La fine ordinaria di una legislatura scampata all’aborto nel 2013

Già con quel numero d’ordine -17- assegnatole dal calendario parlamentare della Repubblica, la legislatura uscita dalle urne il 25 febbraio del 2013 sembrava inevitabilmente sfortunata, da scongiuri più che da auguri.

I risultati elettorali non furono da meno. Il bipolarismo orgogliosamente rivendicato dal centrodestra e dal centrosinistra dal 1994 in poi, come  bandiera della cosiddetta seconda Repubblica, risultò superato da un tripolarismo paralizzante, che neppure il premio di maggioranza assicurato dalla legge elettorale infelicemente nota come Porcellum riuscì a correggere. O vi riuscì solo alla Camera, non anche al Senato, dalla cui fiducia nessun governo poteva e può tuttora prescindere.

La quasi contemporanea scadenza del settennato presidenziale di Giorgio Napolitano, al Quirinale, rendeva costituzionalmente impraticabile ogni tentazione di elezioni anticipate, se mai qualcuno le avesse volute davvero, e non solo a parole, come reclamavano i grillini da una parte, col proposito di compiere lo sfondamento mancato al primo colpo, e i leghisti dall’altra.

Pier Luigi Bersani come segretario del maggiore partito –se non in termini di voti, viste le contestazioni grilline, sicuramente in termini di seggi parlamentari fra Camera e Senato, ma specie alla Camera- ottenne dal presidente della Repubblica un prudente incarico di formare il nuovo governo. Tanto prudente che, quando Napolitano glielo ritirò negandogli il percorso di un governo curiosamente di “minoranza e di combattimento”, appeso agli umori di Beppe Grillo e dei suoi “portavoce” parlamentari, si scoprì che era stato solo un “pre-incarico”.

L’insuccesso politico di Bersani crebbe ulteriormente dopo che il segretario del Pd non riuscì a venire a capo neppure dell’elezione di un successore a Napolitano, nel frattempo arrivato al termine ultimo del suo mandato. I due candidati messi in pista da Bersani per il Pd nella corsa al Quirinale –il presidente del partito Franco Marini prima e l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi poi- furono abbattuti dai franchi tiratori. E Bersani per primo fu costretto a salire quaresimalmente al Colle, seguito da quasi tutti gli altri leader di partito, per chiedere a Napolitano la grazia di lasciarsi ricandidare e rieleggere, alla bella età di 88 anni quasi compiuti che “Re Giorgio” già aveva. Quasi tutti, perché i grillini opposero il rifiuto anche a questo passaggio, candidando sulle piazze e in Parlamento Stefano Rodotà, prima di scomunicarlo per avere osato dolersi, dopo qualche tempo, delle loro improvvisazioni, pure nella gestione del movimento che si era proposto di aprire le istituzioni come scatole di tonno.

Da Napolitano rieletto alla Presidenza della Repubblica le Camere accolsero con spirito che qualcuno, non solo fra i grillini, definì masochistico i rimproveri per le riforme boicottate dalla precedente edizione del Parlamento e per la diffusa diffidenza mostrata anche nella nuova legislatura verso larghe intese, se necessarie –come lui riteneva- per il governo del Paese. E l’opinione del capo dello Stato non poteva essere liquidata come un capriccio senile perché toccava pur sempre a lui nominare i governi, anche se i cultori del sistema maggioritario avevano dato agli elettori l’illusione che potessero eleggere nelle urne pure il governo, e non solo il Parlamento.

Nacquero così le larghe intese governative concordate attorno ad Enrico Letta, mentre Bersani si ritirava in buon ordine, fra il Pd e Silvio Berlusconi, con un programma ambizioso di riforme. Con questa scelta il Pd si allontanò ulteriormente dagli ex alleati elettorali di sinistra e Berlusconi dai leghisti e dalla destra post-missina, ora anche post-finiana.

Questo già faticoso avvio della diciassettesima legislatura fece i conti in agosto con una improvvisata  sezione feriale della Corte di Cassazione. Che, praticamente diffidata da un fax della Procura di Milano dal lasciar cadere in prescrizione un vecchio processo a carico di Berlusconi per frode fiscale, sia pure di una misura risibile rispetto al peso complessivo delle tasse pagate dall’imputato e dalle sue aziende, condannò in via definitiva l’ex presidente del Consiglio. Sotto i piedi del quale si aprì la botola giudiziaria della cosiddetta legge Severino per farlo decadere anche da senatore con inedita votazione, nell’aula di Palazzo Madama, a scrutinio palese.

Le cose si svolsero in modo tale, con forzature difficilmente negabili, visto che anche dall’interno del Pd si erano levate inutilmente voci –per esempio, quella dell’ex presidente della Camera Luciano Violante- a  favore di un rinvio di ogni decisione per lasciare alla Corte Costituzionale la possibilità di pronunciarsi sulla controversa legge Severino, che Berlusconi ritirò il suo partito dalla maggioranza. La quale sopravvisse ugualmente, ma di stenti, per il rifiuto del vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Angelino Alfano, ma anche degli altri ministri dell’allora Pdl, di adeguarsi alle direttive berlusconiane. Nacquero così i “diversamente berlusconiani” del “Nuovo centrodestra”. I loro ormai ex colleghi di partito reagirono tornando orgogliosamente al nome originario di Forza Italia, indossando gli elmetti dell’opposizione e riavvicinandosi ai leghisti.

Come una pera dall’albero, cadde dopo poco più di un mese Enrico Letta dalla guida del governo, sotto l’effetto combinato di una più forte opposizione a destra, oltre a quella grillina, e di un cambiamento radicale al vertice del Pd. Dove arrivò impetuosamente Matteo Renzi. Che, senza badare molto alle forme, si spazientì dei metodi e tempi morotei del collega di partito Enrico Letta, che pure non lo aveva per niente ostacolato nella corsa congressuale alla segreteria, e ne prese il posto in poche settimane: giusto il tempo per attenuare l’opposizione di Berlusconi offrendogli una sostanziale riabilitazione politica con un patto, che prese il nome dalla sede del Pd, il Nazareno, sulle riforme. Al plurale, perché oltre a quella della Costituzione c’era da accelerare quella elettorale, avendo la Corte Costituzionale appena bocciato il malfamato e già ricordato Porcellum.

