Quello che di Mancino nel 1992 al Viminale non si è voluto sapere…..

L’unica colpa di Nicola Mancino, di cui Piero Sansonetti ha giustamente lamentato l’imputazione di falsa testimonianza nel lunghissimo e per ciò stesso incredibile processo in corso a Palermo sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia nella stagione delle stragi di 25 anni fa, è quella di essere diventata nel 1992 ministro dell’Interno al posto del suo collega di partito Vincenzo Scotti.

Lo divenne -hanno sospettato gli inquirenti palermitani della nomina di Mancino al Viminale -per ammorbidire la lotta alla mafia troppo tenacemente condotta dal suo predecessore, in funzione quindi di una trattativa con Cosa Nostra. Che aveva già ammazzato quell’anno l’eurodeputato democristiano Salvo Lima, luogotenente di Giulio Andreotti in Sicilia, e il giudice antimafia per eccellenza Giovanni Falcone, saltato in aria con la moglie e la scorta nel tragitto stradale fra l’aeroporto di Punta Raisi e Palermo. E ciò mentre a Roma si cercava faticosamente di eleggere a Montecitorio il successore di Francesco Cossiga al Quirinale.

Fu falsa testimonianza nelle indagini, quella di Mancino, perché, visto che gli stessi inquirenti non lo hanno potuto incolpare delle trattative? Per non avere confermato evidentemente i loro sospetti ch’egli fosse stato mandato al Viminale dopo le elezioni del 1992 e la strage di Capaci per lasciare che altri facessero il lavoro sporco della ricerca di un accordo con la mafia: cosa che Scotti non avrebbe mai consentito. Ma Scotti aveva perso il suo posto solo per ragioni interne di partito, che gli inquirenti avrebbero potuto scoprire rileggendo le cronache politiche di quel periodo, senza scomodare nessun testimone, né di alto né di basso profilo.

Anche allora i retroscenisti si sprecavano tra i giornalisti e gli stessi politici. E fu proprio un politico, la buonanima di Marco Pannella, che aveva allora buoni rapporti col Quirinale, dove era appena riuscito a favorire l’arrivo di Oscar Luigi Scalfaro, ad avvertire il segretario socialista e amico Bettino Craxi di un curioso incontro appena svoltosi fra lo stesso Scalfaro, Scotti e il ministro socialista della Giustizia Claudio Martelli.

Lo scenario politico concordato fra i vertici della Dc e del Psi prima delle elezioni prevedeva il ritorno a Palazzo Chigi di Craxi, che ne era stato bruscamente allontanato nel 1987 dall’allora segretario democristiano Ciriaco De Mita, nel frattempo sostituito da Arnaldo Forlani. Ma Craxi, già inviso ai comunisti e a buona parte della sinistra democristiana, era in difficoltà per i rumori giudiziari provenienti da Milano, dove se ne prevedeva o auspicava, secondo i gusti, il coinvolgimento nelle indagini su Tangentopoli. Scalfaro pertanto, pur essendo stato a suo tempo leale ministro dell’Interno di Craxi, aveva remore a conferirgli l’incarico di presidente del Consiglio, che nelle consultazioni per la formazione del nuovo governo i partiti della maggioranza uscente, e salvatasi nelle urne per il rotto della cuffia, si accingevano a chiedergli nelle consultazioni di rito.

Convocati al Quirinale per conferire sulla predisposizione di misure antimafia imposte dalla recrudescenza stragista del fenomeno criminale, Scotti e Martelli di loro iniziativa, come Pannella riferì a Craxi, o spinti dal presidente della Repubblica, come poi avrebbe detto Martelli, si avventurarono a parlare del nuovo governo. E Scalfaro ricavò, a torto o a ragione, la convinzione che i due fossero disposti a scambiarsi i posti di presidente e di vice presidente del Consiglio in un governo voglioso di ridurre le tensioni politiche, sino a guadagnarsi una benevola attesa dell’opposizione comunista.

Craxi, informato- ripeto- da Pannella, si affrettò a cercare Forlani per consultarlo. Il loro giudizio fu comune sulla stranezza, diciamo così, dell’incontro al Quirinale. E comune fu anche il proposito di non fargliela passare liscia ai due -Scotti e Martelli- che avevano quanto meno scavalcato tutti gli organi dei loro partiti offrendosi, o mostrandosi disponibili, ad una soluzione della crisi di governo diversa da quella concordata tra le loro rispettive formazioni politiche. Nacque così un problema di equilibri interni alla Dc, al Psi e alla maggioranza. La lotta alla mafia non c’entrava nulla, essendo tutti d’accordo che essa dovesse continuare.

Le consultazioni al Quirinale, allargate curiosamente all’allora capo della Procura di Milano, dal quale Scalfaro volle sapere quante probabilità ci fossero di un coinvolgimento di Craxi nell’inchiesta sul finanziamento illegale della politica, si conclusero con la forzata rinuncia del segretario socialista a rimanere in corsa per Palazzo Chigi. Dove lui stesso propose a Scalfaro, col consenso della Dc, di mandare Giuliano Amato, preferendolo “in ordine non solo alfabetico”- disse pubblicamente- ai colleghi di partito Gianni De Michelis e Martelli.

