Repubblica scarica De Benedetti nel processo mediatico con Renzi

            Per eterogenesi dei fini, contrappasso o come altro volete chiamarlo, Carlo De Benedetti sta sperimentando sulla propria pelle la pratica del giustizialismo che da “editore a lungo” di Repubblica, come lo ha definito un editoriale anonimo del suo stesso ormai ex giornale, ha permesso o condiviso, come preferite.

            Il rapporto fra De Benedetti e Repubblica, già logorato da qualche incidente, come quello occorso all’allora editore quando fu costretto dalla redazione a rinunciare a un affare finanziario concordato col nemico di sempre Silvio Berlusconi, o quello della nomina di Mario Calabresi a direttore, che per poco non compromise la collaborazione col fondatore Eugenio Scalfari, si è rotto per le operazioni in Borsa di tre anni fa sulle banche popolari.

            Quelle operazioni fruttarono all’ingegnere 600 mila euro di utili  su 5 milioni investiti col sospetto, giunto sino alla Procura di Roma, di avere potuto fornire al suo operatore di borsa informazioni privilegiate, e quindi illecite, ottenute dall’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi. Col quale De Benedetti si  vantò poi nel 2016, ascoltato dalla Consob, di avere l’abitudine di fare spesso colazione di prima mattina, riservando invece ai suoi potenti ministri dell’Economia Pier Carlo Padoan e delle riforme Maria Elena Boschi inviti domestici a cena. “Quello lì- disse l’ingegnere alla Consob- si chiama governo, ma non è un governo. Sono quattro persone, ecco”. La quarta persona, dopo Renzi, Padoan e la Boschi, era forse l’allora sottosegretario a Palazzo Chigi e ora ministro dello Sport Luca Lotti, finito poi col padre di Renzi e altri nelle indagini romane appena prorogate per l’ingarbugliatissima vicenda della Consip.

            Nonostante l’archiviazione chiesta ben un anno e mezzo fa con carte trasmesse col vincolo della segretezza dalla Procura di Roma alla commissione parlamentare d’inchiesta, ma finite anche in qualche redazione giornalistica per responsabilità da accertare, l’incartamento degli inquirenti si è tradotto nel solito, sommario processo mediatico. Dove gli stessi imputati hanno identità incerte. L’indagato vero è stato ed è l’operatore di borsa incaricato da De Benedetti di acquistare e poi vendere proficuamente le azioni delle banche popolari sottoposte a riforma con la procedura d’urgenza del decreto legge, ma il processo mediatico ha investito soprattutto l’ingegnere e l’allora presidente del Consiglio Renzi. Che adesso è “solo” segretario del Pd, e tra i protagonisti di una campagna elettorale forse ancora più rischiosa, per lui, di  quella referendaria del 2016 perduta sulla riforma costituzionale.

            Di argomenti a difesa di De Benedetti e di Renzi, per quanto imputati impropri sul piano delle regole giudiziarie, ce ne sarebbero. Ed anche di buoni, come si ha il diritto di presumere dalla richiesta di archiviazione. Ma nel tribunale popolare, diciamo così, di Repubblica hanno deciso di farne lo stesso uso di un signore passato infaustamente alla storia col nome di Ponzio Pilato. E così l’estensore dell’articoletto di fondo solennemente intitolato “Indipendenza e libertà al servizio dei lettori” ha tenuto solo ad assicurare il suo pubblico che “prese di posizione, campagne di stampa, scelte editoriali ed errori li abbiamo fatti da soli”, non al servizio degli interessi dell’allora editore, E neppure delle sue frequentazioni conviviali di prima e tarda mattina o di sera. E neppure dei suoi giudizi, liquidatori o meno, dei governi succedutisi nella storia della Repubblica, quella vera e non di carta, e incorsi di volta in volta nelle valutazioni “libere” e autonome dei direttori, editorialisti, redattori e collaboratori del giornale.

             Non si venga quindi a sospettare –sembra di poter leggere fra le righe dell’avviso ai naviganti appena pubblicato su Repubblica– che le aperture, per esempio, di Scalfari al fu  governo Renzi e a Renzi personalmente, pur tra ramanzine e consigli, fossero dipese dagli interessi, dalle frequentazioni e dagli umori mutevoli dell’allora editore. Mutevoli, perché è abbastanza recente l’accusa rivolta da De Benedetti a Scalfari, in una intervista al Corriere della Sera, di “nuocere” al giornale continuando a sostenere Renzi e dichiarando di preferire ai grillini persino Berlusconi.

           

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