            Il pronunciamento della Consulta finì per aumentare le difficoltà della legislatura, di cui i grillini si affrettarono a denunciare la delegittimazione, essendo nata con regole risultate appunto illegittime. La Corte, peraltro dirimpettaia al Quirinale, la mise nella incubatrice di una sentenza nella quale si salvavano esplicitamente gli effetti delle elezioni svoltesi col Porcellum. Altro francamente non si poteva fare, perché sennò si sarebbero dovuti demolire anche gli effetti delle elezioni del 2006 e del 2008, svoltesi con le stesse norme.

Lì per lì sembrò che i cerotti della Corte Costituzionale tenessero. Nelle elezioni europee di maggio del 2014 Renzi portò il Pd ad oltre il 40 per cento dei voti, come riusciva a fare la Dc nei tempi migliori: forse troppo, però, per i gusti e le abitudini dei compagni e amici di partito del segretario e presidente del Consiglio. Forse anche per Berlusconi, che vide rappresentare il giovane Renzi come il suo erede. “Royal baby”, lo definì Giuliano Ferrara, ministro per i rapporti col Parlamento nel primo governo del Cavaliere. Ma forse fu troppo per lo stesso Renzi, che sopravvalutò la sua forza d’urto. O sottovalutò, come preferite, vecchi e nuovi timori di concorrenti ed avversari, esterni e anche interni al suo partito.

La baldanza di Renzi, da quel che riuscii a sapere, se non al Quirinale, nei suoi dintorni ambientali e umani, cominciò ad impensierire anche Napolitano. Che, già stanco di suo, con quel bastone che sempre più lo accompagnava nei corridoi del Quirinale, decise proprio alla fine di quell’anno di accelerare con le dimissioni la fine di quella fase eccezionale che sin dal primo momento aveva ritenuto il suo secondo mandato. E si arrivò così a fine gennaio del 2015 all’elezione del suo successore.

Nella soluzione del problema riapertosi al Quirinale Renzi sembrò, a torto o a ragione, condizionato più dai problemi interni di partito che dal collegamento con Berlusconi. Che, anche lui a torto o a ragione, riteneva che del Patto del Nazareno sulle riforme facesse parte anche la ricerca comune del nuovo presidente della Repubblica. L’elezione di Sergio Mattarella finì pertanto per tradursi, malgrado lo stesso Mattarella, nella rottura fra Renzi e Berlusconi, con tutto quello che ne conseguì: anche l’approvazione accindentata della riforma costituzionale e della legge elettorale chiamata Italicum, nonché il sorprendente allineamento nella campagna referendaria sul superamento del bicameralismo e il resto fra l’opposizione berlusconiana, quella dei grillini e la dissidenza della minoranza del Pd. Era una combinazione già micidiale di suo, cui Renzi aggiunse improvvidamente, come lui stesso poi riconobbe, la personalizzazione della partita con l’incauto impegno al ritiro –ma completo- in caso di sconfitta. Che arrivò puntualmente, e smaccatamente. Lo sconfitto rinunciò solo a Palazzo Chigi, trattenendo la segreteria del partito, da cui però sarebbe uscito il grosso delle minoranze.

Considerate le condizioni politiche nelle quali si era aperta e si è sviluppata, l’ondata populistica che l’ha accompagnata dal primo momento, e che ha portato i grillini a mantenere intatta la loro presa elettorale, a dispetto delle defezioni e degli incidenti subiti a livello centrale e locale, i cambiamenti intervenuti persino nella geografia dei partiti, con oltre cinquecento passaggi di parlamentari di ogni area da una combinazione all’altra, compresi i presidenti di entrambe le Camere, può ben essere considerato un miracolo che questa legislatura sia arrivata alla sua scadenza ordinaria. E, oltre a consegnarci con Paolo Gentiloni un presidente del Consiglio ancora in partita,  abbia potuto annoverare non solo riforme bocciate o mancate, ma anche leggi approvate come quelle che hanno garantito nuovi diritti civili, dalle unioni di fatto al biotestamento, una nuova legge elettorale non derivata dalle forbici della Corte Costituzionale e persino un miglioramento della situazione economica, col passaggio dal meno al più, a dispetto di terremoti, crisi bancarie e altri accidenti. Poteva francamente andare anche peggio, visto com’era cominciata.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Il giovanotto grillino sulla strada di Rosalina: quella della ricottina….

            Proprio nel giorno della conferenza stampa di fine anno, e fine legislatura, del presidente del Consiglio uscente Paolo Gentiloni, e forse anche rientrante, uno legge sulla prima pagina del Fatto Quotidiano –e dove, sennò?- la promozione del candidato grillino a Palazzo Chigi, Luigi Di Maio, e pensa alla favola della contadinella Rosalina.  Che va al mercato a piedi con una ricottina da vendere e sogna lungo il cammino quanto potrà diventare ricca e riverita, con tanto di inchino, simulando il quale però la poveretta fa cadere dalla testa la cesta con la ricottina e si scopre quella che era: una poveretta.

            Il Di Maio del Fatto Quotidiano si sente già incoronato presidente del Consiglio “la sera dopo il voto”, quando gli scrutatori avranno finito di contare tutti i voti dei grillini e già l’insonne Sergio Mattarella lo avrà chiamato dal Quirinale per promettergli l’incarico di formare il governo non appena il nuovo Parlamento si sarà insediato, giusto per rispettare le regole. Allora “gli altri partiti si sfalderanno”. Si scioglieranno evidentemente come neve al sole, se avrà nevicato, o affogheranno nell’acqua se a Roma sarà tornata la pioggia in cui è appena annegata metaforicamente la sindaca grillina Virginia Raggi.

            Per quanto sfaldati, sciolti, annegati e quant’altro, il buon Di Maio si sente già all’opera “con tutti” per “trattare alla luce del sole” l’appoggio di cui sfortunatamente il suo governo avrà bisogno in Parlamento per ottenere la fiducia richiesta dalla Costituzione, avendo ottenuto il suo partito più voti degli altri, presi singolarmente, ma non la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera e al Senato, per quanto lui preveda di “triplicare” la rappresentanza parlamentare a 5 stelle.

            Di Maio è sicuro che nessuno potrà resistere né al suo  fascino fisico, né a quello delle sue proposte per la formazione –testuale- di “un esecutivo di competenti e sensibili, scelti anche fuori dal movimento” che lo ha candidato a Palazzo Chigi. Competenti in che senso è facile immaginare, sapendo ormai tutti  quanto lo siano Di Maio e i suoi amici in ogni campo: dalla geografia fisica e politica, senza confini fra Venezuela e Cile, ai vaccini e  ai congiuntivi. Sensibili in che senso, anche questo è facile immaginare conoscendo la sensibilità, appunto, con la quale i grillini usano appunto muoversi, discutere, confrontarsi, eccetera, eccetera. Lo sperimentò bene sulla sua pelle all’inizio di questa legislatura l’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani, messo alla berlina dai “portavoce” parlamentari di Grillo in veste di presidente del Consiglio incaricato, anzi pre-incaricato.

            In verità, Bersani, nel frattempo passato da una “ditta” all’altra, non ne ha avuto abbastanza, visto che continua a inseguire con i compagni di Liberi e Uguali l’intesa con i grillini, per giunta a parti rovesciate, con Di Maio presidente e lui dall’altra parte della scrivania, affiancato prevedibilmente dal sempre sorridente Pietro Grasso. Ma ciò non toglie nulla alla realtà di quel suo fallimento di quasi cinque anni fa, che lo portò a perdere tutto, ad un certo punto anche la salute, fortunatamente ripresa per i capelli che peraltro non ha.

            Dove e quando la ricottina di Di Maio farà la fine di quella di Rosalina è ciò he scopriremo non “la sera dopo il voto”, ma già l’indomani mattina.   

La difesa… digitale della Boschi firmata a sorpresa da Jacopo Fo

              Quando hanno ricevuto dall’amico Jacopo Fo, figlio dello scomparso premio Nobel Dario, un articolo in difesa di Maria Elena Boschi dagli attacchi secondo lui sessisti, o maschilisti, rivoltele all’ombra o col pretesto della vicenda della banca vice presieduta per un po’ dal padre, immagino che al Fatto Quotidiano si siano chiesti, increduli, che cosa farne. Increduli, perché il giornale diretto da Marco Travaglio si è distinto, a dir poco, contro la renziana ex ministra delle riforme e dei rapporti col Parlamento, ora sottosegretaria di Paolo Gentiloni alla presidenza del Consiglio.

            Per un po’ in redazione  debbono essere stati tentati di liquidare il problema ripetendosi a memoria un aforisma famoso di Pietro Metastasio. Che dice: “Voce dal sen sfuggita poi richiamar non vale. Non si trattien lo strale, quando dall’arco uscì”. Ma con quell’impertinente di Jacopo Fo il “sen” del Metastasio calza fino ad un certo punto, perché più ancora del senno del figlio di Dario c’era da parlare del seno della Boschi e di tutto il resto della sua avvenenza fisica, comprese le caviglie appoggiate sui tacchi misura 12.

            La decisione alla fine è stata salomonica. L’articolo è stato diffuso dall’edizione digitale del Fatto Quotidiano con questo titolo: “Banche, l’uso del seno della Boschi come arma di distrazione di massa”. Cioè, per distrarre l’attenzione dal vero scandalo delle banche e dai loro responsabili, compresi i tanti amici degli amici, rimasti generalmente sconosciuti, oltre che impuniti, che hanno potuto ottenere prestiti smisurati contando di non restituirli perché vi avrebbero provveduto i contribuenti: i soliti noti che pagano le tasse al posto degli evasori incalliti.

            Vediamo che cosa succede, debbono essersi detti nel giornale di Travaglio pensando ai naviganti, o “webeti”, come li ha chiamati una volta Enrico Mentana. In effetti, l’articolo non è passato inosservato. Sino al momento in cui ho consultato il sito del Fatto Quotidiano ho contato 103 commenti, non tutti contrari con grande sorpresa –penso- per quanti imbottiscono le edizioni cartacee di quel giornale di pallottole d’inchiostro contro i malcapitati di turno, uomini o donne che siano. Qualcuno, come un certo Iumberto, ha proposto davvero, non per scherzo o dileggio, “un’ovazione di un quarto d’ora” per l’autore, attore e scrittore, come il giornale ha presentato Iacopo Fo ai lettori. Un altro, Roberto, ha scritto: “Bravo, Jacopo, finalmente qualcuno ci porta sul pianeta Terra”, con i richiami evidentemente a tutti quegli impuniti sfuggiti all’attenzione dei vignettisti e degli editorialisti accecati dalle fattezze della Boschi.

            In verità, anche i dissidenti si sono generalmente contenuti. “A Jacopo, che stai a dì”, gli ha chiesto tale Ortottico, sorpreso dalle “scemenze” di tanto figlio. “Franca Rame, grande attrice e gran bella donna, se avesse letto queste amenità, ti avrebbe sculacciato e lasciato senza paghetta per una settimana”, gli ha scritto bonariamente Brian Beagle. “Tutto giusto, caro Jacopo, ma vieni a scriverlo proprio qui, sul Fatto ?”, gli ha chiesto, incredulo, Udovich.

            Con la sigla Sp 1959 un navigante ha cercato di contestare a Jacopo Fo l’opportunità di occuparsi “di argomenti per i quali non si ha alcuna preparazione, tanto per scrivere qualcosa”. Ma si è visto rispondere a dovere, avendo probabilmente avuto, Iacopo,  occasioni di rapporti non felici con le banche.

            Naturalmente tutto rimarrà invariato nella linea e nello stile del Fatto Quotidiano destinato alle edicole. La Boschi non si faccia illusioni.

           

Troppi gli sfregi apportati alla Costituzione di 70 anni fa…

Piuttosto che festeggiare i 70 anni trascorsi oggi dalla promulgazione della Costituzione repubblicana approvata cinque giorni prima  con 458 voti favorevoli e 62 contrari dall’Assemblea presieduta da Umberto Terracini, bisognerebbe chiedersi onestamente che cosa ne sia rimasto dopo le modifiche, non poche, apportate da allora: soprattutto quelle del 1992 e del 1993. Che segnarono obiettivamente l’inversione dei rapporti fra la politica e la magistratura voluti dai padri costituenti, rivoltatisi probabilmente nella tomba per lo scempio compiuto del loro lavoro.

Nel mese di marzo del 1992, proprio sul finire della legislatura cominciata cinque anni prima, e quando già soffiavano i venti delle indagini sulla cosiddetta Tangentopoli, esplose il 17 febbraio a Milano con l’arresto di Mario Chiesa, fu stravolto l’articolo 79 della carta costituzionale: quello che disciplinava l’amnistia e l’indulto affidandone al Parlamento la disposizione, cui avrebbe poi solo formalmente provveduto con decreto il presidente della Repubblica.

Nel nuovo testo solo apparentemente le Camere acquistavano potere ancora maggiore provvedendo direttamente, con la riduzione del ruolo del capo dello Stato alla semplice promulgazione della legge, come di tutte le altre. In realtà, il Parlamento si legava le mani a tal punto da rinunciare di fatto al suo intervento rendendo impossibile l’amnistia. Altro non significa nella sostanza, come i fatti hanno dimostrato con ampiezza, la “maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, in ogni suo articolo e nella votazione finale” richiesta alla legge di amnistia e indulto dal nuovo articolo 79 della Costituzione. La maggioranza parlamentare dei due terzi in una materia del genere è una chimera.

L’unica forma di amnistia sopravvissuta alla modifica costituzionale del 1992 è quella praticata con l’istituto della prescrizione. Il cui uso malaccorto i giustizialisti attribuiscono in malafede sfacciata soltanto agli avvocati degli imputati, capaci di mandare per le lunghe i processi, sino appunto a vanificarli. In realtà, come già denunciava la buonanima di Marco Pannella e confermano i dati deliberatamente ignorati dai tifosi delle Procure, la maggior parte delle prescrizioni matura nelle mani e fra le carte dei magistrati inquirenti. E con la discrezione, negata a parole ma innegabile nei fatti, con la quale essi applicano l’evanescente principio costituzionale dell’obbligatorietà dell’azione penale.

Come se questo non fosse bastato, una politica più pusillanime che preveggente, ormai sotto schiaffo per le iniziative giudiziarie sul deplorevole –certo- ma diffusissimo finanziamento irregolare dei partiti, ignorato o tollerato sino ad allora, mutilò spontaneamente l’anno dopo l’articolo 68, riguardante le immunità parlamentari. Per il cui arresto, perquisizione e intercettazione soltanto si stabilì che fosse ancora necessaria l’autorizzazione della Camera di appartenenza. Per “procedere” contro di loro nelle indagini, dopo che l’avviso di garanzia era già stato trasformato dai giornali in un rinvio a giudizio, per giunta con processi mediatici, non in tribunale, i signori magistrati non avevano più bisogno di niente.

Ancora, come se tutto questo non fosse neppure bastato, anche le immunità sopravvissute per le intercettazioni sono state di fatto ridotte a niente, o quasi, perché sempre più di frequente i politici sono stati messi alla berlina con le intercettazioni eseguite sulle linee degli interlocutori, come se fosse la cosa più normale di questo mondo. C’è stato addirittura un presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che per proteggere le sue prerogative costituzionali, una volta intercettato a colloquio col suo ex vice presidente al Consiglio Superiore della Magistratura Nicola Mancino, dovette ricorrere contro la Procura di Palermo davanti alla Corte Costituzionale. E sentirsi poi dire da un giurista e presidente emerito della stessa Corte di averla di fatto intimidita con la sua iniziativa, obbligandola a dargli ragione.

A proposito di Mancino, sotto processo a Palermo in Corte d’Assise per falsa testimonianza nelle indagini sulla presunta trattativa fra lo Stato e la mafia nella stagione delle stragi, quando allo stesso Mancino era capitata la disavventura di succedere al collega di partito Vincenzo Scotti come ministro dell’Interno, c’è anche da ricordare lo scempio, a dir poco, che è stato fatto delle originarie garanzie di governo.

Fu forse giusto, per carità, togliere alla Corte Costituzionale nel 1989 la prerogativa di processare i ministri, oltre che il presidente della Repubblica. Ma non mi sembra che sia stato altrettanto giusto disattendere le competenze dei tribunali dei ministri  all’uopo regolati con legge costituzionale, cui la magistratura può portare gli uomini di governo previa autorizzazione parlamentare.

E’ proprio al tribunale dei ministri, con tanto di passaggio per il Senato, che Mancino avrebbe dovuto essere mandato se accusato formalmente del reato  addebitato agli attori della presunta trattativa e coimputati al processo di Palermo, fra i quali i due capimafia morti nel frattempo: Bernardo Provenzano e Salvatore Riina. Ma, accusato solo di falsa testimonianza nelle indagini, Mancino è potuto finire in quella compagnia davanti ad una Cote d’Assise ordinaria. E aspetta il verdetto.

Anche Silvio Berlusconi, prima di essere assolto in appello e poi anche in Cassazione, rivendicò nel cosiddetto processo Ruby per prostituzione minorile di essere deferito al tribunale dei ministri, essendo stato accusato di avere praticato concussione al telefono sulla Questura di Milano, quando era presidente del Consiglio, per alleggerire –diciamo così- la posizione dell’amica marocchina fermata dalla Polizia. Ma non ci fu verso. La magistratura ordinaria si tenne ben strette le indagini e le competenze su di lui.

