La generosità astuta di Bruno Tabacci con Emma Bonino

Il 2018 è appena cominciato e abbiamo già da festeggiare il matrimonio forse più clamoroso dell’anno. E’ quello tutto politico, per carità, fra la radicale più famosa d’Italia e il democristiano fra i più inossidabili, sopravvissuto allo scioglimento della Dc annunciato con un telegramma all’allora Consiglio Nazionale da Mino Martinazzoli, che ne fu pertanto l’ultimo segretario.

            Lei, la sposa, è naturalmente Emma Bonino, 70 anni da compiere a marzo, piemontese, 7 legislature alle spalle, sia pure a spezzoni come erano abituati a fare i radicali dimettendosi dopo un po’ per fare subentrare in Parlamento altri esponenti dello stesso partito. In verità, qualcuno di legislature  della Bonino ne ha contate otto, ma poco importa chi abbia ragione. Si può ben dire lo stesso che la signora è una veterana del Parlamento, dove peraltro è stata anche vice presidente del Senato tra un incarico di governo e l’altro, essendo stata ministra degli affari europei, del commercio estero e degli Esteri, oltre ad avere onorato l’Italia, per riconoscimenti unanimi a Bruxelles, come commissaria europea, su designazione allora del primo governo di Silvio Berlusconi.

            Eppure, pensate un po’, la mia amica Emma ha forse più nemici nel suo mondo, quello una volta radicale nel senso pannelliano, che fuori. Sono gli scherzi delle militanze politiche molto forti. E di un’eredità sempre difficile da prendersi o da assegnare quando a scomparire è stato un uomo così particolare come Marco Pannella, che ogni tanto si divertiva a divorare i suoi delfini, nella consapevolezza neppure nascosta di essere unico.

            Lo sposo di questo clamoroso matrimonio del nuovo anno è naturalmente Bruno Tabacci, 71 anni compiuti nello scorso mese di agosto, 5 legislature alle spalle, già presidente della sua regione ai tempi della cosiddetta prima Repubblica e poi, fra l’altro, assessore al bilancio della giunta comunale di Milano presieduta da Giuliano Pisapia. Le sigle e i gruppi o movimenti per i quali egli è transitato dopo la fine della Dc è sicuramente lungo, ma scandalizzarsene sarebbe sciocco dopo la caduta delle ideologie, al plurale, col crollo del muro comunista di Berlino, ben prima quindi che il povero Martinazzoli sciogliesse la Dc inseguita, come altri partiti, dai cacciatori di teste in servizio permanente effettivo presso quasi tutte le Procure della Repubblica, improvvisamente accortesi della lunga e consolidata pratica del finanziamento illegale della politica.

            Ma non divaghiamo. E torniamo al matrimonio politico di quest’anno appena nato, a Camere sciolte e quindi con gli adempimenti in corso per la presentazione delle liste dei candidati alle elezioni politiche del 4 marzo. Il vecchio –si fa per dire- signore lombardo ha avuto la galanteria, o la generosità, come l’ha definita la beneficiaria, di esonerare la vecchia signora piemontese- si fa sempre per dire- dall’obbligo di raccogliere in pochi giorni venticinquemila firme in tutta Italia per poter depositare le sue liste chiamate +Europa. Con le quali Tabacci mescolerà, per questa tornata elettorale, quelle del suo Centro Democratico. Che, essendo un partito già rappresentato con tanto di gruppo in Parlamento, è considerato dalla legge abbastanza noto per fare a meno di farsi riconoscere dagli elettori  col rito delle firme.

            Nel celebrare in pubblico le loro nozze politiche gli sposi hanno annunciato che decideranno solo in un’assemblea indetta per il 13 gennaio se e con qualche schieramento apparentarsi a loro volta nelle elezioni. Ma solo un colpo di scena ancora più clamoroso del loro matrimonio politico potrà portare Emma Bonino e Bruno Tabacci a rifiutare l’apparentamento offerto loro dal Pd di Matteo Renzi. Che avrà così una gamba dichiaratamente europea e di centrosinistra affiancata a quella dichiaratamente centrista della ministra uscente della Sanità Beatrice Lorenzin, già del Nuovo Centro Destra e poi Alternativa Popolare del ministro uscente degli Esteri Angelino Alfano.

            Ciò naturalmente ha già fatto saltare la classica mosca al naso agli avversari di Renzi, che avevano appena goduto del fallimento del tentativo di Giuliano Pisapia, affiancato proprio da Bruno Tabacci, di allestire una lista elettorale apparentata col Pd.

            Fallita l’operazione Pisapia con una rinuncia dell’ex sindaco di Milano più subìta che condivisa dal suo ex assessore al bilancio, Tabacci con un misto di generosità e di astuzia politica si è quindi predisposto a raggiungere con Emma Bonino lo stesso obiettivo di un soccorso politico a Renzi.

Il riscatto di Virginia Raggi dalla disavventura di Spelacchio

Fresca di riconciliazione col marito, Virginia Raggi è riuscita a conquistare le prime pagine dei giornali con una iniziativa che la riscatta come avvocato dopo i tanti incidenti in cui è incorsa come sindaca di Roma: un ruolo obiettivamente sproporzionato rispetto alla sua esperienza, con tutte le complessità che ha una città come la Capitale. Non dimentichiamoci la professione forense della signora, per quanto incorsa in una infinità di polemiche, anche o soprattutto all’interno del suo stesso movimento politico, quello delle 5 stelle, per aver fatto pratica a suo tempo nello studio di Cesare Previti, legale e amico storico del mai abbastanza odiato Silvio Berlusconi. E, in più, condannato in via definitiva, interdetto per sempre dai pubblici uffici e conseguentemente espulso dall’ordine professionale, per corruzione in atti giudiziari.

