Scalfari gioca all’8, da non confondere col gioco del lotto, di cui non ha bisogno

Eugenio Scalfari si è accomiatato con qualche giorno di anticipo dal 2017 con ilare giovialità, permessagli dall’agiatezza nella quale giustamente trascorre la sua vecchiaia dopo anni di intenso e fortunato lavoro. Si è abbandonato ad un gioco propostogli dai fratelli o cugini, come volete, dell’Espresso ma da lui sviluppato nel primo appuntamento festivo a disposizione con i lettori della sua Repubblica. Non è il vecchio gioco del lotto, di cui Scalfari non ha del resto bisogno bastandogli e avanzandogli -ripeto- quello che ha, ma il gioco dell’8, inteso come numero. Che peraltro è davvero diabolico nella cabala: temuto come nessun altro numero per i guai che può comportare, a cominciare dalla morte.

Quello che sta arrivando è un anno che finisce proprio con l’8. Ed è per gli italiani anche l’anno delle elezioni miracolosamente ordinarie per il rinnovo delle Camere uscite dalle urne nel 2013 così malmesse che sembrava impossibile garantirne la sopravvivenza ai primi mesi di un forzato insediamento. Invece la legislatura è andata avanti per tutti i suoi regolari cinque anni, e con l’avvicendamento di soli tre uomini, e dello stesso partito, a Palazzo Chigi: Enico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. In passato è accaduto anche di peggio.

Ma con quel maledetto 8 finale dell’anno di inizio la nuova legislatura rischierà di brutto. Scalfari ne ha già previsto l’interruzione nel 2019, col ricorso del presidente della Repubblica ad elezioni anticipate per l’impossibilità di coniugare la necessaria governabilità del Paese col maledetto tripolarismo -centrodestra, centrosinistra e grillismo- prodotto da un sistema elettorale adottato nel 1993 con la pretesa, più che con la speranza, di obbligare l’Italia dei mille partiti, oltre che delle mille torri, ad un virtuoso bipolarismo. Che per qualche tempo politici e intellettuali si illusero di avere raggiunto e assicurato con i duelli elettorali fra Silvio Berlusconi e Romano Prodi. Bei tempi, sarà tentato di dire qualcuno dimenticandone le magagne, perché sia Berlusconi sia Prodi hanno finito per trovarsi col classico pugno di mosche in mano e col produrre, volenti o nolenti, il terzo incomodo costituito da Beppe Grillo. Che è cresciuto nelle piazze e nelle urne ridendo dell’uno e dell’altro, e mandandoli entrambi a quel paese, per non scrivere di peggio.

L’incubo di Scalfari per questo 2018 in arrivo è che quella pentola di rancori personali e di velleità  che è diventata la sinistra, divisasi con l’uscita di Pier Luigi Bersani e di Massimo D’Alema dal Pd, produca prima o dopo un’alleanza di governo nelle aule parlamentari fra i grillini e i fuoriusciti, appunto, dal partito di Renzi.

La disperazione è tale di fronte a questa prospettiva che Scalfari, dopo avere tentato di dare una mano addirittura a Berlusconi, con una mezza sponsorizzazione televisiva che ha terremotato il suo stesso giornale, sino a procurarsi gli insulti, o qualcosa di simile, del vecchio editore e amico Carlo De Benedetti, si è rifugiato in una speranza da lui stesso ridotta, persino nel titolo del suo intervento, a una “chimera”. Che è quella del ritorno degli scissionisti, sotto la guida del presidente uscente del Senato Pietro Grasso, da lui inutilmente invitato peraltro a dimettersi dalla seconda carica dello Stato per il ruolo di parte che ha preferito assumere, nel Pd. A quali condizioni, Scalfari non ha precisato, forse non potendo neppure immaginarle prima che Renzi e i suoi avversari di sinistra non si siano pesati sulla bilancia elettorale verificando la loro forza.

Fra le due parti, comunque, Scalfari ha già deciso per chi voterà nell’anno dell’8 finale. Voterà per il Pd, considerandolo “discendente” dal “partito di Berlinguer, che si era distaccato completamente dall’Unione Sovietica” prima ancora che il comunismo crollasse col muro di Berlino. Completamente distaccato? Mah. Ricordo che fu così poco completo quel distacco, che Berlinguer uscì dalla maggioranza parlamentare di solidarietà nazionale con la Dc all’inizio del 1979 piuttosto che condividere il riarmo missilistico della Nato in Europa, dopo l’installazione degli euromissili puntati contro l’Occidente nelle basi militari dei sovietici e dei loro alleati.

L’ombrello della Nato, sotto cui lo stesso Berlinguer aveva detto in una intervista al Corriere della Sera di volersi rifugiare per proteggere l’autonomia del Pci da Mosca, avrebbe dovuto quindi rimanere bucato. Bel modo davvero di distaccarsi “completamente” dai sovietici.

Purtroppo per Scalfari, molti dei residui elettori del Pd voteranno con lui per Renzi perché convinti dell’opposto: che cioè il Pd non abbia nulla più in comune col Pci berlingueriano, orgogliosamente e geneticamente “diverso” da tutti gli altri partiti. E arroccato nella difesa di un modello istituzionale e di sinistra superato, ai tempi di Berlinguer, dal secolo e più trascorso dal manifesto di Marx. Di cui proprio Scalfari aveva  accusato quell’imprudente di Bettino Craxi di avere “tagliato la barba” con le forbici del riformismo.

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