Repubblica scarica De Benedetti nel processo mediatico con Renzi

            Per eterogenesi dei fini, contrappasso o come altro volete chiamarlo, Carlo De Benedetti sta sperimentando sulla propria pelle la pratica del giustizialismo che da “editore a lungo” di Repubblica, come lo ha definito un editoriale anonimo del suo stesso ormai ex giornale, ha permesso o condiviso, come preferite.

            Il rapporto fra De Benedetti e Repubblica, già logorato da qualche incidente, come quello occorso all’allora editore quando fu costretto dalla redazione a rinunciare a un affare finanziario concordato col nemico di sempre Silvio Berlusconi, o quello della nomina di Mario Calabresi a direttore, che per poco non compromise la collaborazione col fondatore Eugenio Scalfari, si è rotto per le operazioni in Borsa di tre anni fa sulle banche popolari.

            Quelle operazioni fruttarono all’ingegnere 600 mila euro di utili  su 5 milioni investiti col sospetto, giunto sino alla Procura di Roma, di avere potuto fornire al suo operatore di borsa informazioni privilegiate, e quindi illecite, ottenute dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi. Col quale De Benedetti si  vantò poi nel 2016, ascoltato dalla Consob, di avere l’abitudine di fare spesso colazione di prima mattina, riservando invece ai suoi potenti ministri dell’Economia Pier Carlo Padoan e delle riforme Maria Elena Boschi inviti domestici a cena. “Quello lì- disse l’ingegnere alla Consob- si chiama governo, ma non è un governo. Sono quattro persone, ecco”. La quarta persona, dopo Renzi, Padoan e la Boschi, era forse l’allora sottosegretario a Palazzo Chigi e ora ministro dello Sport Luca Lotti, finito poi col padre di Renzi e altri nelle indagini romane appena prorogate per l’ingarbugliatissima vicenda della Consip.

            Nonostante l’archiviazione chiesta ben un anno e mezzo fa con carte trasmesse col vincolo della segretezza dalla Procura di Roma alla commissione parlamentare d’inchiesta, ma finite anche in qualche redazione giornalistica per responsabilità da accertare, l’incartamento degli inquirenti si è tradotto nel solito, sommario processo mediatico. Dove gli stessi imputati hanno identità incerte. L’indagato vero è stato ed è l’operatore di borsa incaricato da De Benedetti di acquistare e poi vendere proficuamente le azioni delle banche popolari sottoposte a riforma con la procedura d’urgenza del decreto legge, ma il processo mediatico ha investito soprattutto l’ingegnere e l’allora presidente del Consiglio Renzi. Che adesso è “solo” segretario del Pd, e tra i protagonisti di una campagna elettorale forse ancora più rischiosa, per lui, di  quella referendaria del 2016 perduta sulla riforma costituzionale.

            Di argomenti a difesa di De Benedetti e di Renzi, per quanto imputati impropri sul piano delle regole giudiziarie, ce ne sarebbero. Ed anche di buoni, come si ha il diritto di presumere dalla richiesta di archiviazione. Ma nel tribunale popolare, diciamo così, di Repubblica hanno deciso di farne lo stesso uso di un signore passato infaustamente alla storia col nome di Ponzio Pilato. E così l’estensore dell’articoletto di fondo solennemente intitolato “Indipendenza e libertà al servizio dei lettori” ha tenuto solo ad assicurare il suo pubblico che “prese di posizione, campagne di stampa, scelte editoriali ed errori li abbiamo fatti da soli”, non al servizio degli interessi dell’allora editore, E neppure delle sue frequentazioni conviviali di prima e tarda mattina o di sera. E neppure dei suoi giudizi, liquidatori o meno, dei governi succedutisi nella storia della Repubblica, quella vera e non di carta, e incorsi di volta in volta nelle valutazioni “libere” e autonome dei direttori, editorialisti, redattori e collaboratori del giornale.

             Non si venga quindi a sospettare –sembra di poter leggere fra le righe dell’avviso ai naviganti appena pubblicato su Repubblica– che le aperture, per esempio, di Scalfari al fu  governo Renzi e a Renzi personalmente, pur tra ramanzine e consigli, fossero dipese dagli interessi, dalle frequentazioni e dagli umori mutevoli dell’allora editore. Mutevoli, perché è abbastanza recente l’accusa rivolta da De Benedetti a Scalfari, in una intervista al Corriere della Sera, di “nuocere” al giornale continuando a sostenere Renzi e dichiarando di preferire ai grillini persino Berlusconi.