Con mossa una volta tanto avveduta, viste le complicazioni procuratesi, a torto o a ragione, con tante decisioni prese in Campidoglio dal giorno della sua elezione, la Raggi ha preceduto l’udienza preliminare del 9 gennaio sulla richiesta della Procura di Roma di rinvio a giudizio per falso in atto pubblico. Ha invece chiesto lei stessa di essere giudicata col rito immediato, sia pure nella solita variante italiana. Che di immediatezza ha solo il termine, essendo destinato per le solite questioni procedurali, organizzative e quant’altro, a scavalcare la scadenza delle elezioni politiche del 4 marzo. Alle quali la sindaca di Roma non è interessata, ma lo è naturalmente il suo partito, dove non mancano certamente i problemi e avrebbe potuto procurarne di aggiuntivi un rinvio a giudizio subìto, con tanto di sostanziale convalida dell’accusa da parte di un giudice, e non da lei stessa sollecitato nella convinzione di poter essere assolta.

            Sul piano della propaganda, che è tutto in una campagna elettorale , specie per un partito come quello della Raggi, che aspira a governare anche da Palazzo Chigi, e quindi sull’intero Paese, e non solo dal vicino Campidoglio sulla sola Roma, l’iniziativa della “sindaca di Spelacchio”, come i suoi avversari l’hanno chiamata dopo l’infortunio dell’albero di Natale seccatosi in Piazza Venezia, ha avuto una sua logica felice. E’ stata di un’astuzia che in politica non guasta. E che potrebbe persino funzionare anche in sede giudiziaria, nonostante la palla al piede di un coimputato ingombrante come Raffaele Marra, ex capo del personale del Comune di Roma, già suo braccio destro, sotto processo anche per corruzione. 

            E’ stato proprio Marra, che non intende rinunciare in tribunale al rito ordinario,  a mettere la sindaca nei guai con quelle conversazioni in chat conservate nella memoria del telefono cellulare in cui la signora si doleva con lui di non essere stata informata sull’aumento dello stipendio derivato al fratello Renato, vice comandante dei vigili urbani, da una promozione al vertice della Direzione Turismo del Campidoglio. Di quella nomina di Renato Marra invece la Raggi si era assunta tutta la responsabilità in una comunicazione all’Autorità anticorruzione, esponendosi così all’accusa di falso.

Quella cena galeotta di Emma Bonino nei difficili rapporti con Renzi…

            Chissà se Emma Bonino cederà alla supplica di Sergio Staino, che in una vignetta sul Dubbio cerca di trattenerla, in ginocchio, dall’annuncio o dalla minaccia di non apparentarsi più elettoralmente col Pd di Matteo Renzi, correndo da sola per le nuove Camere. E ciò  per una lite, o qualcosa di simile, scoppiata su tempi e modalità della raccolta delle firme necessarie alla presentazione delle liste +Europa che faranno riferimento alla radicale forse più nota nel mondo giù ai tempi di Marco Pannella. Col quale, peraltro, i rapporti di Emma non furono mai semplici perché i due avevano in comune quello che comunemente si chiama un cattivo carattere, pur essendo la buonanima di Sandro Pertini convinto che bastasse avere carattere per sentirselo attribuire cattivo.

            Obiettivamente, nell’affrettata approvazione della legge elettorale con la quale voteremo il 4 marzo, scongiurando il rischio che andassimo alle urne con due leggi diverse, per la Camera e per il Senato, derivate dalle forbici della Corte Costituzionale, che le avevano entrambe tagliate, sono sfuggiti alcuni strafalcioni logici in materia proprio di raccolta delle firme. Cui “la zia d’Italia”, come la Bonino ironicamente si definisce per la simpatia che si è guadagnata nella sua lunga militanza politica, potrebbe provvedere solo affidandosi all’organizzazione del Pd, che peraltro le ha promesso di aiutarla, nei pochissimi giorni che le resterebbero a disposizione, una volta concordate con Matteo Renzi e i suoi delegati le candidature nei collegi uninomimali.

            Un po’ come Maria Antonietta ai tempi della rivoluzione francese, la mia amica Emma se n’è uscita accusando i dirigenti del Pd di averle offerto “brioche al posto del pane” invitandola a fidarsi di loro. E con ciò ha finto per esporsi al sospetto, da cui si è sentita offesa, di puntare a strappare a Renzi più candidature che firme, cioè di usare il problema delle firme strumentalmente, per aumentare il suo potere contrattuale nell’assegnazione dei collegi uninominali considerati più sicuri.