Si è detto e scritto della Costituzione promulgata 70 anni fa che sia, nonostante la sua età, la più bella del mondo. Può esserlo stata, ma da giovane, sino agli sfregi procurati dal giustizialismo. Che solo a parole ha dovuto subire nel 1999 qualche sacrificio con la formulazione dell’articolo 111 sul “giusto processo” e sulla sua “ragionevole durata”. Tanto ragionevole che il già ricordato processo a Mancino è in corso a Palermo, solo nel suo primo grado, dal 27 maggio 2013. Sta durando quanto la legislatura agli sgoccioli. E ciò per non parlare delle indagini a monte, di altri processi e di altri imputati.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Le scoperte di fine anno di Massimo D’Alema con il compagno Camilleri

            E’ proprio vero che bisogna morire per essere scoperti e rimpianti da una certa sinistra che pure si è sempre sentita all’avanguardia. Come quella di Massimo D’Alema, che ha aspettato la fine di questo 2017 per confessare ad Andrea Camilleri, in una conversazione appena pubblicata dalla rivista della sua fondazione Intalianeuropei, che l’ultimo e forse anche unico statista avuto dall’Europa è stato non un socialdemocratico, ma il democristianissimo Helmut Kohl, scomparso il 16 giugno scorso. Fu il cancelliere tedesco che volle e seppe riunificare la sua Germania mettendo nelle tasche dei connazionali dell’est marchi “veri”, al posto di quelli “finti”  lasciati loro dai governanti comunisti.

            Con l’italiano Alcide De Gasperi fu la stessa cosa. Dovette morire, pover’uomo, perché il Pci ne scoprisse la lungimiranza politica, dopo averlo dipinto e rappresentato sulle piazze come peggio non si poteva.

 Palmiro Togliatti in persona nella campagna elettorale del 1948 si era proposto davanti ai militanti comunisti radunati nella piazza romana di San Giovanni di cacciare De Gasperi via a pedate dalla guida del governo. E fu sempre lui, Togliatti, che cinque anni dopo lo coprì d’insulti per avere voluto come riforma elettorale una “truffa” –udite, udite- che si proponeva di assegnare un modesto premio in seggi parlamentari a chi avesse ottenuto di suo nelle urne il 50 per cento più uno dei voti validi. Una “truffa” che  nelle elezioni del 1953 non scattò per poche migliaia di voti, di fronte ai quali l’allora ministro dell’Interno Mario Scelba, democristiano come il presidente del Consiglio, fu tentato dall’idea di disporre una verifica, avendo il sospetto che ci fossero stati errori e persino imbrogli negli scrutini. Ma De Gasperi non volle saperne. Egli preferì subire un risultato di dubbia misura piuttosto che aprire un nuovo contenzioso politico, dopo che il Pci aveva infiammato il Parlamento e le piazze con una propaganda a dir poco esagerata: un Parlamento dove il presidente del Senato aveva rischiato di finire in ospedale per una tavoletta lanciatagli addosso per protesta da un esponente del Pci contrario alla riforma elettorale, mentre i suoi compagni lanciavano altro contro i banchi del governo. Il povero Giulio Andreotti, sottosegretario di De Gasperi, si nascose fra le gambe dei colleghi per schivare i colpi, aggravando forse la gobba che già accennava a distinguerlo.

            Con questi precedenti di lungimiranza dei suoi genitori politici D’Alema ha fatto da spalla a Camilleri nella liquidazione del Pd come di un partito ridotto –ha detto l’ex presidente del Consiglio- allo stato di una formazione politica “personale” da Matteo Renzi, di cui pertanto sarebbero servitori più o meno sciocchi tutti quelli che non hanno seguito lo stesso D’Alema e compagni sulla strada della scissione. Che ha portato di recente alla nascita dei Liberi e uguali con la targhetta di Pietro Grasso ai polsi per ragioni di “riconoscimento”. Come si fa con i neonati, ha spiegato l’uscente presidente del Senato in persona in un salotto televisivo con un cenno sorridente di imbarazzo che meglio non poteva esprimere il carattere politicamente un po’ grottesco dell’operazione cui si era prestato tenendosi stretta, oltre alla targhetta del nome nella culla, la seconda carica dello Stato. Che potrebbe farne in campagna elettorale il presidente della Repubblica supplente, fra i comprensibili scongiuri –suppongo- del presidente Sergio Mattarella, eletto dal Parlamento il 31 gennaio 2015 e insediatosi col giuramento tre giorni dopo.   

           

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La letterina di Natale a Grasso spedita dal giornale di Travaglio

Nel numero del Fatto Quotidiano confezionato per il 24 dicembre, e destinato a rimanere a casa dei lettori per tre giorni abbondanti grazie al calendario delle uscite comodamente assegnatosi da editori, giornalisti, tipografi e edicolanti, Marco Travaglio ha lasciato ad Andrea Scanzi il compito di scrivere una specie di letterina, anzi lettera di Natale.

Una lettera non a Gesù Bambino, come quegli ingenui dei nostri genitori e maestri di scuola ci insegnarono a fare per tenere vive le tradizioni, ma al presidente del Senato Pietro Grasso. Che è notoriamente tornato nelle grazie di Travaglio, collaboratori e amici – finalmente dimentichi dell’accusa all’allora magistrato di avere a suo tempo “soffiato” a Giancarlo Caselli il posto di capo della Procura nazionale antimafia usando una legge confezionata apposta dal centrodestra- da quando ha accettato da Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e compagni il ruolo di capo del cartello elettorale antirenziano chiamato Liberi e uguali. Ma liberi intesi anche come libere, ha precisato al suo arrivo nella combinazione la presidente della Camera Laura Boldrini, scomodatasi evidentemente pure allo scopo di garantire la parità di sesso fra tanti protagonisti maschili della nuova avventura politica.