           

Le domande scomode su Renzi, De Benedetti, banche popolari e giudici

            Siamo proprio sicuri che l’aspetto più sconcertante, più dubbio, diciamo pure più scandaloso dell’affare De Benedetti esploso in questi giorni sui giornali, di destra e di sinistra, sia quello dei 600 mila euro guadagnati dall’editore di Repubblica nel gennaio 2015? Quando  investì 5 milioni sulle banche popolari alla vigilia di una riforma di cui egli aveva avuto conferma dal presidente del Consiglio Matteo Renzi, peraltro dopo averne parlato anche in Banca d’Italia. Furono  cinque milioni investiti su quelle banche rispetto ai 600 milioni mossi dallo stesso De Benedetti in borsa in quel periodo, per cui egli si sarebbe tanto fidato delle notizie apprese tra via Nazionale e Palazzo Chigi da avere scommesso il meno possibile. Mah, sarò ingenuo ma non mi sembra che sia questo lo “scandalo” gridato in sintonia dalla destra, dalla sinistra e dai grillini a meno di due mesi dalle elezioni del 4 marzo per sparare non tanto su De Benedetti quanto su Renzi, risparmiando la Banca d’Italia. Davanti alla cui sede, accessibile a De Benedetti, sembra essere vietato passare, anche sotto la pioggia, senza levarsi il cappello.

            La domanda e le osservazioni che ho posto all’inizio sono le stesse con cui hanno fatto i conti  negli uffici della Procura di Roma quando furono investiti, tre anni fa, dell’affare segnalato dalla Consob, con tanto di intercettazione della disposizione telefonicamente data da De Benedetti al suo operatore in borsa. E la risposta che si diedero i magistrati inquirenti fu una richiesta di archiviazione dell’indagine presentata al giudice competente: acronimo del giudice delle indagini preliminari.

            A quella domanda e a quelle osservazioni se ne aggiunsero forse altre sul rapporto fra il guadagno realizzato da De Benedetti giocando in borsa sulle banche popolari e quello, valutato dalla Consob, sui ricavi realizzati complessivamente in borsa sui movimenti relativi alle banche in procinto di essere riformate. Il rapporto era di 600 mila euro rispetto a 10 milioni: il 6 per cento. Sul rimanente 94 per cento di cosiddette plusvalenze realizzate dagli investitori interessati alle banche popolari –si chiesero forse alla Procura di Roma esaminando le carte della Consob- nulla da dire e da indagare? E da segnalare da parte dell’autorità di vigilanza sulle operazioni in Borsa?  

            Ma torniamo al problema iniziale di individuare l’aspetto davvero più curioso, anomalo, inquietante di tutta questa vicenda esplosa con la solita fuga di notizie: questa volta non dagli uffici di una procura ma da quelli di una commissione parlamentare d’inchiesta, al cui presidente gli inquirenti romani hanno chiesto di specificare  quanti abbiano avuto accesso alle carte giudiziarie spedite alla stessa commissione col vincolo della segretezza. Già, perché la richiesta di archiviazione delle indagini è ancora giacente negli uffici del giudice competente, senza risposta.

            Si è generalmente scritto in questi giorni che la richiesta di archiviazione risale a giugno, da molti frainteso per giugno scorso, del 2017. E già più di sei mesi avrebbero potuto, anzi dovuto provocare riflessioni sui tempi strani della giustizia. Ma dall’informatissimo e insospettabile Fatto Quotidiano di Marco Travaglio -impegnatissimo naturalmente a sparare proiettili per fortuna di carta contro quella che il Giornale della famiglia Berlusconi, facendogli in qualche modo da spalla, ha definito “la coppia di danari” De Benedetti e Renzi-  si è appena appreso che non si tratta del giugno scorso, ma del giugno 2016.

            Non mi pare proprio che tempi del genere –più di un anno e mezzo- siano accettabili. Vi è ora, peraltro, l’inconveniente che il giudice si trovi a decidere nel clima meno adatto ad una valutazione serena, sotto il fuoco di una campagna elettorale e mediatica che può distorcere agli occhi della opinione pubblica qualsiasi risultato, a favore o contro la sunnominata coppia di danari, per cui Renzi può sentirsi dare del graziato o del condannato ad un processo, che pure non potrebbe riguardarlo direttamente in tribunale, secondo i gusti e il metro non di un giudice, ma della piazza.

Il fuoco incrociato di destra, sinistra e grillini contro il solito toscano

            Uno vede la prima pagina del Giornale della famiglia Berlusconi, la paragona a quella del Fatto Quotidiano di Marco Travaglio sui 600 mila euro guadagnati tre anni fa da Carlo De Benedetti,  giocando in borsa sulle banche popolari grazie anche a informazioni assunte personalmente in Banca d’Italia prima e a Palazzo Chigi  poi, e si sente un po’ nei panni del tenente dell’ancora regio esercito italiano Alberto Innocenzi. Che sulle coste venete del 1943, inconsapevole dell’armistizio dell’8 settembre, e interpretato nel 1960 dal grandissino Alberto Sordi nel film “Tutti a casa”,  finisce sotto il fuoco dei tedeschi e ne ricava la convinzione che la Germania di Hitler si sia alleata improvvisamente con gli Stati Uniti.

            Il centrodestra una volta tanto davvero unito, senza i soliti sgambetti fra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, o fra lo stesso Salvini e il governatore uscente della Lombardia Roberto Maroni all’interno della Lega, i grillini e la sinistra dura e pura di Pietro Grasso, ormai sotto l’ala protettrice del giornale di Travaglio in funzione antirenziana, mitragliano il convoglio del Pd con le munizioni appunto di quei 600 milioni di euro guadagnati in borsa nel 2015 da Carlo De Benedetti grazie a informazioni attinte dall’allora presidente del Consiglio.

            In verità, come ho già accennato, l’editore di Repubblica aveva da poco  parlato quella volta delle banche popolari anche in Banca d’Italia con un dirigente di altissimo livello e di fiducia del governatore Ignazio Visco. Risulta dalla stessa telefonata di De Benedetti al suo operatore di borsa registrata dalla Guardia di Finanza e finita alla commissione parlamentare d’inchiesta sugli istituti di credito, tra le carte chieste alla  Procura di Roma e ottenute con i soliti vincoli di riservatezza.

            Ma del ruolo che potrebbe in teoria avere giocato nell’affare borsistico di De Benedetti la Banca d’Italia né al Fatto Quotidiano di Travaglio né al Giornale della famiglia Berlusconi interessa molto. Anzi, non interessa per niente, forse per il rispetto dovuto al sacrale istituto ex di emissione di via Nazionale, già difeso da entrambi i fronti di carta dall’”’imprudente assalto” -ricordate ?- condotto inutilmente dal Pd di Renzi addirittura nell’aula di Montecitorio con un documento accolto persino dal governo. Che, poi avrebbe ugualmente confermato Visco a governatore. Storie, o cronache, recentissime di ordinaria confusione politica.

              Adesso, a meno di due mesi dalle elezioni del 4 marzo, il problema principale per le opposizioni combinate di destra e di sinistra –di terra, di mare e di aria, fra le stelle di Grillo-  è di affondare Renzi e il suo partito. E in questa linea di fuoco va naturalmente affondata anche la Procura della Repubblica di Roma, che ha osato chiedere al giudice competente l’archiviazione dell’indagine condotta sul penultimo, terz’ultimo, non so, affare di De Benedetti. Ora la Procura ha protestato col presidente della commissione d’inchiesta parlamentare sulle banche contro la diffusione di atti coperti ancora dal segreto istruttorio, ma figuratevi se qualcuno si preoccuperà di questo problema, e delle indagini che potrebbero derivarne.

             Che cosa potrà uscire da una campagna elettorale condotta in questo modo sul fronte mediatico, con incroci a dir poco disinvolti di interessi, partiti e leader, o presunti tali, è facile immaginare: un Paese ancora più opaco e ingovernabile.

Il processo di Travaglio al segretario del Pd per Insider Renzing

             In quel pentolone che è la commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche  l’acqua continua evidentemente a bollire, anche dopo che, sciogliendo le Camere, il presidente della Repubblica ha spento il fuoco con dichiarato sollievo del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni nella conferenza stampa del 28 dicembre scorso.

            Proprio da quella commissione, che ha collezionato una quantità enorme di carte di varia provenienza, anche giudiziaria, è uscita una notizia che si ritrova su diversi giornali ma ha scatenato in modo particolare la curiosità, diciamo così, del Fatto Quotidiano e del suo infaticabile direttore Marco Travaglio. Ne è nato, sol solito fotomontaggio a tutta pagina, un nuovo processo a mezzo stampa contro l’altrettanto solito Matteo Renzi. Che in veste di presidente del Consiglio avrebbe anticipato nel gennaio del 2015 all’editore e finanziere Carlo De Benedetti il decreto legge di riforma delle banche popolari, consentendogli così di guadagnare in borsa seicentomila euro con disposizioni telefoniche intercettate dalla Guardia di Finanza.