            Purtroppo a complicare le cose, intossicando trattative, polemiche e quant’altro, è arrivata la notizia di una recentissima cena galeotta di Emma Bonino con Enrico Letta, Fabrizio Saccomanni e Giuliano Amato. Galeotta, perché dei quattro ben tre hanno fatto parte del governo –Emma come ministra degli Esteri, Enrico Letta come presidente del Consiglio e Saccomanni come ministro dell’Economia- liquidato un po’ in malo modo da Renzi qualche settimana dopo essere diventato segretario del Pd. Ed anche il quarto, attuale giudice costituzionale e due volte presidente del Consiglio, per non parlare degli altri incarichi di governo ricoperti con Bettino Craxi, Giovanni Goria, Ciriaco De Mita, Romano Prodi e Massimo D’Alema, ha qualcosa da rimproverare o non perdonare a Renzi. Che gli preferì il collega della Consulta Sergio Mattarella nella corsa al Quirinale riaperta nel 2015 dalle dimissioni di Giorgio Napolitano, confermato due anni prima alla Presidenza della Repubblica.

            Poco importa se a torto o a ragione, questa cena è subito apparsa a chi ne è venuto al corrente più un’occasione di risentimenti comuni, e addirittura di vendetta, che di auguri per le feste natalizie. La Bonino a questo punto ha solo un modo per smentire davvero l’impressione obiettivamente sgradevole di un’impuntatura finalizzata a penalizzare Renzi, che  ha bisogno di alleati nelle elezioni del 4 marzo come del pane, e non delle brioche, per rimanere nella metafora di Emma: smetterla di impuntarsi e fidarsi dell’aiuto promessole dal Pd per la raccolta delle firme nei pur balordi tempi prescritti dalla legge. Che è difficile violare, o cambiare all’ultimo momento, come vorrebbe l’esponente radicale, senza aprire la strada a quella specialità tutta italiana dei ricorsi. Che rischierebbero di invalidare addirittura le elezioni.

Quando Moro si lamentava che il bene non facesse notizia….

Mi sono ricordato di un editoriale di Aldo Moro sul Giorno del 20 gennaio 1977 leggendo Piero Sansonetti. Che ieri sul Dubbio ha tratto spunto dai dati del Ministero dell’Interno sull’andamento della criminalità dal 1992 ad oggi, a dispetto del peggioramento generalmente percepito, per auspicare una informazione finalmente disintossicata. E, di riflesso, anche una lotta o quanto meno un dibattito politico meno esasperato. Che a sua volta genera quel risentimento di recente rilevato nel clima del Paese dal Censis. E non condiviso dal  fiducioso presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel breve messaggio di Capodanno.

Moro mandò al Giorno il suo editoriale con una proposta di titolo –Il bene non fa notizia- che il direttore Gaetano Afeltra adottò raccontandomi poi, nel suo indimenticabile e simpatico amalfitaliano, di averlo fatto con una certa apprensione, più per rispetto dell’autorevolissimo collaboratore, di cui naturalmente e giustamente era fiero, che per entusiastica condivisione. “Franceschì, con le buone notizie le copie di un giornale piangono”, mi disse Gaetanino consolandosi però rapidamente con quest’altra osservazione: “Per fortuna il giornale che dirigevo era di proprietà pubblica ed ero perciò professionalmente autorizzato in quell’occasione a fottermi delle copie”.

Il Giorno era infatti dell’Eni. E Moro forse proprio per questo, oltre che per la simpatia di Afeltra, lo aveva preferito ad altri per collaborarvi nel poco tempo lasciatogli dalla politica, per quanto egli fosse allora soltanto il presidente del Consiglio Nazionale della Dc, sommariamente tradotto da noi giornalisti in presidente del partito. Ma un presidente assai particolare, come poi si sarebbe lui stesso lamentato, una volta rapito dalle brigate rosse, l’anno dopo, scrivendo una disperata lettera di protesta all’amico segretario dello scudocrociato Benigno Zaccagnini, prigioniero come altri, fuori e dentro la Dc, di quella cosiddetta linea della fermezza che avrebbe quanto meno contribuito a procurargli la morte. Come era già accaduto agli uomini della scorta, 55 giorni prima, trucidati nell’operazione del sequestro condotta  a Roma la mattina del 16 marzo 1978 in via Fani, a poche centinaia di metri dall’abitazione di Moro.

Quell’editoriale del 20 gennaio 1977 fu ispirato al presidente democristiano non da qualche rivelazione o consuntivo  statistico, ma  da un articolo di Goffredo Parise pubblicato a ridosso di Natale sul Corriere della Sera  e da lui per niente condiviso, pur nel rispetto dovuto al noto scrittore veneto.

Dell’articolo di Parise, non era piaciuto a Moro, che ci aveva pensato sopra per tutte le feste di fine anno, il rifiuto opposto ad una “tregua” almeno natalizia, auspicata da alcuni giovani interlocutori, sul fronte dell’informazione, dove il male faceva più notizia del bene. E ciò anche se il bene, secondo Moro, anche allora prevaleva sul male.

“Si può dire –chiese Moro ai suoi lettori- che la realtà sia tutta e solo quella che risulta dalla cronaca deprimente, e talvolta agghiacciante, di un giornale?”.  No, il presidente della Dc era convinto che  “il bene” fosse “più del male, l’armonia più della discordia, la norma più dell’eccezione”. E ripropose una “tregua” informativa del male prevalente sul bene: una tregua questa volta non emotiva e/o stagionale, a Natale ormai trascorso, con tutte le altre feste portate via dalla Befana, ma una tregua solida, duratura e ragionata.

Per conto suo Moro, a dispetto degli avversari di destra che lo dipingevano come un uomo pessimista, rassegnato al peggio, attribuendo anche a questa sua presunta filosofia della rinuncia l’azione propulsiva svolta da lui nella Dc per un’intesa di “solidarietà nazionale” col Pci di Enrico Berlinguer dopo il risultato sostanziamente neutro delle elezioni politiche anticipate del 1976, dimostrò quanto fosse invece combattivamente ottimista due mesi dopo quell’articolo del 20 gennaio 1977.

Fu proprio nel mese di marzo di quell’anno che, spiazzando anche molti dei suoi amici, compreso il segretario moroteo  della Dc Zaccagnini, egli volle assumere il compito di difensore del collega  di partito e di corrente Luigi Gui, ma anche del socialdemocratico Mario Tanassi, nel dibattito a Camere congiunte propedeutico al processo ai due ex ministri, e ad altri imputati, davanti alla Corte Costituzionale per il famoso scandalo Loockeed.  Che era la ditta americana costruttrice degli apparecchi militari di trasporto Hercules acquistati dall’Italia con un sovrapprezzo per tangenti. Gui poi sarebbe stato assolto e Tanassi condannato nell’unico processo ai ministri svoltosi senza appello presso la Consulta, essendo stata in seguito riformata la Costituzione per trasferire questa competenza ad un apposito tribunale ordinario dei ministri, previa autorizzazione delle Camere di appartenenza, o del Senato in caso di ministri non parlamentari.

Nell’aula di Montecitorio affollata come un uovo, dove la tensione politica era ai massimi livelli per lo scontro in corso fra i due partiti protagonisti della maggioranza governativa di “solidarietà nazionale”, essendosi il Pci schierato sul fronte colpevolista, Moro sfidò letteralmente tutti, anche l’amico Ugo La Malfa, e non solo Berlinguer, un inedito Marco Pannella non garantista e l’ultrasinistra. Alla quale il presidente della Dc letteralmente gridò e promise, o minacciò, come da quella parte si disse: “Non ci lasceremo processare sulle piazze”. Che era la traduzione non solo del primato della politica ma anche della filosofia del bene prevalente sul male.

Ugo La Malfa uscì quel giorno dalla Camera interpretando il discorso di Moro come un tentativo tattico di alzare il prezzo, aumentando “la capacità contrattuale della Dc”, nel rapporto di tregua pur sempre competitiva con il Pci attorno al governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti. Ma quella volta fu proprio La Malfa a peccare di tatticismo, e mostrare di non avere imparato a conoscere bene Moro, del quale d’altronde sei anni prima l’allora segretario del Pri aveva impedito l’elezione al Quirinale, preferendogli Giovanni Leone.

Vi fu anche qualche balordo che, a tragedia di Moro consumata, dopo che i terroristi assassini avevano beffardamente lasciato il suo cadavere in un’auto posteggiata fra le sedi della Dc e del Pci, disse e scrisse che in fondo egli se l’era cercata, cioè meritata, quell’orrenda fine non valutando abbastanza il male che c’era nel Paese. Ma si trattava, appunto, di qualche balordo. Che –spero in cuor mio-abbia poi avuto il tempo e la voglia di pentirsi, perché continuo a ritenere, a conti fatti, che Moro in quell’editoriale del 20 gennaio 1977 avesse ragione. Così come resto convinto dei danni che può fare un’informazione accecata dalla faziosità, o da un protagonismo solo apparente, non rendendosi conto di muoversi in realtà a rimorchio di quelli che Piero Sansonetti ritiene giustamente i “poteri forti”, giudiziari e finanziari, interessati a creare vuoti per riempirli.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Le differenze fra l’Italia reale e quella percepita

E’ proprio vero che, storditi o accecati  dalla  percezione, abbiamo finito col perdere il suono o la vista della realtà. Lo dimostra la semplice, disarmante lettura dei dati del Ministero dell’Interno sull’andamento della criminalità negli ultimi venticinque anni. Ce lo ha meritoriamente proposto sul Dubbio il direttore Piero Sansonetti nel primo numero di questo 2018.

            L’Italia in preda totale e incontrollata alla criminalità, organizzata o comune che sia, si dissolve  nella riduzione degli omicidi dai 2000 del 1991 ai poco più dei 300 dell’anno scorso, e ancor più nel quasi dimezzamento dell’impunità, scesa dal 73 al 40 per cento, intesa come mancata soluzione delle indagini e dei processi. Rapine e furti in casa hanno subìto una riduzione del 10 per cento.

            Gli immigrati, dietro ai quali una certa opinione di destra e da qualche tempo anche di sinistra immagina la maggior parte degli assassini, dei rapinatori, dei ladri e degli stupratori, hanno rispetto alla popolazione italiana  una incidenza minore di molti altri paesi di cui condividiamo confini d’acqua, o confini di terra precari.