Quando si passò alla composizione della lista dei ministri, con le conseguenti trattative fra il presidente del Consiglio incaricato e i partiti della maggioranza, Scotti fu democristianamente -direi- punito con la formale promozione da ministro dell’Interno a ministro degli Esteri, ma con l’obbligo di rinunciare al seggio parlamentare per rispettare una incompatibilità appena decisa dal suo partito, desideroso di dare un segnale di cambiamento all’antipolitica accesa dalle vicende giudiziarie. E Scotti alla fine, per quanto già nominato, preferì il seggio alla Farnesina.

Per Martelli si stava ancora esaminando una destinazione diversa dal Ministero della Giustizia quando lo stesso Martelli, amichevolmente allertato da Amato, prese il coraggio a due mani e telefonò a Craxi. Il quale mi raccontò personalmente di avere ricevuto la richiesta di conferma al Ministero di via Arenula per “portare avanti -mi disse- il lavoro antimafia cominciato alla direzione generale degli affari penali da Giovanni”, cioè Falcone.

“Non me la sentii francamente di dirgli no”, mi raccontò Craxi, chiudendo il capitolo dell’incontro al Quirinale riferitogli da Pannella. E infatti Martelli fu confermato, sino a quando non fu costretto a dimettersi, l’anno dopo, per il coinvolgimento pure lui nelle indagini giudiziarie milanesi.

Ecco. Questa è la storia di quella maledetta primavera governativa del 1992: cioè la storia della disgrazia capitata al povero Mancino, già capogruppo della Dc al Senato, di diventare ministro dell’Interno E poi finire imputato di falsa testimonianza in un processo più lungo di quello storico contro la mafia per il quale tanto si era speso il povero Falcone.

 

 

 

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L’avviso di Sergio Mattarella ai naviganti della campagna elettorale

Chissà se qualcuno ha spiegato al giovane aspirante grillino a Palazzo Chigi, il vice presidente della Camera Luigi Di Maio seduto in prima fila tra gli invitati a causa del suo ruolo istituzionale, che il capo dello Stato Sergio Mattarella ce l’aveva proprio o soprattutto con lui sotto i soffitti dorati del Quirinale nel passaggio  del discorso di auguri di fine anno, e fine legislatura, sulla necessità di formulare agli elettori proposte “concrete”, davvero realizzabili.

Fra tutte le promesse, o le minacce, sinora annunciate dai partiti e rispettivi leader agli italiani che voteranno a marzo per il rinnovo delle Camere, quelle a 5 stelle sono le più fantasiose, bizzarre e strampalate. Non ha avuto torto il vignettista del Giornale della famiglia di Berlusconi nel ridurre all’infelice “spelacchio” fatto montare dalla sindaca grillina di Roma in piazza Venezia il programma elettorale del suo partito al netto delle balle, al posto delle palle, appese ai suoi rami striminziti.

Il guaio, per i grillini, è che le hanno sparate così grosse da non poter rinfacciare a Berlusconi quelle che ha sparato e sta sparando pure lui a nome della sua Forza Italia e, più in generale, del centrodestra. Lo ha ammesso anche l’insospettabile Vittorio Feltri, che sicuramente voterà lo stesso per uno dei partiti di quella coalizione ma su Libero ha più o meno perentoriamente invitato l’ex presidente del Consiglio a spiegare bene, per esempio, il finanziamento dell’aumento del minimo di pensione a mille euro per tredici o addirittura quattordici mensilità.

Chissà se non si è sentito toccato dai moniti di Mattarella anche il presidente del Senato, e potenziale supplente del capo dello Stato, presente alla cerimonia al Quirinale e protetto dai Corazzieri fra le massime autorità istituzionali. Pietro Grasso aveva infatti appena rilasciato al Corriere della Sera un’intervista come capo dei Liberi e uguali per promettere di “riportare a casa gli elettori delle 5 stelle”, gli astensionisti e chissà chi altro, e di “ricostruire il Paese”. Che evidentemente è stato distrutto da  Matteo Renzi, dai predecessori e persino dal successore Paolo Gentiloni, visto che il movimento guidato dalla seconda carica dello Stato è  dichiaratamente all’opposizione. “Vasto programma”, avrebbe detto la buonanima del generale  e poi presidente francese Charles De Gaulle.

Fra tutti, comunque, Di Maio dovrebbe sentirsi toccato maggiormente dal monito di Mattarella anche per il diritto che continuamente rivendica di essere chiamato al Quirinale dopo le elezioni per ottenere l’incarico di formare il nuovo governo, se non si invertirà la tendenza del suo partito, certificata ormai da tutti indistintamente i sondaggi, a classificarsi in testa alla graduatoria dei voti. Che per fortuna -fatti i debiti scongiuri- non si tradurrà però nella maggioranza assoluta dei seggi parlamentari.

Pertanto i grillini dovrebbero poi confrontare le loro balle con quelle degli altri per cercare di racimolare in Parlamento la maggioranza necessaria alla fiducia di governo. E se non ci riusciranno, dovranno rassegnarsi a mettere quell’incarico, o pre-incarico, di presidente del Consiglio in qualche cornice di partito o di casa, come proprio loro costrinsero a fare nel 2013 l’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani.