            Il reato di questo processo mediatico in piena campagna elettorale sarebbe di Insider trading, come si chiama in inglese lo sfruttamento di notizie riservate per speculazioni finanziarie, tradotto politicamente nel titolo del suo  editoriale da Travaglio in  Insider Renzing con un’abilità professionale che sarebbe disonesto negargli.

            Ma l’abilità si ferma qui perché lo stesso Travaglio ha svelato la inconsistenza giudiziaria dell’affare sparato sulla prima pagina del suo giornale scrivendo della natura e del contenuto delle carte della commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche usate per montare il caso, nonostante il deposito di una richiesta di archiviazione delle indagini condotte in materia dagli organi preposti: la Consob e la Procura della Repubblica di Roma.

            Di queste indagini lo stesso Travaglio ha scritto che “non sono state fatte a dovere”, nonostante la fiducia ch’egli è solito riporre nella magistratura, per cui “la lista completa degli affaristi che beneficiarono di soffiate sottobanco per riempirsi le tasche resterà avvolta nella nebbia”. In mezzo alla quale, provvisto di un suo potentissimo radar, Travaglio ha deciso di correre col suo giornale a tutta velocità, convinto di uscirne senza danni, a parte quelli che naturalmente potrà provocare ai nemici  di turno. Che poi sono sempre i soliti, anche se scrivendo al plurale, a nome di tutti quelli che lavorano con lui, egli ha scritto, testualmente: “Abbiamo spesso criticato Renzi per le sue politiche, ma sempre pensato che fosse onesto”. Al passato, quindi, pur al netto delle cronache giudiziarie, per esempio, della Consip. Ora che del tutto casualmente è campagna elettorale, par di capire che anche dell’onestà del segretario del Pd si possa dubitare, sin forse a spingersi a sospettare che egli abbia soffiato qualcosa all’amico e –allora- ammiratore De Benedetti proprio per fargli guadagnare un bel po’ di soldi, e magari ottenerne contropartite.

I colpi bassi della partita fra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini

            Il solito toscanaccio Vauro Senesi  avrà ceduto ancora una volta a un po’ di volgarità con la sua matita, ma sarà ben difficile che i protagonisti del “giallo” lombardo – come lo hanno definito sulla prima pagina del Giornale della famiglia Berlusconi, dove certo non mancano informazioni di prima mano sulle vicende del centrodestra- riusciranno a dissipare la percezione della realtà  avvertita nella vignetta del Fatto Quotidiano. Dove l’annuncio del leghista  Roberto Maroni di rinunciare a ricandidarsi alla presidenza della regione lombarda per riprendere a fare politica a Roma, “a disposizione” –ha detto lui stesso- di chi ne dovesse avere bisogno, ha sorpreso, preoccupato, indispettito e chissà cos’altro il segretario della Lega Matteo Salvini, tanto da prendersela con i maroni, rigorosamente al minuscolo, di Silvio Berlusconi. Che ha dovuto affrettarsi a definire “impensabile” un ruolo di Maroni nel governo per dissipare il sospetto di volerlo addirittura candidare a Palazzo Chigi nel caso di un’ autosufficienza del centrodestra nelle Camere elette il 4 marzo.

            Vauro avrebbe potuto pure rovesciare le figure della sua vignetta, facendo strizzare da Berlusconi i maroni, sempre al minuscolo, di Salvini. Che si è autocandidato a Palazzo Chigi  persino nel simbolo della Lega che comparirà sulle schede elettorali del 4 marzo.

            Sono passati anni, anzi decenni e i problemi dei rapporti fra Berlusconi e la Lega sembrano tornati al 1994, quando un Bossi ancora in salute entrò in collisione con l’alleato di Arcore. E, sospettandolo di volergli spaccare il partito giocando su un rapporto preferenziale proprio con Maroni, allora ministro dell’Interno, ne rovesciò clamorosamente il governo.