Da Grasso, già nella campagna elettorale ma anche dopo, nel tempo libero che troverà finalmente nella nuova legislatura, quando sarà ben difficile che riottenga la presidenza del Senato, i suoi nuovi amici del Fatto si aspettano che escluda  ogni forma di collaborazione col Pd dell’odiato Renzi. Ciò significherebbe automaticamente aprire, anche senza doverlo dire esplicitamente, al movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, con rapporti di forza rovesciati rispetto all’inizio di questa legislatura che sta finendo, quando fu il Pd di Bersani, provvisto di più parlamentari grillini, ad aprire loro le porte del negoziato di governo, rimediando solo sberleffi.

Questa volta –sembra di capire dalla lettera di Scanzi- i grillini potrebbero fare le persone serie, dal punto di vista dello stesso Scanzi. D’altronde, essi partirebbero da posizioni migliori, essendo ultrascontato che, per quanti voti potranno raccogliere i liberi e uguali nelle urne, i loro gruppi parlamentari saranno non modesti ma modestissimi rispetto ai pentastellati. Che non avranno quindi da temere di finire come carne da macello. E poi, ci sarà sempre il Fatto Quotidiano a vigilare perché i grillini non vengano raggirati e strumentalizzati. E al tempo stesso a vigilare, ora che Grasso è entrato nelle grazie del giornale di Travaglio, perché non siano i grillini a fargli brutti scherzi.

E’ però importante, perché scatti questo doppio ruolo di vigilanza e insieme di garanzia dei travaglini, che i Grassi, intesi come i liberi e uguali di Grasso, dimostrino di essere –ha scritto testualmente Scanzi- “sinistra stavolta sul serio, e senza più prendere per i fondelli” chi è disposto a scommettere su di loro.

Scanzi e compagni si sono tuttavia dimenticati di chiedersi perché mai questa nuova forza per la quale sono disposti a spendersi non abbia speso, a sua volta, la sinistra nel nome che si è data e che l’avrebbe resa certamente più riconoscibile agli occhi e alla testa di un certo elettorato. Già, perché? Destra e sinistra sono categorie ormai superate, ha detto nel suo esordio televisivo di capo dei Liberi e uguali l’ex “ragazzo di sinistra” Grasso in persona, ripetendo nel salotto di Fabio Fazio quello che pochi giorni prima aveva detto davanti a Lilli Gruber l’ex presidente del Consiglio D’Alema. Ma è poi quello che pensa e dice da ancora più tempo l’odiato Renzi. E che dicono anche i grillini, addirittura ridendo sia della destra sia della sinistra.

Dov’è allora e che cosa è questa sinistra “sul serio” che reclamano dalle parti di Travaglio? Non si attendono naturalmente risposte.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Scalfari gioca all’8, da non confondere col gioco del lotto, di cui non ha bisogno

Eugenio Scalfari si è accomiatato con qualche giorno di anticipo dal 2017 con ilare giovialità, permessagli dall’agiatezza nella quale giustamente trascorre la sua vecchiaia dopo anni di intenso e fortunato lavoro. Si è abbandonato ad un gioco propostogli dai fratelli o cugini, come volete, dell’Espresso ma da lui sviluppato nel primo appuntamento festivo a disposizione con i lettori della sua Repubblica. Non è il vecchio gioco del lotto, di cui Scalfari non ha del resto bisogno bastandogli e avanzandogli -ripeto- quello che ha, ma il gioco dell’8, inteso come numero. Che peraltro è davvero diabolico nella cabala: temuto come nessun altro numero per i guai che può comportare, a cominciare dalla morte.

Quello che sta arrivando è un anno che finisce proprio con l’8. Ed è per gli italiani anche l’anno delle elezioni miracolosamente ordinarie per il rinnovo delle Camere uscite dalle urne nel 2013 così malmesse che sembrava impossibile garantirne la sopravvivenza ai primi mesi di un forzato insediamento. Invece la legislatura è andata avanti per tutti i suoi regolari cinque anni, e con l’avvicendamento di soli tre uomini, e dello stesso partito, a Palazzo Chigi: Enico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. In passato è accaduto anche di peggio.

Ma con quel maledetto 8 finale dell’anno di inizio la nuova legislatura rischierà di brutto. Scalfari ne ha già previsto l’interruzione nel 2019, col ricorso del presidente della Repubblica ad elezioni anticipate per l’impossibilità di coniugare la necessaria governabilità del Paese col maledetto tripolarismo -centrodestra, centrosinistra e grillismo- prodotto da un sistema elettorale adottato nel 1993 con la pretesa, più che con la speranza, di obbligare l’Italia dei mille partiti, oltre che delle mille torri, ad un virtuoso bipolarismo. Che per qualche tempo politici e intellettuali si illusero di avere raggiunto e assicurato con i duelli elettorali fra Silvio Berlusconi e Romano Prodi. Bei tempi, sarà tentato di dire qualcuno dimenticandone le magagne, perché sia Berlusconi sia Prodi hanno finito per trovarsi col classico pugno di mosche in mano e col produrre, volenti o nolenti, il terzo incomodo costituito da Beppe Grillo. Che è cresciuto nelle piazze e nelle urne ridendo dell’uno e dell’altro, e mandandoli entrambi a quel paese, per non scrivere di peggio.

L’incubo di Scalfari per questo 2018 in arrivo è che quella pentola di rancori personali e di velleità  che è diventata la sinistra, divisasi con l’uscita di Pier Luigi Bersani e di Massimo D’Alema dal Pd, produca prima o dopo un’alleanza di governo nelle aule parlamentari fra i grillini e i fuoriusciti, appunto, dal partito di Renzi.