Si può ragionevolmente escludere che Mattarella sarà con Di Maio più indulgente del predecessore Giorgio Napolitano col suo ex compagno di partito Bersani quasi cinque anni fa, quando gli revocò l’incarico, o pre-incarico, e costrinse i partiti a rimettere i piedi a terra, senza ulteriori voli nello spazio stellato.

A proposito delle distanze…tecniche di Padoan dalla Boschi

Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan da buon tecnico forse non se n’è reso ben conto, almeno sino a quando non si è chiarito al telefono con Matteo Renzi, ma con la sua collega di governo Maria Elena Boschi- ma anche con Graziano Delrio- ha compiuto lo stesso errore di Aldo Moro nel 1965 con Amintore Fanfani. Che peraltro la Boschi, quasi concittadina dello scomparso leader democristiano, lui di Arezzo e lei di Montevarchi, ha orgogliosamente e pubblicamente adottato qualche anno fa come caposcuola politico, in un discorso alla Camera.

Moro guidava il suo secondo governo “organico” di centro sinistra. Fanfani, l’altro “cavallo di razza” della Dc, che da presidente del Consiglio gli aveva spianato la strada preparando con le “convergenze parallele” l’alleanza con i socialisti, era il suo ministro degli Esteri, subentrato al leader socialdemocratico Giuseppe Saragat. Di cui Moro aveva gestito l’elezione a presidente della Repubblica alla fine del 1964, anche a costo di procurarsi un bel po’ di malumori nel partito scudocrociato, danneggiato dall’interruzione del mandato di Antonio Segni per ragioni fisiche.

Erano gli anni del conflitto vietnamita, di fronte al quale Moro esprimeva “comprensione” per la posizione e l’intervento degli Stati Uniti a sostegno del Vietnam del Sud. Ma Fanfani alla Farnesina comprendeva, diciamo così, anche la posizione dei nordvietnamiti e si propose, anche come presidente dell’assemblea generale dell’Onu, di avvicinare le parti.

L’amico Giorgio La Pira, sindaco di Firenze, che Matteo Renzi ha studiato bene dedicandogli la sua tesi di laurea, prese in parola le aspirazioni di Fanfani e s’improvvisò addirittura mediatore, vedetta e quant’altro con un viaggio esplorativo ad Hanoi. Dove lo accompagnò il professore Mario Primicerio, destinato a succedergli dopo anni alla guida di Firenze.

I due, ricevuti con tutti gli onori nella capitale del Vietnam del Nord dopo un lungo e complicatissimo itinerario, perché nessuno se ne accorgesse, misero su un progetto di soluzione del conflitto che gli informatissimi americani decisero di stroncare sul nascere, prima che diventasse una proposta dell’Italia.

Scoppiò così un putiferio internazionale, di fronte al quale la prima moglie di Fanfani, Bianca Rosa, decise di difendere il marito, e l’amico La Pira, in una intervista a Gianna Preda, del settimanale longanesiano Il Borghese. Gli americani naturalmente gradirono ancor meno.

Come Padoan ha fatto con la Boschi, dicendo di non aver mai saputo nulla delle sue iniziative per cercare di salvare con la Banca Etruria i numerosi clienti, prima ancora del papà vice presidente, così Moro mostrò di non sapere nulla della missione di La Pira ad Hanoi e del supporto che poteva avere ricevuto da Fanfani. Il quale, orgoglioso com’era, e come gli avversari di Renzi vorrebbero che si comportasse la Boschi, si dimise da ministro. Ricordo ancora bene il suo discorso alla Camera, uno dei primi che seguii come cronista parlamentare.

Per niente intimidito dagli attacchi della destra e dalla mancata copertura del presidente del Consiglio, Fanfani rivendicò l’autonomia del Ministero degli Esteri: del suo Ministero degli Esteri, che invitò i rappresentanti diplomatici degli Stati Uniti, presenti in una tribuna degli ospiti a Montectorio, a non scambiare per “il Ministero delle Poste”.

La cosa sembrò finita lì, con Moro pazientemente costretto dalle circostanze internazionali a riassumere l’interim del Ministero degli Esteri, come aveva fatto per qualche settimana dopo l’elezione di Saragat al Quirinale. Anche Fanfani sembrò rassegnato all’ennesimo rovescio personale sull’accidentato terreno della politica questa volta internazionale, e non solo italiana: tanto rassegnato, da accompagnare la pur orgogliosa rivendicazione dell’autonomia della Farnesina con la sconfessione della moglie, declassata a “inprovvido familiare”, per l’intervista rilasciata al Borghese.

Erano gli ultimi giorni del 1965. Ma meno di due mesi dopo il secondo governo Moro cadde per contrasti interni alla Dc sull’istituzione della scuola materna di Stato, fortemente voluta dai socialisti.