            Rispetto però al 1994 sono mutati i  rapporti di forza fra i due maggiori partiti del centrodestra. E sono cambiate anche le condizioni di agibilità politica di Berlusconi. Che ha riconquistato la scena dopo un bel po’ di peripezie, fra le quali la perdita di quasi metà  del  proprio elettorato, ma è incandidabile per una condanna definitiva che gli preclude personalmente il ritorno nel Parlamento, e dintorni governativi, nel turno elettorale di marzo. Egli potrebbe poi tornarvi lo stesso, se la giustizia europea dovesse dargli ragione dopo il 4 marzo, grazie alla nuova  legge elettorale che ha reintrodotto i cosiddetti turni suppletivi, per sostituire senatori o deputati eletti nei collegi uninominali con la quota maggioritaria ma poi dimissionari o morti. E figuriamoci se fra i parlamentari di Forza Italia Berlusconi non troverà qualcuno disposto, al bisogno, non dico a morire, per carità, ma ad accettare altre destinazioni d’uso, a dimettersi e a dargli il modo di subentrargli candidandosi all’elezione  appunto suppletiva.

            Ma all’avvio della legislatura, e sempre che –ripeto- il centrodestra riuscisse a fare bingo con la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, non solo con quella relativa dei voti, Berlusconi nella coalizione dovrebbe passare la palla, piuttosto che tirare in porta. E Maroni sembrava, rinunciando a ricandidarsi alla regione, sembrava  pronto a raccogliere il passaggio. Che però Berlusconi ha escluso di fronte al fuoco che ha visto divampare nella Lega. Al cui segretario non deve essere comprensibilmente piaciuto il perfido umorismo di quella reazione del suo collega di partito alla domanda di un giornalista curioso di sapere se mai avesse ricevuto da Berlusconi la promessa di Palazzo Chigi: “No. Forse lo ha pensato, ma non lo ha detto”, ha  risposto il governatore lombardo.

            Ora, svanito Palazzo Chigi con la secchiata d’acqua lanciata da Berlusconi sul fuoco, Maroni potrà a suo modo godersi i problemi che ha procurato a Salvini nella ricerca del candidato alla presidenza della regione lombarda nelle elezioni di marzo abbinate a quelle politiche. Il presidente di Forza Italia  non è per niente convinto infatti della soluzione anticipata dal segretario leghista indicando per il Pirellone di Milano l’ex sindaco di Varese Attilio Fontana.

L’identità radicale curiosamente negata a Emma Bonino

Non ho la competenza o il requisito della militanza per contestare il perentorio invito  dell’amico carissimo Walter Vecellio a non confondere con la posizione del partito radicale quella di Emma Bonino. Che non solo ha deciso di candidarsi al Parlamento, anziché restarsene fuori, ma ha accettato la compagnia anomala, diciamo così, di un democristiano di lungo corso come Bruno Tabacci pur di fare a meno della raccolta delle 25 mila firme in pochi giorni richiesta dalla nuova legge elettorale ad una lista come la sua, non rappresentata nelle Camere uscenti. Dove invece Tabacci ha una rappresentanza provvista di tutti i bolli e bollini necessari, con una delle tante insegne derivate dalla storia della Dc.

Convinto che il compianto Marco Pannella mai le avrebbe permesso questo passaggio della sua intensa attività politica, o lo avrebbe mai condiviso, Vecellio si è forse riconosciuto nella distinzione che fra Emma Bonino e Pannella ha fatto nel suo lungo intervento domenicale su Repubblica Eugenio Scalfari. Che avendo da giovane partecipato, ben prima della fondazione del giornale su cui scrive, alla gestazione del partito radicale, una sua competenza la rivendica nel ricostruirne la storia e nel valutarne i protagonisti.

Segnate le differenze fra l’intransigenza personale e politica di Pannella e il pragmatismo della Bonino, di cui ha apprezzato le prove date nei ruoli governativi e istituzionali che le è capitato di svolgere, Scalfari ha optato per lei, iscrivendola peraltro di ufficio alla tradizione rosselliana di Giustizia e Libertà.  E ne ha condiviso anche l’intesa con Tabacci assegnandole con certezza lo sbocco che ne’ l’una né l’altro, in verità, hanno ancora definito: l’apparentamento della loro lista +Europa col Pd. Che è poi lo sbocco immaginato -credo- anche da Vecellio, proprio per questo però ancora più convinto che la Bonino non debba essere confusa col partito radicale e, più in generale, con il lascito di Pannella: una confusione, quindi, la cui contestazione unisce e al tempo stesso contrappone Vecellio e Scalfari.

