I colpi bassi della partita fra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini

            Il solito toscanaccio Vauro Senesi  avrà ceduto ancora una volta a un po’ di volgarità con la sua matita, ma sarà ben difficile che i protagonisti del giallo” lombardo – come lo hanno definito sulla prima pagina del Giornale della famiglia Berlusconi, dove certo non mancano informazioni di prima mano sulle vicende del centrodestra- riusciranno a dissipare la percezione della realtà  avvertita nella vignetta del Fatto Quotidiano. Dove l’annuncio del leghista  Roberto Maroni di rinunciare a ricandidarsi alla presidenza della regione lombarda per riprendere a fare politica a Roma, “a disposizione” –ha detto lui stesso- di chi ne dovesse avere bisogno, ha sorpreso, preoccupato, indispettito e chissà cos’altro il segretario della Lega Matteo Salvini, tanto da prendersela con i maroni, rigorosamente al minuscolo, di Silvio Berlusconi. Che ha dovuto affrettarsi a definire “impensabile” un ruolo di Maroni nel governo per dissipare il sospetto di volerlo addirittura candidare a Palazzo Chigi nel caso di un’ autosufficienza del centrodestra nelle Camere elette il 4 marzo.

            Vauro avrebbe potuto pure rovesciare le figure della sua vignetta, facendo strizzare da Berlusconi i maroni, sempre al minuscolo, di Salvini. Che si è autocandidato a Palazzo Chigi  persino nel simbolo della Lega che comparirà sulle schede elettorali del 4 marzo.

            Sono passati anni, anzi decenni e i problemi dei rapporti fra Berlusconi e la Lega sembrano tornati al 1994, quando un Bossi ancora in salute entrò in collisione con l’alleato di Arcore. E, sospettandolo di volergli spaccare il partito giocando su un rapporto preferenziale proprio con Maroni, allora ministro dell’Interno, ne rovesciò clamorosamente il governo.

            Rispetto però al 1994 sono mutati i  rapporti di forza fra i due maggiori partiti del centrodestra. E sono cambiate anche le condizioni di agibilità politica di Berlusconi. Che ha riconquistato la scena dopo un bel po’ di peripezie, fra le quali la perdita di quasi metà  del  proprio elettorato, ma è incandidabile per una condanna definitiva che gli preclude personalmente il ritorno nel Parlamento, e dintorni governativi, nel turno elettorale di marzo. Egli potrebbe poi tornarvi lo stesso, se la giustizia europea dovesse dargli ragione dopo il 4 marzo, grazie alla nuova  legge elettorale che ha reintrodotto i cosiddetti turni suppletivi, per sostituire senatori o deputati eletti nei collegi uninominali con la quota maggioritaria ma poi dimissionari o morti. E figuriamoci se fra i parlamentari di Forza Italia Berlusconi non troverà qualcuno disposto, al bisogno, non dico a morire, per carità, ma ad accettare altre destinazioni d’uso, a dimettersi e a dargli il modo di subentrargli candidandosi all’elezione  appunto suppletiva.

            Ma all’avvio della legislatura, e sempre che –ripeto- il centrodestra riuscisse a fare bingo con la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, non solo con quella relativa dei voti, Berlusconi nella coalizione dovrebbe passare la palla, piuttosto che tirare in porta. E Maroni sembrava, rinunciando a ricandidarsi alla regione, sembrava  pronto a raccogliere il passaggio. Che però Berlusconi ha escluso di fronte al fuoco che ha visto divampare nella Lega. Al cui segretario non deve essere comprensibilmente piaciuto il perfido umorismo di quella reazione del suo collega di partito alla domanda di un giornalista curioso di sapere se mai avesse ricevuto da Berlusconi la promessa di Palazzo Chigi: “No. Forse lo ha pensato, ma non lo ha detto”, ha  risposto il governatore lombardo.

            Ora, svanito Palazzo Chigi con la secchiata d’acqua lanciata da Berlusconi sul fuoco, Maroni potrà a suo modo godersi i problemi che ha procurato a Salvini nella ricerca del candidato alla presidenza della regione lombarda nelle elezioni di marzo abbinate a quelle politiche. Il presidente di Forza Italia  non è per niente convinto infatti della soluzione anticipata dal segretario leghista indicando per il Pirellone di Milano l’ex sindaco di Varese Attilio Fontana.

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