Gli smemorati che protestano contro il costoso Cnel dopo averlo salvato

            In questa fase della campagna elettorale che non a caso si sovrappone o sottopone, come preferite, alla stagione di Carnevale, al maiuscolo ma da non confondere con l’anziano magistrato sopravvissuto alle gogne giudiziarie e mediatiche riservategli da colleghi semplicemente invidiosi della sua competenza professionale, c’è qualcosa di ancora più grottesco dell’arruolamento leghista del compianto Giulio Andreotti. Grottesco, anche se a compierlo con pubbliche dichiarazioni è stata una donna che Andreotti stimò e frequentò davvero, trattandola alla fine quasi come una figlia, più che come la sua avvocatessa di fiducia: Giulia Bongiorno. Che il segretario della Lega Matteo Salvini manderebbe al Ministero della Giustizia se riuscisse davvero a diventare presidente del Consiglio e a stendere a terra con un infarto il pur alleato Silvio Berlusconi.

             Come antipasto l’aspirante premier le ha intanto servito alla nuova recluta del Carroccio un  piatto abbondante di candidature che la riporteranno in Parlamento, dopo la sfortunata avventura politica con Gianfranco Fini e la conseguente dieta politica.

            Più grottesco ancora di questo andreottismo postumo di marca leghista, che ha tolto il sonno non solo nelle vignette al governatore uscente della Lombardia Roberto Maroni, leghista ora di minoranza, è l’ennesimo scandalo scoperto e gridato dal solito Fatto Quotidiano dell’altrettanto solito Marco Travaglio. Che da giorni sta bersagliando il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni perché, manovrato dietro le quinte dal segretario del Pd Matteo Renzi, ha imbottito di nomine il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, rimasto per un bel po’ praticamente senza presidente, senza segretario generale e senza consiglieri perché se n’era prevista l’abolizione nella riforma costituzionale progettata con la benedizione dell’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e approvata dalle Camere con le dovute procedure. Persino la sede del Cnel, una bellissima palazzina bianca nel parco romano di Villa Borghese, finì per essere immaginata sgombra: tanto che ci mise sopra gli occhi il Consiglio Superiore della Magistratura per trasferirvisi dalla scomoda e troppo trafficata Piazza Indipendenza. Il trasloco sarebbe costato un bel po’ di denaro, ma per fare stare più comode toghe e annesse non si sarebbe badato a spese.

            Gli scopritori e cultori dello scandalo del Cnel tornato a vivere e a costare, con i suoi organici di nominati e assunti, sono curiosamente gli stessi che si impegnarono sino allo spasimo per fare bocciare, nella consultazione referendaria del 4 dicembre del 2016, la riforma che lo sopprimeva. Sono gli stessi che ne festeggiarono la caduta, insieme con le dimissioni di Renzi da presidente del Consiglio, sino a ubriacarsi. Di vino e champagne, e non solo di chiacchiere, fra le quali la promessa dell’ineffabile Massimo D’Alema di improvvisare e fare approvare in quattro e quattr’otto nella parte residua della legislatura un’altra, più snella ed efficace, e meno divisiva, riforma costituzionale.

          Questo capolavoro politico è però rimasto nei sogni di D’Alema, d’altronde troppo impegnato dopo quel 4 dicembre inebriante a cercare di completare l’opera di demolizione di quell’amalgama mal riuscito che egli aveva già definito da tempo il Pd, prima ancora che ne conquistasse la segreteria l’odiato, anzi odiatissimo Renzi.

Si affaccia il femminicidio nelle polemiche interne a Repubblica

            Nella conclusione dell’intervista che Eugenio Scalfari ha voluto rilasciare alla “sua” Repubblica, per difendersi e difenderla dalle critiche di Carlo De Benedetti, che pure si sente “monogamo” anche come editore, l’ingegnere rischia l’accusa….di femminicidio. Manca poco, dopo che il suo amico e sodale lo ha accomunato a “quegli ex che provano a sfregiare la donna che hanno amato male e che non amano più”.

L’incontenibile vocazione di D’Alema a dettare la linea ai compagni di strada

            Pietro Grasso, presidente a tempo pieno di Leu, acronimo del movimento Liberi e uguali, e presidente del Senato a tempo limitato, dovendo cessare dalla seconda carica dello Stato il 23 marzo, giorno d’’insediamento delle nuove Camere, ha nascosto a mala pena col suo sorriso di ordinanza il fastidio comprensibilmente procuratogli dal solito Massimo D’Alema. Che -a dispetto della qualifica di “laterale” assegnatasi per il carattere periferico del collegio elettorale pugliese dove tornerà a candidarsi al Parlamento- ha dato l’impressione di dettare la linea al nuovo partito della sempre prolifica sinistra italiana con l’intervista al giornalista del Corriere della Sera di cui più si fida per serietà e fedeltà di traduzione dei suoi affilati messaggi: Aldo Cazzullo.

            Il passaggio politicamente più incisivo di questa intervista, pur se altri, come vedremo, hanno fatto più rumore, sta nell’indicazione dell’”avversario” principale, se non unico, che deve avvertire una sinistra degna di questo nome. E’, anzi continua ad essere, “la destra” nella concezione più ampia considerata da D’Alema, comprensiva non solo dell’odiato Silvio Berlusconi e alleati ma anche del non meno odiato Matteo Renzi. Che avrebbe tanto modificato i connotati del Pd, inseguendo Berlusconi anziché contrastarlo davvero, da averlo reso indigesto a D’Alema e compagni.

            Perché il suo pensiero non fosse frainteso nella definizione dei confini, D’Alema ha marcato quelli di destra dicendo che l’avversario, o nemico, della sinistra non è il movimento grillino, pur essendo prevalentemente critico il suo giudizio sul personale e sul  programma delle 5 stelle.

            Messe le cose in questi termini, al netto degli scatti d’umore che può provocare il tortuoso andamento della campagna elettorale, nella quale il candidato grillino a Palazzo Chigi ne dice e ne fa di tutti i colori, la posizione di D’Alema non si discosta da quella di Pier Luigi Bersani. Che già cinque anni tentò l’aggancio con i grillini, ai cui capricci egli era disposto ad appendere un governo “di minoranza e di combattimento” messo in cantiere ma demolito dall’allora presidente della Repubblica, ed ex compagno di partito, Giorgio Napolitano.

            La partita ora si giocherebbe a ruoli invertiti, anche se D’Alema finge di ignorarlo, perché i rapporti di forza parlamentare fra i grillini e la sinistra nelle nuove Camere, senza il premio di maggioranza della legge elettorale precedente, sarebbero a vantaggio dei primi.

            Eppure, della nuova intervista  di D’Alema al Corriere della Sera  ha fatto più  notizia sulla maggior parte dei giornali, e nello stesso mondo politico, non la vecchia, vecchissima contrapposizione fra destra e sinistra, come se il mondo fosse rimasto fermo al secolo scorso, ma la surrettizia, furbesca, disinvolta disponibilità dell’ex presidente del Consiglio a derogare alla sua visione e alle sue preferenze per cause di forza maggiore di fronte alla prevedibile, e sotto sotto auspicata, ipotesi di un “governo del Presidente”, inteso come presidente della Repubblica. Che di fatto lo imporrebbe ai partiti affidandolo a un uomo di sua fiducia.

           Dovrebbe essere insomma il buon Sergio Mattarella a togliere D’Alema dall’imbarazzo di fronte ad un risultato elettorale neutro, che non consentirebbe a nessuno di fare la parte del gallo. In particolare, il capo dello Stato dovrebbe tornare a fare come cinque anni fa Napolitano dopo essere stato rieletto al Quirinale, supplicato anche da Bersani dopo il fiasco della candidatura di Romano Prodi: il ricorso alle cosiddette larghe intese fra i maggiori partiti della sinistra e della destra, senza inseguire un movimento che era arrivato in Parlamento col proposito dichiarato di aprirlo come una scatola di tonno.

          Allora i grillini tentarono persino la scalata al colle più alto di Roma con la candidatura improvvisata di Stefano Rodotà, preso in prestito con tanta disinvoltura dalla vecchia classe dirigente da essere brutalmente scaricato, e insultato, al primo dissenso  da lui manifestato, da buon giurista com’era, dalle proposte programmatiche e dai metodi del comico genovese, amici e seguaci.  

Diventa autorete l’attacco di Carlo De Benedetti al vecchio Scalfari

Ho perso il conto, come si dice in queste occasioni, delle volte in cui ho dissentito da Eugenio Scalfari, specie negli anni di Bettino Craxi. In particolare, quando il fondatore e direttore di Repubblica cominciò a difendere “la barba di Marx” dalle forbici estive del leader socialista, e poi scambiò la capacità contrattuale del segretario del Psi nei rapporti con la Dc per le rapine che nel Medio Evo il brigante Ghino di Tacco, pur perdonato poi dal Papa,  consumava sui viandanti e pellegrini che transitavano per la sua  Radicofani.

Eppure mi sono sentito ferito anch’io quando ho ascoltato e visto sul teleschermo l’aggressione –non so chiamarla diversamente- riservata a Scalfari dal suo ormai ex amico e sodale Carlo De Benedetti, ospite solitario l’altra sera del salotto di Lilli Gruber. Che non ha mai saputo tradurre il suo pur evidente imbarazzo in una interruzione degna di questo nome, in difesa di un assente che solo in quanto tale avrebbe meritato un po’ di protezione.

Cerco di procedere in ordine con gli appunti presi sbrigativamente durante l’ascolto. Non è stato giusto definire “una stupidaggine”, come ha fatto appunto De Benedetti, la pur paradossale preferenza espressa di recente da Scalfari per Silvio Berlusconi rispetto al candidato grillino a Palazzo Chigi Luigi Di Maio. Che peraltro anche De Benedetti ha liquidato bruscamente, pur bastandogli e avanzandogli difendersene col voto al Pd di Matteo Renzi, come d’altronde anche Scalfari ha recentemente confermato di voler far fare in un editoriale su Repubblica. E questo credo sia stato un segno ancora più evidente del carattere –ripeto- paradossale e non stupido della sua sortita a favore di Berlusconi nel salotto televisivo, quella volta, di Giovanni Floris.

Ancora più sconveniente ho trovato la riduzione delle capacità intellettive praticamente attribuita da De Benedetti a Scalfari per via della sua età -94 anni da compiere il 6 aprile- e di una presunta impossibilità, quindi, di fronteggiare un contraddittorio.

Altrettanto sconveniente, a dir poco, ho trovato quell’accusa di “ingratitudine” rivolta a Scalfari da De Benedetti rinfacciandogli prima il salvataggio dal “fallimento di fatto” in cui il giornalista sarebbe incorso col suo socio d’allora Carlo Caracciolo agli inizi degli anni Ottanta, credo, e poi un “pacco pazzesco di soldi”. Che fu versato –ha detto testualmente De Benedetti- quando il fondatore di Repubblica volle farsi liquidare personalmente come socio, rimanendo solo direttore della testata.

Credo che l’ingegnere- come De Benedetti viene comunemente chiamato, allo stesso modo in cui il compianto Gianni Agnelli era noto come “l’avvocato”- sia uomo sin troppo abituato agli affari per non poterli né doverli scambiare per opere pie, o caritatevoli. Gli affari comportano una reciproca convenienza.  Che evidentemente non mancò a De Benedetti quando decise, non certo con una pistola puntata contro la testa, di liquidare profumatamente la quota proprietaria di Scalfari. Dal quale se si aspettava come gratitudine una difesa dagli attacchi piovutigli addosso in questo periodo per i 600 mila euro guadagnati tre anni fa investendo cinque milioni sulle banche popolari che il governo Renzi si apprestava a riformare, De Benedetti ha fatto semplicemente un errore.