Eppure c’è qualcosa che non mi convince in questa necessità di tenere distinti la Bonino e Pannella che curiosamente accomuna con opposte finalità Vecellio e Scalfari. Al quale ultimo Giovanni Negri  sul Fatto Quotidiano ha contestato “la beatificazione” della Bonino perché finalmente diventata “la radicale di salotto” comoda ai poteri di turno. Il che sarebbe, per Negri, una volta morto Pannella, “una delle tante controprove che certifica la fine di una storia politica”: quella dei radicali, cui lo stesso Negri ha partecipato da posizioni anche di rilievo.

Pur consapevole, per carità, dei loro rapporti difficili, mai così difficili come negli ultimi tempi di Pannella, non riesco francamente a separare la storia politica di questa coppia politica del radicalismo vissuto come elettore, prima ancora che come amico di entrambi. I due sono stati molto più simili di quanto essi stessi potessero accorgersi di essere, o volessero ammettere. E come ora negano decisamente  i critici o gli avversari di Emma, inconsapevolmente partecipi di un’altra storia: quella ordinaria dei fratelli coltelli, comune un po’ a tutte le esperienze politiche.

Nel decretare la fine della storia radicale per via del presunto tradimento consumato dalla Bonino del leader storico del movimento, lo stesso Negri si è felicemente contraddetto ricordando così il vecchio appello di Pannella ai suoi apostoli laici: “insediatevi, moltiplicatevi, contaminate gli altri”. Persino Tabacci, cui Marco -a dispetto dei vignettisti scatenatisi contro la Bonino in questi giorni applicandole il cartello del ” Sale e Tabacci”- era più vicino di quanto pensasse per il suo noto, ostinato tabagismo. Anche la satira a volte si prende le sue rivincite.

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

E’ nato ad Arcore -e dove sennò?- il centrodestra quadrupede

              Smontato per scadenza liturgica e riposto negli scatoloni il presepe natalizio, è stato festosamente allestito nella villa berlusconiana di Arcore il presepe laico dell’edizione 2018 del centrodestra. Davanti al quale Il Foglio ha suonato la mattina dopo con la cornamusa del direttore Claudio Cerasa “l’inno alla gioia del Cav”, come è stata titolata una lunga e ottimistica intervista concessa nell’occasione da Silvio Berlusconi in persona.

            Il nuovo presepe rimarrà esposto almeno sino al 4 marzo, quando gli italiani andranno finalmente alle urne e potranno essere contati i voti raccolti dallo strano quadrupede deposto sulla paglia brianzola. Strano, perché le quattro gambe hanno ciascuna una dimensione diversa. Ce n’è una, peraltro la più sottile, che addirittura ha più piedi, quante ne sono le componenti raccoltesi all’ultimo momento, frutto della scomposizione e ricomposizione improvvisata di una nebulosa centrista –non l’unica però-  sopravvissuta alle bizzarrie e alle tempeste della diciassettesima legislatura. Le altre tre sono naturalmente quelle di Forza Italia, della Lega ex Nord e dei Fratelli d’Italia.

            Il 5 marzo si distribuiranno naturalmente i premi della lotteria elettorale. E ne vedremo delle belle, non so se maggiori o minori degli altri presepi allestiti a sinistra o nello spazio a cinque stelle sulla strada dell’elezione delle nuove Camere. Lungo la quale attraverseremo le stazioni del Carnevale e della Quaresima. Buon viaggio a tutti.

Le vite parallele di Donald Trump e Silvio Berlusconi

            Sono stati sicuramente in molti a pensare in Italia, ma anche altrove, a Silvio Berlusconi quando il presidente degli Stati Uniti d’America Donald Trump, meno anziano di lui di una decina d’anni, ha gridato in faccia alla “stampa bugiarda” di mentire spudoratamente quando gli dà o ne raccoglie l’immagine di “idiota”, sapendo benissimo che lui invece è “un genio molto stabile”. Riuscito a diventare da “ imprenditore di successo a presidente degli Stati Uniti d’America”. E questo peraltro senza perdere neppure un centesimo di dollaro dopo una campagna elettorale che deve essergli costata parecchio, ma guadagnandone ancora di più, alla faccia degli avversari, loro sì idioti, fuori e dentro i confini americani.

