Il non detto di Eugenio Scalfari sul suo ex editore Carlo De Benedetti

            L’omelia laica di Eugenio Scalfari su Repubblica nella seconda domenica del tempo ordinario di questo 2018 era particolarmente attesa dai suoi fedeli lettori dopo le prese di distanza della direzione del suo giornale dall’”editore di lunga data” Carlo De Benedetti. Che, pur non imputato in tribunale, o non ancora, per i 600 mila euro guadagnati nel 2015 giocando in Borsa sulle banche popolari, dopo averne appreso sulla porta di un ascensore di Palazzo Chigi l’imminente riforma dall’allora presidente del Consiglio e amico Matteo Renzi, è incorso in un processo mediatico col solito rito sommario. Cui, dopo qualche esitazione, il quotidiano fondato da Scalfari nel lontano 1976 non si è sentito di sottrarsi in veste di accusatore, rifiutando la parte di difensore che forse l’ingegnere –noto per la sua mancata professione come il compianto avvocato Gianni Agnelli- si aspettava non solo per i soldi da lui spesi in azienda per tanti anni ma anche, e forse soprattutto, per i buoni argomenti di cui dispone. Tanto buoni, questi argomenti,  da essere stati condivisi dal pubblico ministero della Procura di Roma, che ha chiesto più di un anno e mezzo fa l’archiviazione dell’inchiesta condotta, sia pure solo contro l’operatore di borsa del finanziere incaricato per telefono di investire sulle banche popolari, in quella maledetta mattina di tre anni fa, 5 dei 20 milioni che costituivano il pacchetto abituale di quel tipo di interventi. E, per di più, al costo aggiuntivo di una specie di assicurazione che tradiva una certa insicurezza davanti alla “soffiata” attribuita a Renzi.

            Ebbene, di tutta questa vicenda Scalfari ha ritenuto di non occuparsi nel suo appuntamento domenicale con i lettori di Repubblica, dedicato per i tre quarti abbondanti ai problemi dell’Europa, troppo grandi per essere evidentemente immiseriti dai fatti del suo ex editore, ora solo presidente onorario della nuova società proprietaria del giornale. Una vicenda che però Scalfari ha ritenuto troppo modesta, o imbarazzante, per spendervi anche solo un’allusione nella parte finale e succinta dell’omelia dedicata alla politica italiana, in particolare alle elezioni politiche e regionali del 4 marzo. A proposito delle quali Barpapà –nome d’arte, in redazione, del fondatore di Repubblica- ha esortato praticamente Renzi a non strapparsi le vesti per il mancato accordo fra tutte le componenti della sinistra a favore del candidato ch’egli ha scelto alla guida della regione Lombardia: Giorgio Gori, inviso ai Liberi e uguali di Pietro Grasso e compagni per i trascorsi come dipendente e poi fornitore televisivo di Berlusconi.

            Neppure col sostegno di cotanta sinistra combattiva e un po’ anche razzista, diciamo la verità, almeno sul piano politico, Gori ce l’avrebbe potuta fare a vincere la partita del Pirellone, vista la forza della destra leghista e berlusconiana in Lombardia, ha avvertito Scalfari. Che ritiene la capacità attrattiva di Gori più utile a Renzi a livello nazionale. Dove il segretario del Pd ha ancora buone carte da giocare, pur avendo perso negli ultimi tempi anche la stima di De Benedetti, che di recente ne ha parlato criticamente, ancor più di quanto avesse già fatto due anni fa alla Consob liquidandone il governo a qualcosa di inconsistente, ridotto a “quattro persone” che lui –l’ingegnere- gratificava di sopportazioni e inviti conviviali. Ma neppure di questo Scalfari ha ritenuto di occuparsi nella sua omelia, avendo deciso evidentemente di buttare De Benedetti nel “cono d’ombra” dove di solito egli vanta di gettare impietosamente  chi perde la sua fiducia, amicizia e quant’altro, trattandolo peggio di un estinto.

            Si può quindi ben dire, o sospettare, che il non detto di Scalfari su De Benedetti nella seconda domenica –ripeto- del tempo ordinario della liturgia di questo 2018 sia persino peggiore di quel che avrebbe potuto dire. E pensare che l’ingegnere fra meno di un mese, come gli ha appena ricordato in prima pagina il Giornale della famiglia Berlusconi, dovrà affrontare nella sua Torino il processo d’appello per omicidio plurimo colposo con l’amianto del vecchio stabilimento dell’Olivetti, che gli è costato in primo grado una condanna a cinque anni di reclusione.

             

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