Saragat, sbrigativo come sapeva essere quando voleva, chiuse la crisi ordinando a Moro di restare al suo posto con un terzo governo. Nel quale il presidente della Repubblica, fortemente filoamericano, si aspettava forse che il presidente del Consiglio mantenesse gli interim degli Esteri, o li destinasse a qualcuno senza precedenti di liti o di incomprensioni con i potenti alleati d’oltre Oceano.

Ma Moro -che non era un tecnico come Pier Carlo Padoan- fece orecchie da mercante alle attese e alle proteste dei soliti, immancabili oltranzisti. E richiamò o rispedì, come preferite, alla Farnesina Fanfani, Che fu ben lieto naturalmente di tornarvi, prendendosi solo il gusto tutto toscano di progettare o allargare -non ricordo bene- un ufficio postale al piano terra del Ministero degli Esteri, ma non certo per andare o mandare i diplomatici a ricevere ordini.

Potrò sbagliare, per carità, ma penso che Fanfani non si sarebbe comportato diversamente dalla sua giovane e non ancora nata ammiratrice Maria Elena Boschi se la banca del suo collegio elettorale avesse avuto problemi. Si sarebbe dato da fare, eccome, anche senza essere ministro del Tesoro, D’altronde, per non isolare la sua Arezzo egli aveva imposto, senza essere ministro dei Lavori Pubblici, una costosa variante all’originario progetto dell’Autostrada del Sole nel tratto Firenze-Roma.

 

 

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Maria Elena Boschi “vittima” di fanfanismo, non di familismo

Finisce in “ismo” ma non è il familismo la “colpa” di Maria Elena Boschi in quest’affare della Banca Etruria, vice presieduta per un po’ dal padre,  che gli avversari di Matteo Renzi le contestano sino a reclamarne le dimissioni dal governo, e qualcuno all’interno del Pd anche la rinuncia a ricandidarsi alle elezioni di marzo.

La sottosegretaria di Paolo Gentiloni alla presidenza del Consiglio, già ministra dei rapporti col Parlamento e delle riforme nel governo di Renzi, soffre -si fa per dire- di fanfanismo. Che d’altronde lei stessa, nata in terra aretina, ha orgogliosamente rivendicato pubblicamente in Parlamento dichiarando una volta di riconoscersi nella storia, appunto, dell’aretino Amintore Fanfani. Una storia politica, tutta democristiana, e di stile di governo. Che l’ha portata a muoversi tra le competenze ministeriali con lo stesso dinamismo e a volte persino con la stessa disinvoltura del suo illustre predecessore, non abituato certamente a contenersi quando riteneva di dover difendere gli interessi del suo territorio elettorale.

Per ricordare solo una vicenda, e non certamente la maggiore della sua lunga storia politica, Fanfani non si fermò certamente davanti alle competenze dell’allora Ministero dei Lavori Pubblici, di cui non ebbe mai la guida, quando impose una  costosa variante al progetto dell’Autostrada del Sole per farla passare dalla sua Arezzo.

L’interesse politico, non certo familistico, per quella variante, somiglia in qualche modo a quello avvertito dalla Boschi come ministro pur soltanto delle riforme e dei rapporti col Parlamento per le sorti della Banca Etruria, dei suoi clienti e, più in generale, dell’economia del suo territorio di nascita e di elezione. E’ stato un interesse per le sorti della Banca e dei suoi clienti, non certo del padre, decaduto dalla carica di amministratore col commissariamento disposto dal governo di cui faceva parte la figlia, e finito sotto indagine come altri sul dissesto dell’istituto di credito.

Visto il problema in questi termini, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan avrebbe potuto francamente cavarsela meglio di quanto abbia voluto fare davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche. Dove egli ha colto l’occasione offertagli da una domanda non certamente casuale  per rivendicare tutte le sue competenze e fare risultare con un’evidenza strumentalizzata dalle opposizioni il carattere del tutto  personale dei colloqui, incontri e quant’altro avuti dalla sua collega di governo sulle sorti della banca aretina. Sarebbe bastato che il ministro davanti alla commissione apprezzasse le finalità delle iniziative della collega, senza lasciarla agli assalti mediatici e politici che le sue parole le hanno rovinosamente procurato.

Ma Padoan è un tecnico prestato alla politica, alle cui logiche i tecnici sono estranei. O vi arrivano, e vi si adeguano, quando vogliono: solo in seconda, terza e a volte ancor più lontana battuta.

Le lacrime di Renzi per le elezioni anticipate negategli da Mattarella

In una lunga intervista al Corriere della Sera, pur riconoscendo con un vecchio proverbio che “è inutile piangere sul latte versato”, Matteo Renzi non ha potuto trattenere lacrime metaforiche sulle mancate elezioni anticipate a giugno o settembre. Che lui, da segretario del Pd appena confermato, avrebbe preferito ma gli furono negate dal presidente della Repubblica: l’unico che avrebbe potuto concedergliele usando il potere riconosciutogli dall’articolo 88 della Costituzione di sciogliere le Camere.

