Il centrodestra ha troppe gambe per poter camminare diritto

E’ strano che un uomo come Silvio Berlusconi,  esperto ed amante più dello spettacolo che dei mobili, formidabile nel ricordare vecchie barzellette e inventarsene seduta stante di nuove, non si renda conto che cominciano ad essere un po’ troppo stucchevoli le gambe che crescono, non di  solidità o di altezza ma di numero, nella nuova edizione del centrodestra, in vista delle  elezioni del prossimo mese di marzo.

Alle tre gambe costituite da Forza Italia, dalla Lega e dai Fratelli d’Italia-ex Movimento Sociale o Alleanza Nazionale, se ne sono aggiunte in queste settimane di vigilia dello scioglimento delle Camere una quarta e una quinta di area centrista. Ma non si esclude una sesta. Gambe che non sono fisse come quelle dei tavoli ma si muovono con quelli che le portano. E, anziché preoccuparsi di camminare diritto, si prendono a calci negli stinchi fra di loro, come fa continuamente Matteo Salvini. Che liquida i nuovi arrivi o ritorni come quelli di “poltronisti” o “voltagabbana” incalliti, cui lui non intende cedere una sola delle candidature spettantegli nei collegi unimominali della Camera e del Senato, in ciascuno dei quali la coalizione dovrà concordare e presentare un candidato comune. A lasciare loro lo spazio che reclamano  dovrà quindi essere solo il partito di Berlusconi, essendo quello di Giorgia Meloni già piccolo di suo per stringersi ancora di più.

Fermiamoci alla foto, pubblicata su molti giornali, della gamba del centrodestra appena chiamatasi Noi con l’Italia. Essa ne contiene a sua volta sei se  pensiamo a un tavolo, dodici se pensiamo a quelle fisiche dei leader e leaderini dei partiti e partitini assemblati nell’occasione: quelle -nell’ordine in cui lorsignori si sono collocati davanti ai fotografi attorno al simbolo della nuova ditta politica- di Enrico Zanetti, di Enrico Costa, di Raffaele Fitto, di Maurizio Lupi, di Francesco Saverio Romano e di Flavio Tosi, da sinistra a destra. Sono dodici gambe: il doppio delle celebri zampe del cane dell’Eni.

Fuori da ogni metafora, penso già alle consultazioni che il presidente della Repubblica dovrà fare al Quirinale dopo le elezioni per la formazione del primo governo, e di quelli che dovessero succedergli nella diciottesima legislatura, e mi viene già la vertigine.

Il nuovo centrodestra riuscirà probabilmente a  fare rimpiangere persino le dodici sigle contate con comprensibile sconforto dal primo segretario del Pd Walter Veltroni leggendo l’elenco degli invitati al Quirinale per le consultazioni dopo la caduta del secondo governo di Romano Prodi. Che si era formato meno di due anni prima con un programma di circa trecento pagine concordato da una dozzina fra partiti e partitini.

E’ quanto meno sorprendente un centrodestra che rincorre, in retromarcia, quella strana, parossistica Unione del centrosinistra realizzata con orgogliosa ma vuota sicurezza nel 2006 dal professore emiliano, reduce dalla presidenza della Commissione europea, a Bruxelles, rimediatagli con insolita generosità da Massimo D’Alema dopo il fallimento, nel 1998, del primo governo contrassegnato dall’Ulivo.

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