlusconi, non avendo gli stessi problemi giudiziari, è candidabile davvero, non solo sulla carta, col proprio nome  scritto nel logo delle liste di partito.

Berlusconi dovrebbe forse decidersi a parlarne con l’amico di Mosca, se fossero vere le voci rilanciate oltre Oceano da Joe Biden e Michael Carpenter, entrambi collaboratori di Obama negli anni della Casa Bianca: il primo come vice presidente e il secondo come sottosegretario alla Difesa.

La boscaglia giudiziaria di Dell’Utri e le elezioni ne impediscono la grazia

La solita mosca che vaga anche fuori stagione per corridoi e stanze del Quirinale mi ha riferito di avere visto Sergio Mattarella, appena rientrato dal Portogallo, alzare il sopracciglio sinistro sfogliando la rassegna stampa. Sarebbe accaduto, in particolare, quando il presidente della Repubblica si è imbattuto nelle notizie sull’ex parlamentare di Forza Italia Marcello Dell’Utri e nei commenti che le hanno accompagnate. In alcuni dei quali è stato tirato in ballo anche lui come capo dello Stato per via di quel benedetto, penultimo comma dell’articolo 87 della Costituzione. Che gli conferisce il potere, testualmente, di “concedere grazia e commutare le pene”.

Dell’Utri, si sa, ha già scontato metà della pena di sette anni di carcere comminatagli in via definitiva per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, entrato ormai nelle consuetudini giudiziarie, o nella giurisprudenza, come dicono i tecnici, unendo due articoli diversi del codice penale. E’ un reato che ha fatto storcere il muso, e non solo alzare le sopracciglia, a molti specialisti del diritto e ai giudici europei. Che sono già intervenuti per smentire i colleghi italiani che avevano applicato addirittura retroattivamente questo reato a Bruno Contrada per fatti risalenti a prima che esso fosse entrato nella giurisprudenza italiana. E il caso di Dell’Utri è analogo a quello di Contrada, cui è stata almeno ricostruita la carriera di poliziotto, non potendogli essere restituita la libertà sottrattagli con la lunga detenzione già scontata al momento del verdetto europeo.

Dell’Utri, afflitto da malanni molto seri, fra cui un tumore alla prostata che richiede un trattamento radioterapico, ha chiesto di essere quanto meno ricoverato in un ospedale. Ma il tribunale di sorveglianza di Roma ha disposto diversamente, per quanto i periti del carcere, del detenuto e persino del Procuratore Generale avessero ritenuto incompatibile la detenzione con le necessarie terapie.

Dell’Utri ha accolto la decisione del tribunale di sorveglianza annunciando di volere rinunciare alle cure e ai pasti per lasciarsi morire.

La mosca proveniente dal Quirinale non ha saputo spiegarmi bene il significato preciso di quell’alzata di sopracciglio del presidente Mattarella. Che mi azzardo pertanto a interpretare da solo fidandomi un po’ dell’intuito e un po’ di come io abbia imparato a conoscere l’uomo negli anni in cui frequentava la Camera.

Da buon cristiano il presidente della Repubblica non può certamente essere rimasto insensibile di fronte alle notizie sulla salute di Dell’Utri, pur con tutto il rispetto dovuto per le valutazioni del tribunale di sorveglianza di Roma anche da lui, che è peraltro il presidente del Consiglio Superiore della Magistratura, oltre che della Repubblica.

Nè Mattarella può essere rimasto intimamente  insensibile ai richiami mediatici ai suoi poteri di grazia e di commutazione delle pene, ma è prigioniero della fitta boscaglia giudiziaria nella quale si trova diabolicamente Dell’Utri.

In quanto condannato in via definitiva, l’ex parlamentare potrebbe chiedere e pure contare sulla benevolenza del capo dello Stato, come Ovidio Bompressi a suo tempo, condannato in via definitiva a 22 anni di reclusione per il delitto Calabresi, potette contare sul presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Che lo liberò tenendo conto delle sue  gravi condizioni di salute.