Il presidente Sergio Mattarella, d’altronde,  aveva già  negato le elezioni anticipate per il mese di marzo o addirittura febbraio, quando gli erano state proposte dallo stesso Renzi, fra le proteste dell’allora minoranza del Pd guidata da Pier Luigi Bersani e dai cosiddetti poteri forti. Che eran insorti come un sol uomo contro i rischi di instabilità che il ricorso  immediato alle urne avrebbe comportato dopo il trauma politico della bocciatura referendaria della riforma costituzionale e la staffetta fra il segretario del Pd e Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi.

Renzi si è detto convinto, sempre nell’intervista al Corriere della Sera, che le mancate elezioni anticipate abbiano favorito le opposizioni rappresentate da Beppe Grillo e da Silvio Berlusconi. Ma convinto anche di potere “scatenare” col suo partito, con o senza la collaborazione del guardasigilli Andrea Orlando, il quale continua a fargli critiche, “una campagna elettorale a tappeto” quando questa si aprirà davvero con lo scioglimento delle Camere, a ridosso di Capodanno, e con la presentazione delle liste dei candidati al Parlamento. L’obiettivo di Renzi, nonostante le difficoltà procurategli dall’affare Etruria-Boschi riesploso in questi giorni, è di recuperare le perdite attribuitegli dai sondaggi e di riportare il Pd al primo posto nella graduatoria elettorale, o comunque nella graduatoria dei gruppi parlamentari.

Solo i fatti naturalmente potranno dare ragione o torto alle aspettative del segretario del Pd. Che intanto compie un errore di sicuro quando pensa che la campagna elettorale debba ancora cominciare, dimenticando che essa è in corso esattamente dal giorno delle sue dimissioni da presidente del Consiglio per la sconfitta referendaria dell’anno scorso. Una campagna elettorale troppo lunga sfiancherebbe chiunque, e non solo Renzi. Che infatti cercò di evitarla chiedendo o comunque lavorando per le elezioni anticipate: evidentemente non con tutto il vigore, l’astuzia, la pazienza, come preferite, che erano necessari per convincere il riottoso capo dello Stato Sergio Mattarella. Di cui pure il segretario del Pd aveva fortemente voluto l’elezione in Parlamento l’anno prima, quando la partita del Quirinale si era riaperta con le dimissioni del troppo stanco e forse deluso Giorgio Napolitano, l’unico che era riuscito ad essere confermato al suo posto alla scadenza del  primo e giù lungo mandato settennale.

Anche a costo di essere impertinente, mi chiedo come si sarebbe comportato di fronte all’ipotesi delle elezioni anticipate, francamente non irragionevole dopo un colpo così forte inferto alla legislatura con la bocciatura referendaria della riforma costituzionale, il più famoso “dottor Sottile” della Repubblica Italiana. Che è Giuliano Amato: il candidato al Quirinale al quale Renzi preferì Mattarella, anche a costo di rompere il cosiddetto patto del Nazareno stretto sulle riforme con Silvio Berlusconi. Che poi nel referendum si sarebbe schierato sul fronte del no contribuendo a farlo prevalere, sia pure nella scomoda compagnia di Grillo e  di Massimo D’Alema, per non parlare d’altri.

La curiosa settimana natalizia di Passione di Pier Ferdinando Casini

E’ davvero curioso questo Natale di Pier Ferdinando Casini. Che da cattolico praticante vorrebbe giustamente festeggiarlo in serenità e fiducia. Ma che stavolta assomiglia per lui ad una Quaresima, e più in particolare alla fase settimana di Passione, a causa dei problemi che gli ha creato la presidenza della commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche. Una presidenza, peraltro, capitatagli fra capo e collo dopo che lui, saggiamente, aveva sconsigliato di percorrere quella strada per venire a capo dei pasticci, a dir poco, in cui erano rotolati tanti risparmiatori, e poche, pochissime teste, se non nessuna, dei vertici aziendali e dei loro controllori. Tanto ne aveva diffidato, il “Pierfurby”, come affettuosamente viene chiamato dagli amici l’ex presidente della Camera, da non aver voluto votare la legge costituiva di questa commissione, parendogli più appropriate le indagini giudiziarie.

C’è stato forse solo un altro Natale così faticoso, incidentato e anomalo nella vita del politico Casini: quello del 1993. Allora l’ultimo segretario della sua Dc, il bresciano Mino Martinazzoli, aveva consigliato a lui, per i suoi rapporti stretti con Arnaldo Forlani, e a Clemente Mastella, per i suoi rapporti altrettanto stretti con Ciriaco De Mita, di rassegnarsi a stare fermi per un giro elettorale: il tempo necessario per far passare quell’uragano giudiziario che stava travolgendo la cosiddetta prima Repubblica e aveva fatto scambiarne i maggiori esponenti per gente di malaffare, già col piombo delle Procure nelle ali o in procinto di riceverne.