            Italiano al cubo, tanto da essere scambiato qualche volta per un razzista più che per un patriota, e in più direttore del Giornale della famiglia Berlusconi, fondato da Indro Montanelli nel lontano 1974 senza immaginare –credo- di poterlo perdere in meno di vent’anni, Alessandro Sallusti ha pensato pure lui al suo editore quando ha letto l’autocelebrazione di Trump. E lo ha scritto con sincerità e trasparenza tornando a rimproverare dopo più di 25 anni a Massimo D’Alema una profezia quanto meno avventata, e più volte smentita dall’interessato senza convincere evidentemente più di tanto Sallusti. Che gli ha nuovamente attribuito la qualifica di Berlusconi come di “un idiota che troveremo sui sagrati delle Chiese a chiedere l’elemosina”.

            Trump, favorito dalle dimensioni e dal sistema istituzionale del suo Paese, in qualche modo ha persino superato Berlusconi, che nella propria carriera politica si è dovuto fermare alla presidenza del Consiglio dei Ministri, perdendola e riconquistandola più volte. Il più stabile e corposo Quirinale gli è stato invece precluso. E Dio solo sa quanto gli sarebbe piaciuto insediarvisi, pur designandovi altri a parole.

Il Trump italiano ha avuto la sfortuna di trovare sulla sua strada, oltre ai soliti magistrati ossessionati dai suoi affari e dal suo stile di vita, un professore della Bocconi di nome Mario e di cognome Monti, da lui stesso promosso commissario europeo agli esordi di governo e accettato nel 2011 come successore a Palazzo Chigi, sino a concedergli la fiducia per l’insediamento. E a controfirmarne con piacere, da capo del governo ancora in carica, il decreto presidenziale di nomina a senatore a vita sottopostogli dall’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano.

            Ebbene, proprio Monti improvvisò poi per le elezioni politiche del 2013 un movimento politico dichiaratamente moderato o sobrio, che col suo 8 e più per cento dei voti impedì a un Berlusconi in sorprendente ripresa di sorpassare la coalizione di sinistra guidata dall’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani. E col mancato sorpasso mancò anche l’elezione parlamentare dell’ancòra Cavaliere a presidente della Repubblica, come si vantò Monti. Che, soddisfatto di tanta impresa, scaricò il proprio movimento, lasciandolo sciogliere come neve al sole, per godersi sino in fondo il laticlavio.

            So bene che la storia non si fa con i se. Ma lasciatemi esprimere la convinzione che, per quanti processi avesse sul groppone, un Berlusconi eletto nella primavera del 2013 presidente della Repubblica non sarebbe stato condannato in agosto in via definitiva dalla sezione feriale della Cassazione per frode fiscale: una condanna non a caso risparmiata ad altri in un processo analogo.

            Ma torniamo a Trump nella versione immaginaria di un Berlusconi più giovane, o meno anziano, esportato negli Stati Uniti d’America.  E allo sgomento che deve provare in questi giorni o in queste ore il povero Matteo Salvini, trumpista della prima ora in Italia, messosi in testa di sottrarre a Berlusconi la leadership della nuova edizione del centrodestra in allestimento per le elezioni del 4 marzo, forse con troppe gambe per poter poi camminare diritto.

Il falso scandalo della “democristiana” Emma Bonino

            Si fa presto a liquidare satiricamente il “matrimonio” elettorale fra le liste di Emma Bonino e di Bruno Tabacci  con vignette del tipo di quella di Vauro sul Fatto Quotidiano, che ha improvvisato l’apertura di una rivendita di Sali e Tabacci all’insegna anche del copricapo che l’esponente radicale indossa abitualmente, da quando la chemioterapia le ha fatto fare i conti col tumore. E già questo dovrebbe bastare e avanzare per attendersi qualcosa di diverso anche in una vignetta.

            Si fa presto pure a buttarla nell’ortodossia della militanza, ammonendo a non confondere Emma Bonino, Benedetto Della Vedova e Riccardo Magi per il partito radicale registrato all’anagrafe politica, come ha fatto sul Dubbio il mio amico Walter Vecellio. Il quale si è doluto alla fine  che la protagonista di tante battaglie radicali abbia scelto di “sopravvivere” praticamente democristiana con Tabacci. Ma, viste le già ricordate condizioni di salute dell’interessata, non sarebbe stato forse male se Walter si fosse fermato sulla soglia di quella infelice ironia.