Ma, a parte il clamore di una grazia o di una commutazione di pena disposta a ridosso di una decisione restrittiva del tribunale di sorveglianza, e perciò scambiabile per una deliberata sconfessione di quell’organo giudiziario, per non parlare della speculazione  politica cui si presterebbe un atto di clemenza nel clima dannatamente elettorale in cui ci troviamo, col vento che soffia per giunta  sulle vele del partito alla cui fondazione contribuì Dell’Utri, il presidente della Repubblica ha le mani legate anche dalle altre pendenze giudiziarie del detenuto.

  Da ben quattro anni, che da soli gridano vendetta, Dell’Utri è sotto processo a Palermo per le presunte trattative fra lo Stato e la mafia nella stagione delle stragi mafiose del 1992 e 1993. E da qualche mese è rientrato, col suo amico Silvio Berlusconi, sotto le lenti degli inquirenti, in particolare a Firenze, come possibile mandante di quelle stragi. Che  è un reato non prescrivibile, di cui uno può essere chiamato a rispondere anche dopo un’archiviazione, alla prima chiacchiera del pentito di turno, com’è accaduto in questo caso. In tali condizioni, se fossi stato nei panni di Mattarella, di fronte al groviglio di notizie e polemiche su Dell’Utri avrei alzato non uno ma entrambi i sopraccigli, sin forse a farmi saltare sul naso gli occhiali. e a mordermi le mani di rabbia.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Quella “frittata” di Pisapia sfuggita di bocca a Romano Prodi…

Quella “frittata” sfuggita all’ex presidente del Consiglio Romano Prodi parlando del lavoro svolto dall’amico Giuliano Pisapia per un apparentamento elettorale col Pd di Matteo Renzi è una rappresentazione tanto realistica quanto negativa dell’impresa inutilmente tentata dall’ex sindaco di Milano. Che nel migliore dei casi sarebbe stata appunto una frittata, niente di più: non certamente il massimo per un’operazione che si riprometteva di salvare la prospettiva di un nuovo centrosinistra dal naufragio elettorale di fronte alla concorrenza del centrodestra da una parte e dei grillini dall’altra, e al boicottaggio condotto di fatto dalla sinistra antirenziana appena affidatasi all’immagine del presidente del Senato Pietro Grasso.

La frittata piacerà magari a Prodi a tavola, ma non è un bel piatto da servire in politica, specie considerando le frittate offerte dallo stesso Prodi nelle sue due esperienze di governo: entrambe finite abbastanza male, a dieci anni di distanza l’una dall’altra.

Nel 1998 il professore emiliano cadde alla Camera dopo circa due anni e mezzo trascorsi a Palazzo Chigi, cioè a metà legislatura, per mano della sinistra bertinottiana già stanca di sostenerlo e del rifiuto dell’ex presidente leghista di Montecitorio Irene Pivetti di correre a votargli la fiducia, essendo presa dall’allattamento della figlia nata da poco. Il collante della maggioranza ulivista non era evidentemente dei migliori.

Nel 2008 il secondo governo Prodi cadde dopo meno di due anni dalla nascita. E a rovesciarlo non fu la corruzione di un senatore del centrosinistra addebitata giudiziariamente a Silvio Berlusconi, sia pure in modo non definitivo, ma la reazione del suo  indagato ministro della Giustizia Clemente Mastella all’arresto della moglie presidentessa del Consiglio regionale della Campania. Fu un arresto disposto su richiesta della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere per il solito procedimento destinato a dissolversi lungo la strada.

Ma più significativa della frittata sfuggitagli parlando della rinuncia di Pisapia a continuare le trattative politiche ed elettorali col Pd di Renzi è forse l’opinione espressa da Prodi che non si debba per questo considerare del tutto chiusa la partita. Evidentemente l’ex presidente del Consiglio ritiene che qualcosa possa essere ancora ritentata in quella stessa direzione, col medesimo Pisapia o con altri del suo ormai ex “campo progressista” che avranno voglia di sottrarsi alla corte dei “Liberi e uguali” di Grasso.

Anche il presidente del Senato, del resto, comincia ad avere i suoi problemi, nonostante il sorriso abituale col quale si muove. E sono problemi provenienti da una direzione davvero a sorpresa, vista l’accusa già rimediata da Grasso di essersi prestato a fare, all’età di quasi 73 anni, il “prestanome” di Massimo D’Alema, come ha scritto il vecchio, navigatissimo Emanuele Macaluso. Che conosce bene i compagni di una vita.