Casini e Mastella dissero no a Martinazzoli e improvvisarono un partitino moderato con l’aiuto non certo disinteressato di Silvio Berlusconi, che se li portò alla Camera nelle liste Forza Italia e li autorizzò poi a costituire dei gruppi parlamentari autonomi, con e nei quali i due seppero destreggiarsi alla grande, pur dividendosi ad un certo punto. Casini sarebbe riuscito a diventare presidente della Camera e sfiorare il Quirinale. Mastella sarebbe diventato nel secondo governo di cosiddetto centrosinistra di Romano Prodi ministro della Giustizia. Ma ciò non gli evitò di cadere con l’intera famiglia tra le grinfie della Procura della Repubblica di Santa Maria Capovetere. La moglie, presidente del Consiglio Regionle della Campania, finì agli arresti domiciliari, lui si dimise per protesta e Prodi tornò a casa con tutte e due le Camere, sciolte anticipatamente.

Ora Mastella, sindaco di Benevento e finalmente assolto dalle accuse di corruzione, concussione e quant’atro nel campo della sanità campana, anche se nel casellario giudiziario custodito, diciamo così, da Marco Travaglio risulta ancora aperto un processo contro di lui, peraltro il più insidioso secondo le valutazioni del direttore del Fatto Quotidiano, sta tornando con la sua Udeur nel centrodestra. Casini invece partecipa alla composizione del campo elettorale renziano del Pd, ma si trova esposto come presidente della commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche ad ogni sospetto degli antirenziani di favorire, coprire e quant’altro  quel vaso dei veleni che è diventata la vicenda della dissestata Banca Etruria. Che ha avuto, fra gli altri, l’inconveniente di essere stata vice-presieduta da Pier Luigi Boschi, padre di Maria Elena, già potente ministra delle riforme nel governo Renzi e ora non meno influente sottosegretaria alla presidenza del Consiglio nel governo Gentiloni.

Ogni decisione sulla lista delle persone da ascoltare, per quanto presa nell’ufficio di presidenza a maggioranza, spesso col dissenso del presidente, viene valutata in ordine ai riflessi che può avere nei rapporti fra Casini e il Pd. Ogni occhiata durante le sedute della commissione, ogni suo sospiro, ogni dichiarazione strappatagli dai giornalisti, ogni intervista che Casini rilascia viene soppesata e interpretata in funzione delle sue ambizioni di candidato alle nuove Camere.

La legislatura è davvero agli sgoccioli, e con essa anche la commissione d’indagine che Casini presiede. Ma il suo percorso è quello della Croce, non della Natività.

L’impagabile fortuna di Giuseppe Vegas di essere italiano….

Giuseppe Vegas, il presidente uscente della Consob, è un uomo decisamente fortunato, oltre che  bravo, per carità. Una bravura certificata dal concorso che lo portò alle dipendenze del Senato come funzionario. A 66 anni compiuti sei mesi fa, egli è già stato tre volte senatore e una volta deputato, eletto in Piemonte per quanto nato a Milano. Si è anche fatto le ossa al governo prima come sottosegretario e poi come vice ministro dell’Economia, nell’ultimo governo guidato da Silvio Berlusconi, che se ne privò solo per mandarlo appunto alla presidenza della Consob.

Tra le fortune di Vegas ha assunto particolare importanza negli ultimi giorni, o ore, quella di essere italiano. Se fosse nato, cresciuto e fatto carriera amministrativa e politica negli Stati Uniti d’America, sarebbe finito nel tritacarne del sessismo, accusato o sospettato di molestie con improvvida fretta, per quel messaggino mandato la sera del 29 maggio 2014 all’avvenente Maria Elena Boschi, 33 anni compiuti cinque mesi prima e influente ministra delle Riforme e dei rapporti col Parlamento nel primo e sinora unico governo del segretario del Pd Matteo Renzi.

Certo, un messaggino telefonico non può essere scambiato per un reato e neppure per una indecenza, per carità. Neppure se era, come fu, un messaggino d’invito a passare la mattina dopo, alle ore 8, dalla casa dell’invitante. Poteva al massimo essere scambiato, come accadde all’invitata, per un messaggino “inusuale”: tanto da essere rifiutato ma conservato nella memoria del telefonino. Da dove l’allora ministra, ora sottosegretaria alla presidenza del Consiglio nel governo di Paolo Gentiloni, l’ha tirato fuori per documentare col massimo di trasparenza possibile, e perciò apprezzabile, i rapporti avuti col presidente della Consob. E lo ha fatto solo dopo un’audizione di Vegas nella commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche da cui le opposizioni hanno  ricavato la convinzione, pur smentita dallo stesso Vegas, che la signorina avesse fatto pressioni  su di lui per salvare la Banca Etruria in difficoltà, operante nel suo collegio elettorale. E con la banca anche il padre che ne era vice presidente, e risulta sottoposto ad una indagine giudiziaria dopo essere uscito indenne da un’altra sui crediti troppo facilmente concessi dall’istituto di credito aretino.

Quel messaggino “inusuale” è scivolato sui giornali italiani con una certa levità, neppure tanto compromessa da una vignetta vagamente, ma molto vagamente allusiva di Giannelli sulla prima pagina del Corriere della Sera. Per una volta la stampa tricolore si è rivelata giustamente migliore di quella a stelle e strisce, che avrebbe trattato il Vegas americano come vi lascio immaginare, visto quello che è accaduto e sta accadendo oltre Oceano nel campo delle relazioni umane, diciamo così. O no ?