            Il tasso di corruzione è un altro dato che si dissolve, o quasi, nel confronto fra i dati reali, ricavabili dalle denunce e dalle iniziative giudiziarie, e la percezione diffusa con le classifiche di Transparency. Che sono fatte di sondaggi in cui si chiede a chi viene ascoltato se abbia mai  abbia avuto notizia o sentore di corruzione. Si fa presto così a scendere o far scendere un paese all’inferno, come avviene da anni con l’Italia. E con l’effetto di fare rassegnare fasce sempre più larghe di opinione pubblica all’idea di una emergenza continua, affrontabile solo col sacrificio delle garanzie, a vantaggio dei confini e dell’azione dell’ordine giudiziario, anzi del potere giudiziario: un potere vero e proprio, rappresentato anche fisicamente da chi, magistrato in carriera, frequenta i salotti televisivi e sentenzia che gli assolti nei processi sono più semplicemente sfuggiti alla condanna che probabilmente –se non sicuramente- meritavano.

            E’ nata così all’ombra della Tangentopoli scoperta o esplosa nel 1992, con l’arresto di Mario Chiesa a Milano in flagranza di corruzione nel suo ufficio di presidente del Pio Albergo Trivulzio, ed è cresciuta via via la Repubblica giudiziaria, o delle Procure, al posto di quella parlamentare voluta nella Costituzione entrata in vigore 70 anni fa. E di cui sono passate non le riforme più o meno organiche tentate nel 2005 e nel 2016, rispettivamente, dal centrodestra e dal centrosinistra, ma solo modifiche parzialissime, funzionali al ribaltamento dei rapporti voluti dai costituenti fra la politica e la magistratura, cioè fra la democrazia e le procure.

            Mi riferisco, in particolare, alle modifiche apportate agli articoli 68 e 79 della Costituzione, rispettivamente nel 1993 e nel 1992, per tagliare la polpa delle immunità parlamentari e per togliere di fatto al Parlamento il diritto a disporre dell’amnistia e dell’indulto. Che da 25 anni sono possibili solo con “legge deliberata a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, in ogni suo articolo e nella votazione finale”, testualmente. Cioè, in condizioni praticamente impossibili, come hanno dimostrato i fatti. E con l’effetto di fare praticare l’amnistia negli uffici giudiziari, dove l’azione penale è obbligatoria, come prescrive la Costituzione, ma la prescrizione è a portata di mani e di piedi.

Le mani e i piedi degli operatori di prescrizioni non appartengono solo agli astuti difensori d’imputati ma anche ai magistrati, specie se si considera il fatto che gran parte del tempo necessario a dissolvere i reati nell’acido della non procedibilità trascorre al coperto, in segreto, per ritardi o omissioni, senza neppure arrivare ai processi. Lo denunciava spesso, inascoltato, il compianto Marco Pannella parlando di un’amnistia che egli chiamava “di casta”.

Il sobrio ma anche frainteso benvenuto di Mattarella all’anno nuovo

            Il 2018 non aveva ancora appoggiato il cappotto sul primo divano libero di casa nostra, portato dai botti di Capodanno, e già si era aperta la gara a chi la sparava più grossa commentando i sobri dieci minuti e cinque secondi impiegati al Quirinale dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella per accomiatarci tutti insieme dal 2017. Che, nonostante tutto, ci ha pur lasciato i segni di una ripresa economica e ha spinto i diciottenni sulla strada non delle trincee di una guerra, come cento anni fa, ma di un altro turno di libere elezioni politiche: quelle appena fissate per il 4 marzo prossimo.

            Delle parole di Mattarella sono particolarmente piaciute al suo vice, che di fatto è il presidente del Senato Pietro Grasso, peraltro siciliano come lui, quelle che hanno esortato tutti, compresi naturalmente i politici, a non cadere nella trappola di “un eterno presente”, che “ignora il passato e oscura l’avvenire”, ha insistito nel suo commento la seconda carica dello Stato.

            Eppure sul piano politico se c’è uno che ha mostrato, volente o nolente, di cadere in questa trappola è proprio Grasso. Che sull’onda di un presente fatto di polemiche, di risentimenti, di rese di conti e quant’altro è sbottato contro il partito che pure lo aveva portato in liste rigorosamente bloccate al Senato per insediarlo anche al vertice. E si è unito a scoppio ritardato alla sua scissione, accettando con groppo alla gola impietosamente imitato da Maurizio Crozza  la guida dei “liberi e uguali”. Il cui primo obiettivo, al netto di  tutte le cortine fumogene dei programmi enfaticamente annunciati o promessi per recuperare astensionisti e simili,  è quello di fargliela pagare cara a un Pd rivelatosi incapace di liberarsi del segretario Matteo Renzi.

           Il problema pertanto è  di togliere o precludere all’ex partito di Grasso  nelle urne fra due mesi il maggior numero possibile di voti, comunque quanto basta per farlo sorpassare dai grillini o coronare il sogno di rivincita di Silvio Berlusconi:  sì, proprio lui, l’ex presidente del Consiglio che con una votazione innovativamente palese consentita dallo stesso Grasso, e con l’applicazione retroattiva di una legge contestata a livello europeo, e non solo davanti alla Corte Costituzionale italiana, fu fatto decadere con ignominia dal Senato nell’autunno del 2013.

              

Il consiglio (inutile) di fine anno a Bersani da Scalfari

             Eugenio Scalfari deve avere letto attentamente  l’intervista di fine anno di Pier Luigi Bersani alla sua Repubblica di carta. E gradito assai poco non solo il contenuto, da cui ha pubblicamente dissentito nel suo appuntamento domenicale con i lettori, ma anche il contesto un po’ filogrillino in cui il giornale da lui fondato nell’ormai lontano 1976 ha voluto pubblicarlo. Per Scalfari invece i grillini continuano ad essere, anche dopo le svolte sbandierate o attribuite al candidato a Palazzo Chigi Luigi Di Maio, “il peggio del peggio”: a tal punto da fargli ribadire la preferenza per Silvio Berlusconi già espressa di recente in televisione procurandosi le rampogne dell’editore senior Carlo De Benedetti e il malumore di mezza redazione, e forse anche più, del giornale diretto ora da Mario Calabresi.