La disperazione è tale di fronte a questa prospettiva che Scalfari, dopo avere tentato di dare una mano addirittura a Berlusconi, con una mezza sponsorizzazione televisiva che ha terremotato il suo stesso giornale, sino a procurarsi gli insulti, o qualcosa di simile, del vecchio editore e amico Carlo De Benedetti, si è rifugiato in una speranza da lui stesso ridotta, persino nel titolo del suo intervento, a una “chimera”. Che è quella del ritorno degli scissionisti, sotto la guida del presidente uscente del Senato Pietro Grasso, da lui inutilmente invitato peraltro a dimettersi dalla seconda carica dello Stato per il ruolo di parte che ha preferito assumere, nel Pd. A quali condizioni, Scalfari non ha precisato, forse non potendo neppure immaginarle prima che Renzi e i suoi avversari di sinistra non si siano pesati sulla bilancia elettorale verificando la loro forza.

Fra le due parti, comunque, Scalfari ha già deciso per chi voterà nell’anno dell’8 finale. Voterà per il Pd, considerandolo “discendente” dal “partito di Berlinguer, che si era distaccato completamente dall’Unione Sovietica” prima ancora che il comunismo crollasse col muro di Berlino. Completamente distaccato? Mah. Ricordo che fu così poco completo quel distacco, che Berlinguer uscì dalla maggioranza parlamentare di solidarietà nazionale con la Dc all’inizio del 1979 piuttosto che condividere il riarmo missilistico della Nato in Europa, dopo l’installazione degli euromissili puntati contro l’Occidente nelle basi militari dei sovietici e dei loro alleati.

L’ombrello della Nato, sotto cui lo stesso Berlinguer aveva detto in una intervista al Corriere della Sera di volersi rifugiare per proteggere l’autonomia del Pci da Mosca, avrebbe dovuto quindi rimanere bucato. Bel modo davvero di distaccarsi “completamente” dai sovietici.

Purtroppo per Scalfari, molti dei residui elettori del Pd voteranno con lui per Renzi perché convinti dell’opposto: che cioè il Pd non abbia nulla più in comune col Pci berlingueriano, orgogliosamente e geneticamente “diverso” da tutti gli altri partiti. E arroccato nella difesa di un modello istituzionale e di sinistra superato, ai tempi di Berlinguer, dal secolo e più trascorso dal manifesto di Marx. Di cui proprio Scalfari aveva  accusato quell’imprudente di Bettino Craxi di avere “tagliato la barba” con le forbici del riformismo.

Processo ai giornali dopo le ultime notizie su Marcello Dell’Utri

Finalmente un procuratore generale, quello di Caltanissetta, è incorso nelle invettive di un giornale –Il Fatto Quotidiano diretto da Marco Travaglio- che d’abitudine si riconosce nelle posizioni dei magistrati d’accusa. Ed è generalmente portato a scambiare chi ne dissente per un mentecatto o un criminale, complice dell’imputato di turno.

“Vergogna” ha gridato in apertura della prima pagina il giornale di Travaglio per avere il procuratore generale del lontano distretto giudiziario siciliano chiesto alla locale Corte d’Appello di sospendere l’esecuzione della pena a carico di Marcello Dell’Utri. E ciò non perché il detenuto stia male, come hanno riconosciuto a Roma altri giudici che però hanno deciso di lasciarlo lo stesso fra le sbarre di Rebibbia, ma perché la sua condanna per concorso esterno in associazione mafiosa ha ormai il piombo, diciamo così, nelle ali. E’ il piombo della Corte europea dei diritti dell’uomo, che già nel 2015 ha abbattuto una condanna analoga di Bruno Contrada, i cui effetti sono stati conseguentemente annullati, sia pure a cose ormai fatte, dalla Cassazione.

Indotto dalla logica, non dal capriccio, a prevedere lo stesso esito per il ricorso a suo tempo presentato ai giudici europei da Dell’Utri, condannato in Italia in via definitiva per fatti avvenuti o compiuti prima ancora che nascesse il reato di concorso esterno, appunto, in associazione mafiosa contestato all’ex senatore, il procuratore generale di Caltanissetta ha con onestà proposto di sospendere intanto l’esecuzione della pena. Che potrebbe essere ripresa e portata a termine se il verdetto europeo dovesse a sorpresa essere diverso da quello che ha restituito a Contrada, fra l’altro, i gradi e gli emolumenti della Polizia.

“Vergogna”, ripeto, ha reagito il giornale di Travaglio diffidando di fatto i giudici d’appello di Caltanisetta, dove pende un procedimento di giudizio di revisione intentato dai difensori di Dell’Utri, dall’accettare la richiesta cautelativa dell’accusa. Che evidentemente si è vergognata dell’opposto: cioè di sottrarsi, giusto per evitare gli  insulti di Travaglio e simili, alla possibilità di risparmiare al detenuto di Rebibbia altri due anni e più di detenzione prevedibilmente illegittima.

Va detto tuttavia, a questo punto, che ancor più grottesca della vergogna gridata dal Fatto Quotidiano contro il procuratore generale di Caltanisetta è la distrazione, chiamiamola così, di quasi tutti gli altri giornali italiani, che non hanno ritenuto di mettere in prima pagina la notizia riguardante Dell’Utri: non il Corriere della Sera, non la Repubblica, non La Stampa, non le testate del gruppo Riffeser-Monti, non Il Messaggero, non Il Sole 24 Ore, non Avvenire, non il Manifesto, non Il Foglio di Giuliano Ferrara e Claudio Cerasa, non Libero di Vittorio Feltri, non la Verità di Maurizio Belpietro. E neppure -udite, udite- il Giornale della famiglia Berlusconi, dove Dell’Utri era o poteva considerarsi, diciamo così, di casa prima di finire in prigione. 

Il centrodestra ha troppe gambe per poter camminare diritto

E’ strano che un uomo come Silvio Berlusconi,  esperto ed amante più dello spettacolo che dei mobili, formidabile nel ricordare vecchie barzellette e inventarsene seduta stante di nuove, non si renda conto che cominciano ad essere un po’ troppo stucchevoli le gambe che crescono, non di  solidità o di altezza ma di numero, nella nuova edizione del centrodestra, in vista delle  elezioni del prossimo mese di marzo.