Renzi chiede agli amici di lasciare Grasso alle cure di Crozza

Si sono diffuse nei corridoi parlamentari voci su un Matteo Renzi davvero di buon umore, a dispetto della rappresentazione mediatica che se ne fa per via delle polemiche riscatenatesi sull’affare Etruria-Boschi con l’audizione del presidente della Consob alla commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche.

            A ringalluzzire il segretario del Pd non sono sarebbero state tanto le notizie provenienti dal fronte giudiziario romano della Consip, dove sta emergendo sempre più chiaro il depistaggio delle indagini tentato contro di lui, quanto gli infortuni di Pietro Grasso. Il cui approdo alla guida dei Liberi e uguali era stato speso dagli scissionisti del Pd come un mezzo scacco matto sullo scacchiere elettorale proprio contro l’ex presidente del Consiglio.

            Insorti con dichiarazioni e quant’altro per la mancata rinuncia di Grasso alla presidenza del Senato dopo l’uscita assai polemica dal Pd e l’assunzione di un ruolo molto di parte, gli amici hanno avuto da Renzi l’invito a calmarsi per lasciare cuocere l’antagonista nel proprio brodo.

            Non hanno certamente giovato a Grasso quelle pur poche ore in cui sul sito internet del Senato la figura del presidente è rimasta affiancata al logo delle liste che lo hanno adottato come capo: un logo amaranto come la vecchia Topolino della Fiat entrata nelle canzoni e nella letteratura.

            Né hanno giovato a Grasso le indiscrezioni, comparse sui giornali, di un presidente della Repubblica imbarazzato, e persino tentato da un maggiore monitoraggio della propria salute, nel timore di doversi avvalere della supplenza del presidente del Senato nella campagna elettorale.

           Ma soprattutto a Grasso è capitato di finire tra le parrucche e i trucchi di Maurizio Crozza, che ne sta facendo impietose imitazioni televisive. Delle quali fecero le spese nella campagna elettorale del 2013 Antonio Ingroia e Pier Luigi Bersani.

            Ingroia, un altro ex magistrato approdato in politica come Grasso, non riuscì neppure ad affacciarsi al Parlamento con i suoi progetti di rivoluzione civile. Bersani uscì dalla campagna elettorale, in cui era entrato col vento che soffiava forte sulle sue vele, perdendosi per strada le spazzole messegli nelle mani da Crozza per pettinare le bambole grilline e smacchiare il giaguaro Silvio Berlusconi. Che per poco, ma assai poco, non riuscì addirittura a sorpassare col centrodestra la coalizione guidata dal segretario del Pd con la stessa allegria o spensieratezza di Achille Occhetto 19 anni prima, nel 1994.

 

 

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Berlusconi ha già richiuso la porta alla proroga del governo Gentiloni

Ormai di Silvio Berlusconi non si può più scrivere a caldo, diciamo così. Ogni volta che parla in diretta, in un salotto televisivo o in una sala affollata di gente curiosa di vederlo e di sentirlo, bisogna aspettare che il giorno dopo, qualche volta anche prima, egli chiarisca, precisi o smentisca quello che ha detto e gli altri, naturalmente, hanno “travisato”. Il che presuppone o asineria professionale o malafede.

Spiace davvero che questo straordinario imprenditore prestatosi coraggiosamente o disperatamente alla politica, secondo i gusti, nelle eccezionali e persino drammatiche circostanze di 23 anni fa, quando un pugno di magistrati si propose di sostituirsi agli elettori per rivoltare la democrazia italiana come un calzino, abbia finito per diventare attore e persino protagonista di quel “teatrino della politica” tante volte da lui dileggiato.

L’uscio aperto in Italia alla prosecuzione del governo in carica dopo un risultato elettorale sterile, incapace cioè di tradursi in una maggioranza parlamentare, è stato richiuso da un Berlusconi, diciamo così, di esportazione a Bruxelles con l’annuncio della sicurezza di uscire vittorioso dalle urne alla guida di una rinnovata coalizione di centrodestra. Nella quale i “capricci” contestati il giorno prima al segretario leghista Matteo Salvini sono stati derubricati a “puntigli”, destinati ad essere superati al primo incontro possibile fra di loro, ed altri volenterosi. E pazienza se contemporaneamente il segretario della Lega, dichiarato aspirante alla guida del prossimo governo di centrodestra, dichiari pubblicamente di non avere alcuna voglia e fretta di incontrarlo, non sapendo bene peraltro che cosa contestargli di preciso, visto che l’ex presidente del Consiglio dice e si contraddice continuamente.

In questo curioso contesto politico e umano c’è chi si diverte, anche al costo di contraddirsi e di contraddire anche lui il giornale che pure ha fondato e ispira. E’ Giuliano Ferrara, sul cui Foglio, uscito il giorno prima con cronache e commenti preoccupati  della “incompatibilità anagrafica, personale e antropologica profondissima” fra Berlusconi e Salvini, ha riferito il giorno dopo, con un titolo rigorosamente in rosso compiaciuto, della “impareggiabile vertigine del Cav.”: abbreviativo affettuoso del Cavaliere che l’amico Silvio ha smesso di essere per intero quattro anni fa a causa di una condanna anomala ma definitiva per frode fiscale. E per la conseguente decadenza da senatore, votata a Palazzo Madama a scrutinio odiosamente palese applicando retroattivamente una controversa legge  approvata pochi mesi prima anche dai parlamentari berlusconiani. E’ naturalmente la legge Severino, dal nome della ministra della Giustizia del governo tecnico e per niente rimpianto di Mario Monti.