            Quanto è stato scortese De Benedetti con lui, dandogli del vanitoso e incolpandolo di “nuocere” al quotidiano cui adesso presta solo una collaborazione molto ben retribuita, comprensiva del suo nome sotto la testata come fondatore, tanto Scalfari ha voluto essere dichiaratamente “gentile” con Bersani, parlando comunque al passato della loro amicizia e frequentazione. Un passato grazie al quale, anziché mandarlo grillinamente a quel paese, o ignorarne l’esistenza, come ha fatto senza mai citare Massimo D’Alema, lo ha invitato a una telefonata e anche a un sorso di vino, per quanto il diabete glielo sconsigli, o impedisca. E per quanto Bersani sia ormai passato alla cronaca politica per un amante della birra, con tutte quelle fotografie che gli hanno fatto sconsolatamente solo al tavolino di un bar con un boccale a portata di mano.

            Nella certezza di non essere chiamato, Scalfari ha voluto tuttavia dare pubblicamente un consiglio all’ex segretario del Pd “regista” dell’operazione Liberi e uguali con Pietro Grasso. Di cui il fondatore di Repubblica ha inutilmente atteso le dimissioni da presidente del Senato dopo avere seguito Bersani in un’avventura elettorale di opposizione destinata, secondo i sondaggi, a non raccogliere più  del 7 per cento dei voti.

            Il consiglio di Scalfari al “regista” di Grasso è di non perdere altro tempo e di non fare ulteriori danni dopo le elezioni del 4 marzo 2018 inseguendo i grillini. Gli converrebbe invece “rientrare” rapidamente nel Pd, senza fare troppe domande o porre troppe condizioni, e consentire così alla sinistra, e ai centristi che hanno deciso di apparentarsi a Matteo Renzi, di avere in Parlamento più seggi del centrodestra e dei grillini, da soli o insieme.

Bersani vuota il sacco su Prodi, Grasso, Grillo e persino Mattarella….

                L’ultima parola sul 2017 e, più in generale, sulla legislatura appena archiviata ha voluto prendersela l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani  rivelando alla sua maniera, fra il serio e il faceto, alcuni misteri. E riproponendo il progetto che gli costò nel 2013 il lasciapassare per Palazzo Chigi e la segreteria del partito: l’intesa di governo con i grillini. Dalle cui sponde, più alte di allora rispetto al nuovo partito di Bersani oscillante nei sondaggi ben sotto il 10 per cento dei voti, gli è arrivata una certa apertura con un’intervista di Luigi Di Maio a Die Welt. Che il quotidiano Repubblica ha tradotto in italiano e astutamente pubblicato nello stesso giorno di quella appositamente chiesta –credo- all’ex segretario del Pd per dare corpo proprio al progetto di un’intesa governativa fra i grillini smaniosi di svolte e i liberi e uguali affidati dallo stesso Bersani e compagni alla guida formale di Pietro Grasso.

             “La destra  è il nostro principale avversario”, ha detto il candidato pentastellato a Palazzo Chigi escludendo così l’ipotesi di un’intesa con i leghisti di Matteo Salvini, restringendo alla sinistra antirenziana il campo di ricerca di un accordo e citando come quadro di riferimento del suo movimento ciò che è accaduto recentemente nel “sobborgo romano di Ostia”. Dove la partita elettorale del municipio si è giocata fra i grillini, che hanno vinto, e la candidata del centrodestra. Musica, credo, per le orecchie di Bersani. La cui intervista a Repubblica tuttavia s’impone all’attenzione di chi segue la politica, e cerca di raccontarla al pubblico, anche per il velo che l’ex segretario del Pd, vuotando il sacco, ha voluto alzare sui passaggi più controversi  delle prime e delle ultime settimane della diciassettesima legislatura.

               Appartiene alle prime settimane la bocciatura della candidatura di Romano Prodi al Quirinale, gestita personalmente proprio da Bersani dopo il naufragio, da lui neppure ricordato a Repubblica, di quella del presidente del partito Franco Marini, come se fosse stata un’operazione solo di facciata, scontata nel suo esito negativo. Invece la bocciatura di Prodi –ha raccontato l’ex segretario del Pd- fu davvero una sorpresa. E “smontò la possibilità” di un “governo di cambiamento”, e di minoranza, appeso agli umori dei grillini.

            Prodi, quindi, fu messo in pista da Bersani nella corsa al Quirinale in funzione di quel progetto, visto che il presidente uscente Giorgio Napolitano l’aveva bloccato. Ebbene, stando così le cose, dopo che già si erano levate moltissime voci nel Pd contro l’ostinazione di Bersani nell’inseguimento dei grillini, c’è solo da stupirsi che lo stesso Bersani continui a contare come 101 i “franchi tiratori” del suo partito di allora, che nel segreto delle urne di Montecitorio rifiutarono il loro voto a Prodi. Il quale non a caso, e più sinceramente o consapevolmente, come preferite, ha detto di ritenere ch’essi fossero stati ben più numerosi, forse anche più di 150, essendogli venuti appoggi segreti da altre direzioni.