E’ tanto dalemiano da essere il direttore della rivista dei suoi “Italianieuropei” l’ex parlamentare Peppino Caldarola. Che ha appena confidato al Foglio di votare di certo, ma a malincuore, alle prossime elezioni la lista che gli proporrà Grasso. Di cui non gli vanno per niente bene il modo verticistico in cui è stato scelto a capo della nuova sinistra antirenziana e la provenienza dalla magistratura. Che allunga anche sul nuovo campo l’ombra del “giustizialismo” e della confusione che danneggiò il Pds-ex Pci nel passaggio dalla prima alla seconda Repubblica, venticinque anni fa, ai tempi delle indagini “Mani pulite” e della ghigliottina mediatica che ne derivò: prima ancora che si svolgessero i processi, e che molti imputati  di corruzione, concussione e quant’altro venissero assolti, anche se il buon Peppino ha omesso di ricordarlo.

La ritirata pretestuosa, a sinistra e a destra, di Pisapia e di Alfano

In comune hanno il carattere pretestuoso le due rinunce di segno politico opposto che sono calate nelle cronache politiche delle ultime ventiquattro ore: quelle di Giuliano Pisapia a sinistra e di Angelino Alfano, non so se più a destra o al centro. Entrambi  erano arrivati ad un palmo dall’apparentamento elettorale col Pd di Matteo Renzi, prima di schiantarsi contro la paura. Vale per l’uno e per l’altro quel che il grande Alessandro Manzoni mise in bocca al suo don Abbondio nei Promessi sposi. Il coraggio uno non se le può dare, se non lo ha.

Nè Pisapia né Alfano hanno avuto il coraggio di resistere sino in fondo a chi li accusava da sinistra e da destra di fare da “stampella” a Matteo Renzi affrontando insieme  a lui la campagna elettorale del 2018, ma in realtà in corso già da un annetto, per il rinnovo delle Camere.

Dei due, tuttavia, Alfano il coraggio lo ha un po’ ritrovato nell’ammettere la paura provata sulla strada dell’intesa: quando ha accompagnato l’annuncio della rinuncia a ricandidarsi sia al Parlamento sia al governo attribuendone la ragione “anche” agli “attacchi ingiusti” ricevuti. Come quello appena ripetutogli sul giornale della famiglia Berlusconi dal direttore Alessandro Sallusti di avere fatto del suo originario e conclamato “Nuovo Centro Destra il più vecchio e sinistrorso partito della legislatura” arrivata agli sgoccioli. Che è stato  ed è in effetti un giudizio infondato, sfacciatamente di parte, utile forse solo a far dire poi a Sallusti, di fronte alla resa di Alfano, che ora Berlusconi può pure riaprire le porte di casa agli amici e seguaci del ministro uscente degli Esteri, divisi tra la fedeltà allo stesso Alfano e l’attrazione di una Forza Italia in ripresa elettorale: si vedrà in che misura.

In realtà, Alfano quattro anni fa, rimanendo nel governo di Enrico Letta dopo che Berlusconi ne aveva praticamente ordinato l’abbandono, aveva avuto solo il torto di prendere sul serio lo stesso Berlusconi. Che sino al giorno prima aveva teorizzato o riconosciuto la necessità di non confondere i suoi problemi giudiziari, diventati nel frattempo anche istituzionali con la pur controversa decadenza da senatore, e quelli del governo delle cosiddette larghe intese da lui stesso voluto e negoziato qualche mese prima.

Il carattere pretestuoso della rinuncia di Pisapia, a sinistra, è di una evidenza persino disarmante con quella sua protesta contro la presunta rinuncia, a sua volta, di Renzi all’approvazione della legge del cosiddetto “ius soli” nei pochi giorni ormai che restano della legislatura al Senato, a vantaggio della legge sul cosiddetto “fine vita” dignitoso per i malati terminali.

Pisapia, che pure è un avvocato di lunghissimo corso, e non un marziano sbarcato da poco sulla terra, ha curiosamente deciso di classificare il fine vita a destra, che pure lo contrasta in Parlamento, e a sinistra lo ius soli. Che consentirebbe ai figli nati in Italia da immigrati di accedere a un diritto che già hanno di loro: la possibilità di ottenere a 18 anni la cittadinanza tricolore.

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