“Che freschezza molto adulta -ha scritto Ferrara nel sommario del suo titolo- questo Berlusconi da Vespa che dice quanto sia inutile questa campagna elettorale. L’uomo c’è, ha ancora una testa piena di immaginazione, non ha mai paura di smentirsi. Ci sarà da divertirsi”. Buon divertimento, appunto.

Benvenuti nel pollaio del centrodestra di Berlusconi, Salvini e Meloni

Siamo proprio sicuri che la frantumazione e la confusione in questa marcia di avvicinamento alle elezioni appartengano solo alla sinistra, incapace di presentarsi unita, nemmeno nelle forme e nei modi pasticciati dei tempi prodiani dell’Ulivo e dell’Unione? E non anche al centrodestra, che pure canta vittoria? Ed ha già vinto quell’assaggio di elezioni che è stato nel mese scorso il rinnovo del Consiglio regionale siciliano, dove tuttavia i seggi sono finiti per metà alla maggioranza e per l’altra metà alle opposizioni.

Non passa ormai giorno senza che nel pollaio del centrodestra non si debbano registrare divisioni e litigi. La situazione è stata descritta come meglio non si poteva su un giornale dove Silvio Berlusconi è tanto di casa da essere chiamato “l’amor nostro”. E’ naturalmente Il Foglio, fondato e tuttora ispirato da Giuliano Ferrara, già ministro dei rapporti col Parlamento nel primo dei governi di centrodestra, nell’ormai lontano 1994, e diretto da qualche tempo dal giovane Claudio Cerasa.

I cronisti e analisti “foglianti”, come amano loro stessi chiamarsi, sono intervenuti a gamba tesa sui “capricci” appena contestati pubblicamente da Berlusconi all’alleato, si fa per dire, Matteo Salvini sul terreno peraltro delicatissimo della giustizia, dove il garantismo del primo si scontra col giustizialismo del secondo, contrario ad ogni sconto di pena per un certo tipo di reati.

“Viene da pensare -hanno scritto i foglianti- che al fondo dei rapporti fra i due ci sia anzitutto una incompatibilità anagrafica, personale e antropologica profondissima. Salvini è il giovane dall’aria irritante che vuole fargli le scarpe, Berlusconi l’anziano leader che non sopporta il ragazzino maleducato”. Col quale tuttavia l’ex presidente del Consiglio dovrà non solo concordare un programma, per quanto vada dicendo da mesi che esso è già pronto, ma anche o soprattutto dividere le candidature della coalizione nei collegi uninominali della Camera e del Senato, che si trascineranno appresso i seggi ancora più numerosi della quota proporzionale.

Più i due si incontrano, peraltro di rado, più si parlano al telefono, più di frequente o meno di rado, come preferite, meno si comprendono. E ciò comincia peraltro ad accadere anche fra Salvini e la sorella dei Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, alla quale il segretario leghista sottrae appena può pezzi e uomini della vecchia destra post-missina con operazioni destinate a lasciare il segno, al di là dell’indifferenza e persino del compiacimento a parole dell’ex ministra della Gioventù. Che cerca si scherzare sui “fondoschiena” necessari anche ai vari Francesco Storace e Gianni Alemanno per rimanere o tornare a sedersi sulle sedie del potere e del sottopotere politico.

Al di fuori di una loro, ripeto, “incompatibilità anagrafica, personale e antropologica profondissima”, al Foglio non riescono a spiegarsi “come sia possibile che Berlusconi e Salvini stiano cercando di far naufragare un’alleanza già benedetta da tutti i loro colonnelli”, impegnati in periferia a cercare e a stringere intese. Ma forse in quel “tutti” dei foglianti c’è un tantino di esagerazione.

Al contenzioso già consistente fra “i due”, come li chiamano al Foglio, si è aggiunta nelle ultime ore l’apertura di Berlusconi, rifiutata da Salvini, ad una prosecuzione del governo uscente di Paolo Gentiloni dopo le elezioni di marzo, se queste dovessero produrre un risultato sterile, senza che nessuno da solo o in compagnia riesca poi a racimolare la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari.

La proroga di Gentiloni dovrà durare per tutto il tempo che sarà necessario per fare nuove elezioni: un tempo però che nessuno è costituzionalmente in grado di fissare all’unico soggetto che dispone del potere di rimandare gli elettori alle urne sciogliendo le Camere: il presidente della Repubblica.

Lo stesso Berlusconi d’altronde sperimentò personalmente la forza nel 1995 la forza delle prerogative presidenziali, quando cadde il suo primo governo e reclamò anticipazioni anticipate che l’allora capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro concesse solo dopo un anno, sostituendolo nel frattempo a Palazzo Chigi con Lamberto Dini.

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