            Appartiene invece alle ultime settimane della diciassettesima legislatura la convinzione espressa da Bersani che il presidente del Senato Pietro Grasso non abbia per niente né sorpreso né infastidito il presidente della Repubblica Sergio Mattarella abbandonando il Pd e accettando la proposta dello stesso Bersani e compagni di intestarsi le liste antirenziane di Liberi e uguali. Vi sarebbero state, al contrario, una consultazione e condivisione fra le due più alte cariche dello Stato.

            Ciò sottintende una cosa che Bersani non ha voluto aggiungere, né come notizia né come auspicio, ma che aleggia sulla sua rappresentazione dei fatti. E’ la possibilità, o speranza, di contare  sull’aiuto e quant’altro di Mattarella, diversamente da quanto accadde con Napolitano nel 2013, di fronte ad un accordo di governo fra grillini, grassiani e altri che volessero starci per garantire la fiducia parlamentare a Di Maio. O a chi dovesse a sorpresa prenderne il posto su designazione o col consenso di Beppe Grillo, che è pur sempre il “garante” del Movimento 5 Stelle.

            Sbaglierò, ma ho il sospetto che la ricostruzione bersaniana dell’operazione Grasso -potenziale capo supplente dello Stato, non dimentichiamolo- abbia mandato di traverso a Sergio Mattarella la preparazione del suo messaggio televisivo di Capodanno.

 

La lunga volata finale di una lunghissima corsa elettorale

            Per quanto mitigata, bontà loro, dall’aggettivo “formale” che l’ha preceduta o seguita, fa un po’ ridere l’apertura della campagna elettorale annunciata dai giornali nel momento in cui il presidente della Repubblica ha sciolto le Camere, per fortuna non nell’acido di rito ormai un po’ mafioso in cui Marco Travaglio avrebbe voluto scrivendone sul suo Fatto Quotidiano.

            In realtà la campagna elettorale per il rinnovo delle Camere elette il 25 febbraio 2013 è in corso almeno dalla sera del 4 dicembre dell’anno scorso, quando risultò bocciata con lo scarto referendario di una ventina di punti la riforma costituzionale targata Renzi.

            Da quel momento tutti –singoli e partiti, grandi e piccoli- si sono mossi solo in funzione dei vantaggi che hanno ritenuto di poter trarre dalle successive elezioni politiche, o dei danni che hanno pensato di potere procurare agli avversari.

            Anche la scissione del Pd, qualche mese dopo, fu studiata e consumata da Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e compagni solo pensando a quanti voti essi avrebbero potuto sottrarre nelle elezioni politiche, anticipate o ordinarie che fossero, a un Matteo Renzi ostinatamente rimasto al vertice del partito anche dopo la sconfitta referendaria, ritirandosi solo dalla guida del governo. Dove peraltro egli aveva chiesto e ottenuto dal presidente della Repubblica di essere sostituito dall’amico Paolo Gentiloni. Di cui il segretario del Pd ha poi tanto apprezzato  lealtà e altre doti, pur nei passaggi in cui Gentiloni non ne ha seguito indicazioni o desideri, come nel caso del rinnovo del mandato di Ignazio Visco al vertice della Banca d’Italia, da averne lasciato porre la candidatura a Palazzo Chigi anche nella nuova legislatura.

            La cosa più importante per Renzi è che dopo le elezioni  sia ancora un uomo del Pd a guidare il governo: lui stesso o Gentiloni poco importa, o importa meno di quanto l’ex presidente del Consiglio avesse ritenuto o lasciato ritenere qualche mese fa.

            Gli schieramenti formatisi l’anno scorso attorno alla riforma costituzionale si sono cristallizzati, con qualche ulteriore vantaggio per il fronte del no, perché lungo la strada hanno finito per scaricare Renzi e il suo partito anche alcuni che a sinistra votarono quella riforma. Ne cito uno fra tutti: Giuliano Pisapia. Non parlo poi del presidente del Senato Pietro Grasso. Che, dopo essersi unito ai dissidenti votando no al referendum, ha accettato di fare mettere il proprio nome al polso, come un neonato, delle liste elettorali antirenziane di Liberi e uguali,  tradotti ormai nell’acronino Leu.

Ma “uguali a chi?”, ha sarcasticamente fatto chiedere Giannelli, in una gustosa vignetta sul Corriere della Sera, da Sergio Mattarella allo stesso Grasso e alla presidente della Camera Laura Boldrini, anch’essa della compagnia elettorale antirenziana, accomiatandoli al Quirinale dopo averne sciolto le assemblee.

            Più che cominciata, sia pure formalmente, la corsa elettorale per la diciottesima legislatura, col decreto presidenziale di chiusura della diciassettesima è cominciata la volata finale. Che sarà lunga sessanta giorni, come lunga di 480 giorni finirà per risultare la corsa o campagna elettorale nel suo complesso. E’ una lunghezza da ammazzare, francamente, qualsiasi corridore. Ma la politica almeno in questo sa fare miracoli. Anche qualche broccolo riuscirà a tagliare il traguardo arrivando nelle nuove Camere per il rotto della cuffia. O della legge elettorale – il cosiddetto Rosatellum- che all’ultimo momento ha sostituito le due uscite –una per Montecitorio e l’altra per Palazzo Madama- dalla sartoria della Corte Costituzionale, dove si lavora curiosamente più di forbice che di ago e filo.   