Alle tre gambe costituite da Forza Italia, dalla Lega e dai Fratelli d’Italia-ex Movimento Sociale o Alleanza Nazionale, se ne sono aggiunte in queste settimane di vigilia dello scioglimento delle Camere una quarta e una quinta di area centrista. Ma non si esclude una sesta. Gambe che non sono fisse come quelle dei tavoli ma si muovono con quelli che le portano. E, anziché preoccuparsi di camminare diritto, si prendono a calci negli stinchi fra di loro, come fa continuamente Matteo Salvini. Che liquida i nuovi arrivi o ritorni come quelli di “poltronisti” o “voltagabbana” incalliti, cui lui non intende cedere una sola delle candidature spettantegli nei collegi unimominali della Camera e del Senato, in ciascuno dei quali la coalizione dovrà concordare e presentare un candidato comune. A lasciare loro lo spazio che reclamano  dovrà quindi essere solo il partito di Berlusconi, essendo quello di Giorgia Meloni già piccolo di suo per stringersi ancora di più.

Fermiamoci alla foto, pubblicata su molti giornali, della gamba del centrodestra appena chiamatasi Noi con l’Italia. Essa ne contiene a sua volta sei se  pensiamo a un tavolo, dodici se pensiamo a quelle fisiche dei leader e leaderini dei partiti e partitini assemblati nell’occasione: quelle -nell’ordine in cui lorsignori si sono collocati davanti ai fotografi attorno al simbolo della nuova ditta politica- di Enrico Zanetti, di Enrico Costa, di Raffaele Fitto, di Maurizio Lupi, di Francesco Saverio Romano e di Flavio Tosi, da sinistra a destra. Sono dodici gambe: il doppio delle celebri zampe del cane dell’Eni.

Fuori da ogni metafora, penso già alle consultazioni che il presidente della Repubblica dovrà fare al Quirinale dopo le elezioni per la formazione del primo governo, e di quelli che dovessero succedergli nella diciottesima legislatura, e mi viene già la vertigine.

Il nuovo centrodestra riuscirà probabilmente a  fare rimpiangere persino le dodici sigle contate con comprensibile sconforto dal primo segretario del Pd Walter Veltroni leggendo l’elenco degli invitati al Quirinale per le consultazioni dopo la caduta del secondo governo di Romano Prodi. Che si era formato meno di due anni prima con un programma di circa trecento pagine concordato da una dozzina fra partiti e partitini.

E’ quanto meno sorprendente un centrodestra che rincorre, in retromarcia, quella strana, parossistica Unione del centrosinistra realizzata con orgogliosa ma vuota sicurezza nel 2006 dal professore emiliano, reduce dalla presidenza della Commissione europea, a Bruxelles, rimediatagli con insolita generosità da Massimo D’Alema dopo il fallimento, nel 1998, del primo governo contrassegnato dall’Ulivo.

La pressione del sangue, e quella politica, di Maria Elena Boschi…

Invidio l’ironia di Vauro Senisi. Che in una vignetta pubblicata dal Fatto Quotidiano, purtroppo solo in fondo alla prima pagina, schiacciata sotto una specie di manifesto contro “la banda” renziana che starebbe, anzi avrebbe già distrutto il Paese, ha lodevolmente cercato di fare sorridere, e non indignare i lettori.

Lodevolmente, perché in questa maledetta storia della dissestata Banca Etruria la figlia dell’allora vice presidente Pier Luigi Boschi, Maria Elena, già ministra della riforme con Matteo Renzi e ora sottosegretaria di Paolo Gentiloni alla presidenza del Consiglio, è stata solo goffa, non criminale.

Goffa, perché si è occupata dell’affare riguardante il suo territorio elettorale, e non solo il padre, con una ingenuità disarmante, senza mai pensare -come avrebbe fatto invece un politico o una politica di maggiore esperienza- all’uso strumentale che gli avversari avrebbero potuto fare delle sue iniziative. Per esempio, senza coprirsi le spalle con una telefonata al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, impedendogli così di poter poi andare a dire a una commissione parlamentare d’inchiesta, mandando in sollucchero opposizioni e antipatizzanti,  di essere  stato all’oscuro dell’attività della sua giovane collega di governo, e di non avere delegato né a lei né ad altri funzioni e competenze che spettavano a lui.

In questa faccenda insomma c’è stata goffaggine, ripeto, ingenuità, leggerezza, non il compimento di un reato. La ministra, e ora sottosegretaria, ma in una postazione che vale più di quella di un ministro di media stazza politica, si è mossa per informarsi, e magari anche per raccomandare -inutilmente- una soluzione della crisi del credito aretino piuttosto che un’altra, ma non per delinquere. Non per fare “pressione” indebita, come hanno chiarito onestamente davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta le stesse persone da lei contattate e scambiate con malevolenza dalle opposizioni per testimomi d’accusa o persino per pubblici ministeri.

E’ proprio sulla pressione, sul concetto di questa parola, che Vauro ha scherzato ridendo e facendomi ridere, e pensando forse -ahimè- di far ridere anche il direttore del Fatto Quotidiano, oltre ai lettori comuni, quando ha fatto sedere la Boschi nella sua vignetta davanti a un medico perché gliela misurasse. Ma la pressione del sangue, accertabile con tanto di apparecchio, si può mescolare solo con lo scherzo del plurale a quella politica addebitatale dagli avversari in questa guerra elettorale che è ormai diventata la vicenda della Banca Etruria: elettorale e niente di più, a pochi giorni ormai dallo scioglimento delle Camere.

Personalmente, ci rido su volentieri. Anche per non piangere sullo stato al quale è ridotta la politica italiana con una lotta tribale di tutti contro tutti, e tutto. Quando si perde anche la capacità e la voglia di sorridere, o si sorride solo per scherno, come fa sistematicamente in televisione il direttore del Fatto Quotidiano quando si confronta con altri che la pensano diversamente da lui, è davvero la fine.

Blog su WordPress.com.

Su ↑