            Se vi è una cosa –credo- incompatibile con la tradizione radicale lasciataci da Marco Pannella, questa è l’ortodossia. Dalla quale lo stesso Pannella si vantò una volta con me di “fottersene allegramente”, quando provai a contestargli amichevolmente l’alleanza stretta con un democristiano di tradizioni orgogliosamente conservatrici, allora, come Mario Segni. E ciò pur di fare uscire la Repubblica dal sistema elettorale proporzionale nel quale, e in funzione del quale, era stata concepita la Costituzione nel 1947, per portarla in quella che si è rivelata l’avventura del sistema maggioritario. Per giunta, tutto questo è stato fatto  usando la modifica sostanzialmente referendaria della vecchia legge elettorale, con la benedizione di una Corte Costituzionale che già Pannella a giorni alterni liquidava allora come una Cupola.

              Dobbiamo all’avventura –ripeto- del sistema maggioritario, neppure genuino peraltro, perché mescolato con quote di proporzionale, l’illusione data agli italiani per una ventina d’anni di andare alle urne per eleggere contemporaneamente il Parlamento e il governo, nella persona del candidato ufficiale a presidente del Consiglio, rimasto però appeso alla nomina da parte del presidente della Repubblica, come imposto dalla Costituzione.

            L’effetto di questa illusione, contraddetta da un bel po’ di governi succedutisi nel ventennio abbondante della cosiddetta seconda Repubblica  sotto la guida, in ordine rigorosamente cronologico, di Lamberto Dini, Massimo D’Alema, Giuliano Amato, Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, nessuno dei quali proposto agli elettori in quella veste,  è stata la personalizzazione della politica. Che è riuscita a fare il miracolo della rivalutazione dei vecchi partiti, nel frattempo morti e sepolti, ma riesumati di tanto in tanto in qualche vignetta per mettere alla berlina l’avversario o l’antipatico di turno, al maschile o al femminile.

L’aristocratico e urticante commiato di Antonio Martino dal Parlamento

            Solo un liberale aristocratico come Antonio Martino, già ministro degli Esteri e della Difesa nei governi di Silvio Berlusconi, e figlio di Gaetano, ministro degli Esteri nei governi di Mario Scelba e di Antonio Segni, cofirmatario in quella veste dei trattati europei firmati in Campidoglio nel 1957, poteva permettersi il gusto e il lusso di raccontarlo. Gli è capitato, fra l’altro, di rifiutare la segreteria generale della Nato, come aveva già fatto a suo tempo il padre, per non perdere il tempo con la consuetudine di trattenere  a pranzo ”due volte alla settimana” gli ambasciatori dei paesi partecipi dell’alleanza. Lui, poi, che dopo pranzo ha l’abitudine, rispettata anche nei soggiorni americani, di un buon riposo rigorosamente in pigiama.

            Solo un uomo della cultura e delle esperienze cattedratiche di Antonio Martino, 75 anni compiuti da poco, poteva permettersi il lusso di comunicare personalmente a Berlusconi in questa convulsa stagione di preparazione delle liste elettorali di considerare chiusa anche la sua esperienza parlamentare perché sfinito dallo spettacolo del “votificio” di Montecitorio. Ma soprattutto dal livello sempre più basso della preparazione dei suoi, a quel punto, indegni colleghi. Che votano il più delle volte senza sapere nulla di ciò di cui si stanno occupando.

            Solo un uomo dell’arguzia, dell’ironia e del prestigio come Antonio Martino, anche se di questo non ha voluto vantarsi nell’intervista di commiato dal Parlamento rilasciata il 4 gennaio ai quotidiani del gruppo Riffeser-Monti, poteva permettersi otto anni fa di scrivere all’allora presidente del Consiglio, non perdendone né il rispetto né l’amicizia, un biglietto di questo tenore, all’incirca: “Caro Silvio, vedo che da qualche tempo ti circondi di donne con molto seno e poco senno”.

            All’amico Berlusconi il professore Martino, sempre nell’intervista di commiato parlamentare, ma di disponibilità a rimanere a sua disposizione per consigli e quant’altro, ha solo voluto rimproverare di non essere stato con lui “del tutto trasparente” nell’ultima edizione della corsa al Quirinale, svoltasi alla fine di gennaio del 2015 per la successione a Giorgio Napolitano, dimissionario verso la fine del secondo anno del suo secondo mandato. In quella occasione –ha raccontato Martino- Berlusconi lo designò e lo fece votare dai suoi gruppi parlamentari come candidato a presidente della Repubblica mentre “iniziava a fare campagna elettorale” dietro le quinte per Giuliano Amato. Al quale invece l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, “un affabulatore –lo ha definito Martino-  in larga misura vuoto”, preferì e impose Sergio Mattarella, anche a costo peraltro-aggiungo io-  di complicarsi la vita.

              

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