Una campagna elettorale degna del Carnevale che l’accompagna

            Già sfibrata e sfibrante di suo per la lunghezza che la contraddistingue, essendo praticamente in corso da più di un anno, cioè da quando Matteo Renzi perse il referendum sulla Costituzione e la guida del governo, la campagna elettorale ci sta offrendo un supplemento, un sovrappiù di stranezze, di vicende contrarie al buon senso, di guerriglia coi mortaretti  per sintonia con la stagione in cui è entrata cavalcando la scopa della Befana. E’ la stagione del Carnevale, degli scherzi ammessi, che si concluderà quest’anno il 13 febbraio con un martedì grasso, al minuscolo, che chissà cosa potrà riservarci, a meno di un mese – in quel momento- dall’appuntamento con le urne per il rinnovo delle Camere. Bisognerà infine vedere se e quali sorprese potranno darci i pochi giorni di Carnevale suppletivo garantito col rito ambrosiano a Milano. Dove peraltro la politica ha già offerto spettacolo più che altrove.

            E’ esplosa a Milano, per esempio, la zuffa nella Lega fra Roberto Maroni e il segretario del suo partito Matteo Salvini. Che ha preteso da Berlusconi, procurandosi la qualifica di “stalinista”, l’impegno pubblico a tenere lontano da Palazzo Chigi e dintorni dopo le elezioni il governatore uscente e volontariamente non rientrante della Lombardia, sospettato di reconditi progetti per  boicottare la candidatura, a quei  posti, proprio di Salvini. E tutto questo nell’ipotesi, quanto meno improbabile, che il centrodestra nel suo insieme, al netto di tutte le divisioni che lo attraversano, riesca a guadagnare la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, e non solo quella relativa che gli attribuiscono i sondaggi.

            E’ esploso a Milano anche il pallone politico gonfiato di Grasso, questa volta al maiuscolo, leader incontrastato dei Liberi e uguali raccoltisi attorno a lui qualche settimana fa con l’unico e per niente nascosto obiettivo di far perdere le elezioni al Pd perché guidato da Matteo Renzi.

            Piuttosto che accorrere nella città della Madonnina per misurarsi con l’ala più dura e prevalente del suo movimento, contraria ad accantonare per una volta un antirenzismo di spirito quasi razzista pur di tentare nelle elezioni regionali la conquista del Pirellone lasciato da Maroni alla candidatura del leghista non famosissimo Attilio Fontana, il presidente del Senato è rimasto a Roma. Dove ha patrocinato, senza correre rischio alcuno di essere messo in minoranza, il sostegno alla conferma al vertice della regione Lazio del governatore uscente Nicola Zingaretti. La cui colpa di appartenere al Pd è attenuata dalla disponibilità a fare le scarpe a Renzi alla prima occasione possibile, anche a costo di usare la polizia del commissario televisivo Montalbano, che è il fratello del governatore.

            Sempre Grasso, e sempre al maiuscolo, ha ritrovato però tutte le sue doti di “comando” apprezzate particolarmente da Massimo D’Alema, che di queste cose s’intende, liquidando sbrigativamente l’opposizione dichiarata dalla presidente della Camera Laura Boldrini, anche lei di Liberi e uguali, all’ipotesi di un accordo di governo con i grillini dopo le elezioni. “Decideremo dopo il voto”, appunto, ha dichiarato il presidente del Senato, ma dopo avere avvertito con piglio da caporale, secondo versioni giornalistiche non smentite sino al momento in cui scrivo: “Qui comando io”. O “decido io”, al singolare, che è la stessa cosa.

            Anche fra i grillini non scherzano a….scherzi. Uniti contro tutti gli altri, brutti e cattivi, sporchi e ladri, fra di loro se ne danno sopra e sotto la cintola profittando della momentanea distrazione, diciamo così, del “garante” Beppe Grillo. Che ogni tanto dà l’impressione –si vedrà se a torto o a ragione- di essere preoccupato, o addirittura spaventato, di ciò che ha politicamente prodotto nel Paese col movimento delle 5 stelle, nonché delle grane giudiziarie che gli ha procurato la sua gestione.

            E’ Carnevale anche per certa magistratura e per certa stampa che le corre dietro, o cerca di strumentalizzarla trasformando nei soliti processi mediatici,  e sommari, indagini vere o presunte, come quella appena annunciata dall’ex giornale della Fiat su una finta vendita cinese del Milan di Berlusconi per chissà quali oscure manovre finanziarie. Non parliamo poi dell’inchiesta, questa volta vera ma di cui è stata chiesta l’archiviazione a Roma un anno e mezzo fa, sui guadagni di borsa da bruscolini, per i suoi giri di euro, dollari e altre valute, che Carlo De Benedetti avrebbe realizzato nel 2015 acquistando e rivendendo azioni delle banche popolari dopo avere appreso dall’allora presidente del Consiglio, sulla porta dell’ascensore di Palazzo Chigi, dopo una delle solite colazioni insieme di prima mattina, che stava finalmente arrivando la riforma di quel tipo di banche inutilmente tentata dai governi precedenti, e auspicata dalla vigilanza di via Nazionale.

            Ne era così condizionato, fu così riconoscente De Benedetti di quella “soffiata” e dei guadagni di seicentomila miserabili euro, per lui, che gli avrebbe procurato Renzi quella mattina sulla porta dell’ascensore della Presidenza del Consiglio, da parlare l’anno dopo alla Consob del suo governo  come di una compagnia di giro di “quattro persone”, accomunate solo dalle frequentazioni conviviali con lui.  

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