Le domande scomode su Renzi, De Benedetti, banche popolari e giudici

            Siamo proprio sicuri che l’aspetto più sconcertante, più dubbio, diciamo pure più scandaloso dell’affare De Benedetti esploso in questi giorni sui giornali, di destra e di sinistra, sia quello dei 600 mila euro guadagnati dall’editore di Repubblica nel gennaio 2015? Quando  investì 5 milioni sulle banche popolari alla vigilia di una riforma di cui egli aveva avuto conferma dal presidente del Consiglio Matteo Renzi, peraltro dopo averne parlato anche in Banca d’Italia. Furono  cinque milioni investiti su quelle banche rispetto ai 600 milioni mossi dallo stesso De Benedetti in borsa in quel periodo, per cui egli si sarebbe tanto fidato delle notizie apprese tra via Nazionale e Palazzo Chigi da avere scommesso il meno possibile. Mah, sarò ingenuo ma non mi sembra che sia questo lo “scandalo” gridato in sintonia dalla destra, dalla sinistra e dai grillini a meno di due mesi dalle elezioni del 4 marzo per sparare non tanto su De Benedetti quanto su Renzi, risparmiando la Banca d’Italia. Davanti alla cui sede, accessibile a De Benedetti, sembra essere vietato passare, anche sotto la pioggia, senza levarsi il cappello.

            La domanda e le osservazioni che ho posto all’inizio sono le stesse con cui hanno fatto i conti  negli uffici della Procura di Roma quando furono investiti, tre anni fa, dell’affare segnalato dalla Consob, con tanto di intercettazione della disposizione telefonicamente data da De Benedetti al suo operatore in borsa. E la risposta che si diedero i magistrati inquirenti fu una richiesta di archiviazione dell’indagine presentata al giudice competente: acronimo del giudice delle indagini preliminari.

            A quella domanda e a quelle osservazioni se ne aggiunsero forse altre sul rapporto fra il guadagno realizzato da De Benedetti giocando in borsa sulle banche popolari e quello, valutato dalla Consob, sui ricavi realizzati complessivamente in borsa sui movimenti relativi alle banche in procinto di essere riformate. Il rapporto era di 600 mila euro rispetto a 10 milioni: il 6 per cento. Sul rimanente 94 per cento di cosiddette plusvalenze realizzate dagli investitori interessati alle banche popolari –si chiesero forse alla Procura di Roma esaminando le carte della Consob- nulla da dire e da indagare? E da segnalare da parte dell’autorità di vigilanza sulle operazioni in Borsa?  

            Ma torniamo al problema iniziale di individuare l’aspetto davvero più curioso, anomalo, inquietante di tutta questa vicenda esplosa con la solita fuga di notizie: questa volta non dagli uffici di una procura ma da quelli di una commissione parlamentare d’inchiesta, al cui presidente gli inquirenti romani hanno chiesto di specificare  quanti abbiano avuto accesso alle carte giudiziarie spedite alla stessa commissione col vincolo della segretezza. Già, perché la richiesta di archiviazione delle indagini è ancora giacente negli uffici del giudice competente, senza risposta.

            Si è generalmente scritto in questi giorni che la richiesta di archiviazione risale a giugno, da molti frainteso per giugno scorso, del 2017. E già più di sei mesi avrebbero potuto, anzi dovuto provocare riflessioni sui tempi strani della giustizia. Ma dall’informatissimo e insospettabile Fatto Quotidiano di Marco Travaglio -impegnatissimo naturalmente a sparare proiettili per fortuna di carta contro quella che il Giornale della famiglia Berlusconi, facendogli in qualche modo da spalla, ha definito “la coppia di danari” De Benedetti e Renzi-  si è appena appreso che non si tratta del giugno scorso, ma del giugno 2016.

            Non mi pare proprio che tempi del genere –più di un anno e mezzo- siano accettabili. Vi è ora, peraltro, l’inconveniente che il giudice si trovi a decidere nel clima meno adatto ad una valutazione serena, sotto il fuoco di una campagna elettorale e mediatica che può distorcere agli occhi della opinione pubblica qualsiasi risultato, a favore o contro la sunnominata coppia di danari, per cui Renzi può sentirsi dare del graziato o del condannato ad un processo, che pure non potrebbe riguardarlo direttamente in tribunale, secondo i gusti e il metro non di un giudice, ma della piazza.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Blog su WordPress.com.

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: