Maurizio Crozza “adotta” Pietro Grasso, come fece con Bersani cinque anni fa

Quello degli amici di Matteo Renzi contro l’ospitalità televisiva di Fabio Fazio a Pietro Grasso la sera di domenica scorsa, con la presentazione in diretta del logo delle liste elettorali  di Liberi e uguali, che porta il nome del presidente del Senato come un braccialetto di neonato, è uno spreco imperdonabile di energie.

Gli amici del segretario del Pd stanno dimostrando di sapere e capire veramente poco di televisione, come d’altronde hanno già dimostrato ai tempi di Renzi a Palazzo Chigi con l’investimento aziendale e politico su Antonio Campo Dall’Orto. Che fu nominato direttore generale della Rai il 6 agosto 2015 e costretto a lasciare già il 1° giugno scorso, avendo quindi potuto ballare al vertice operativo dell’azienda per una sola estate intera -quella del 2016- e per frazioni di altre due.

Letteralmente accecati dall’invito di Fazio a Grasso, peraltro successivo a quelli a Renzi, a Berlusconi e a Di Maio, gli improvvidi sostenitori del segretario del Pd non ne hanno visto gli effetti devastanti per il presidente del Senato. La cui goffaggine mediatica, con quei groppi alla gola, le risposte in politichese stretto, la bonomia indossata come travestimento perché contraddetta da promesse di comando e via ancora dicendo, ha letteralmente scatenato la fantasia e la professionalità di Maurizio Crozza. Che ha adottato, diciamo così, l’esordiente capo politico, lo ha svestito dei panni istituzionali della seconda carica dello Stato, e lo ha messo letteralmente alla berlina televisiva, per giunta sulla stessa rete di Fazio. Che ha in qualche modo partecipato agli sberleffi la sera dopo collegandosi dal suo studio coll’artista e facendogli praticamente da spalla.

Tanto aveva cercato Grasso di allontanare da sé l’ombra di Massimo D’Alema il giorno prima, rispondendo al conduttore televisivo che lo intervistava, quanto Crozza è riuscito il giorno dopo a divertirsi -ma soprattutto a divertire il pubblico- sovrastando con quell’ombra il presidente del Senato.

Cinque anni fa, proprio di questi tempi, Crozza aveva adottato un altro politico nei suoi spettacoli televisivi. Era l’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani: il primo peraltro a compiacersene incautamente, senza rendersi conto di quanto gli costassero in termini di voti e di credibilità mediatica le spazzole che Crozza gli metteva in mano per pettinare le bambole o per smacchiare Silvio Berlusconi travestito da giaguaro.

La campagna elettorale del 2013 per l’elezione delle Camere della diciassettesima legislatura cominciò con Bersani in testa e finì con la sua sconfitta, pur declassata da lui a “non vittoria”. Egli fu sorpassato allegramente -nel vero senso della parola- dal solitario Beppe Grillo. E per poco, molto poco, non fu sorpassato pure da Berlusconi. Gli rimasero in mano solo le spazzole e le battute di Crozza. Seguì il suo naufragio sia come presidente del Consiglio incaricato, anzi pre-incaricato, sia come promotore delle candidature prima di Franco Marini e poi di Romano Prodi al Quirinale e sia come segretario del partito. Le cui dimissioni portarono al Nazareno per qualche mese Guglielmo Epifani e molto più a lungo, ma molto, Renzi.  Di cui Bersani ha potuto liberarsi solo andandosene dal Pd e portandosi appresso, fra gli altri, proprio Grasso. Che gli è rimasto lodevolmente riconoscente, sul piano umano, della promozione procuratagli nel 2013 a membro e addirittura a presidente del Senato della Repubblica.

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