Dalle frustate di Napolitano alla valeriana di Mattarella

            Ancor prima che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella le staccasse la spina col decreto di scioglimento per fine mandato, firmato rispettando tutte le procedure del caso nel palazzo del Quirinale e offrendo metaforicamente valeriana un po’ a tutti, sulla prima pagina del Corriere della Sera è stata pubblicata qualche giorno fa come foto emblematica della diciassettesima legislatura, cominciata nel 2013 con le frustate di Giorgio Napolitano ai refrattari alle larghe intese, quella del gelido passaggio delle consegne a Palazzo Chigi, il 22 febbraio del 2014, fra Enrico Letta e Matteo Renzi.

            In quella foto, a guardarla ancora oggi, si trovano espresse in tutta la loro evidenza la delusione del presidente del Consiglio uscente e la smania del subentrante, che per poco non si era lasciata scappare dalle mani la campanella d’argento delle sedute di governo consegnatagli svogliatamente da chi l’aveva usata per meno di una decina di mesi soltanto.

            La delusione e l’amarezza di Enrico Letta, incoraggiato digitalmente da Renzi in persona solo qualche settimana prima a “stare sereno” nella sua postazione di Palazzo Chigi, lasciando al segretario del suo partito, fresco di arrivo al Nazareno, il compito di rianimarne la maggioranza, erano destinate a crescere ancora. Sino a quando l’ex presidente del Consiglio, ormai convertito alle nuove mansioni di professore a Parigi, non apprese dai giornali il giudizio liquidatorio espresso su di lui, ancora presidente del Consiglio, da Renzi in persona al telefono con un amico generale della Guardia di Finanza: incapace di governare. E senza avere ancora l’età per potere aspirare al Quirinale, dove invece Renzi lo avrebbe visto bene nel momento in cui Giorgio Napolitano, confermato in primavera, si fosse stancato del suo secondo mandato dimettendosi: cosa che avvenne a gennaio del 2015, quando però il presidente del Consiglio aveva altri, anzi altro, per la testa sul colle più alto di Roma.

            Non meno emblematica della diciassettesima legislatura appena archiviata dal capo dello Stato è tuttavia la foto di quel meno baldanzoso arrivo di Matteo Renzi in una sala di Palazzo Chigi, con la moglie Arnese, la sera del 5 dicembre 2016 per annunciare, anzi per confermare le dimissioni da presidente del Consiglio dopo la cocente sconfitta subita nel referendum sulla sua riforma costituzionale. Cocente sia per le dimensioni –circa 20 punti di scarto- sia per la posta altissima che lui stesso aveva messo sul piatto: la prosecuzione o meno del suo impegno politico, e non solo di capo del governo.

            Poi, resistendo alle pressioni di Mattarella di proseguire lo stesso entrambi i lavori, Renzi ripiegò solo sul ritiro da Palazzo Chigi, contando però di tornarvi presto, magari solo dopo qualche mese, con un passaggio anticipato di elezioni. Che invece il capo dello Stato gli negò, dietro le quinte anche con le brutte, obbligandolo ad aspettare la scadenza ordinaria della legislatura. Alla quale però Renzi, confermato alla segreteria del Pd al prezzo di una scissione a sinistra consumata da Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e compagni, è arrivato con progetti, propositi e quant’altro più modesti.

            In particolare, proprio mentre il suo successore a Palazzo Chigi, Paolo Gentiloni, da lui stesso sponsorizzato a quel posto, si accingeva alla sua conferenza stampa di fine anno e fine legislatura, Renzi ha detto –o confermato- in una intervista alla Stampa di “sperare” che dopo le elezioni a guidare il governo “vada un uomo del Pd”. Che può ben essere interpretata come la speranza di lasciare l’amico Gentiloni dov’è, anche se andare letteralmente non significare restare.

            Un’altra foto emblematica della legislatura appena finita potrebbe essere quella della manifestazione di protesta promossa il 28 novembre 2013 da Silvio Berlusconi sotto casa sua, a Roma, appena dopo che  a scrutinio innovativamente palese il Senato lo aveva fatto decadere da parlamentare applicando in modo retroattivo la cosiddetta legge Severino per la sua condanna definitiva per frode fiscale, comminatagli in agosto da una sezione feriale della Cassazione.

            Quei due verdetti, giudiziario e parlamentare, hanno contribuito a fare di Berlusconi un martire tale da farlo partire nella campagna elettorale per il rinnovo delle Camere, per quanto ancora incandidabile, col vento sulle vele del suo partito e della sua coalizione di centrodestra, pur attraversata da tensioni, contrasti o “capricci”, come lui chiama paternalisticamente quelli del segretario leghista Matteo Salvini. Ed è sempre Berlusconi  ad essersi potuto proporre come l’antagonista principale di Beppe Grillo, neppure lui però candidato personalmente alle elezioni.

            E’ curiosa davvero l’Italia. E sarà probabilmente, dopo il voto appena fissato dal governo per il 4 marzo del 2018, ancora più curiosa di quella uscita delle urne del 24 e 25 febbraio 2013.    

             

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