Quella difesa, come ho già scritto qui qualche giorno fa, spettava a De Benedetti –ad opera di Scalfari e, più in generale, di Repubblica– per semplice garantismo, non per gratitudine: più in particolare, per i buoni argomenti dell’ingegnere, condivisi persino dalla Procura della Repubblica di Roma, investita della questione dalla Consob.

La Procura romana prima ha evitato di estendere le indagini dall’operatore di borsa incaricato dell’affare da De Benedetti allo stesso finanziere, e tanto meno a Renzi, che gli aveva confermato la riforma in arrivo.  Poi la stessa Procura ha chiesto –più di un anno e mezzo fa- l’archiviazione del fascicolo.

Ma il garantismo –si sa- non è mai stato tanto di casa dalle parti di Repubblica. E questo per responsabilità comuni a giornalisti e a editori. Anche sotto questo aspetto mi pare paradossalmente ingiusto anche il rimprovero fatto da De Benedetti alla nuova direzione o gestione di Repubblica di avere smarrito la sua “identità”.

A proposito di gestione, trovo infine impropria la distinzione che si fa un po’ dappertutto fra la vecchia e la nuova per via dell’”ex” che De Benedetti si è guadagnato assumendo solo la presidenza onoraria della società editrice, e lasciandone le redini effettive al figlio Marco. Che, diversamente dal padre, non mi risulta abbia mai avuto occasione di dolersi della linea e della direzione attuale di Repubblica. Per cui se c’è, o è sorta una questione, essa è di tipo esclusivamente familiare: cosa che forse non sarebbe stato male far presente a De Benedetti dalla conduttrice che lo ha ospitato raccogliendone passivamente gli sfoghi.

 

 

 

Pubblicato su Il Dubbio

Lo sbotto televisivo di De Benedetti contro l’ex moglie di carta Repubblica e Scalfari

            Non sarà stato forse raffinato come gli estimatori lo consideravano sino a quando non lo hanno sentito e visto nel salotto televisivo di Lilli Gruber, a la 7, curiosamente ospitato senza uno straccio di contraddittorio, essendosi messa la conduttrice a sua completa disposizione. Ma qualche attenuante Carlo De Benedetti la merita nel giudizio negativo che gli spetta, come vedremo, per lo sbotto cui si è abbandonato contro l’ormai ex amico e sodale Eugenio Scalfari. Al quale non è solo tornato a dare del “vanitoso” per la sua frequente esposizione mediatica e per il gusto di sorprendere il prossimo con opinioni quanto meno insolite rispetto al suo passato, ma questa volta anche dello “stupido”. E persino dello svanito a causa della sua tardissima età.

            A “stupidaggine” De Benedetti ha declassato o promosso, se si inverte la  scala dei valori, la preferenza espressa recentemente dal fondatore di Repubblica, pur con qualche precisazione successiva, per Silvio Berlusconi rispetto al candidato grillino a Palazzo Chigi Luigi di Maio. Di cui comunque anche  De Benedetti pensa tutto il male possibile, ma non tanto e tale evidentemente da fargli ingoiare il rospo dell’uomo di Arcore, peraltro avventuratosi incautamente con una telefonata amichevole, quasi di ringraziamento, dopo la clamorosa sortita di Scalfari, scambiata dal presidente di Forza Italia per un apprezzamento politico condiviso dall’editore di Repubblica. Che invece il 4 marzo voterà convinto –ha detto alla Gruber- per il Pd di Matteo Renzi, come del resto ha scritto di voler fare anche Scalfari in un recente editoriale, pur preferendo teoricamente Berlusconi a Di Maio.

              In verità, a proposito del rapporto con Repubblica, da qualche tempo di Carlo De Benedetti si parla come di ex e non più di editore. Ma l’ex è per modo di dire. A parte il fatto che De Benedetti è pur sempre presidente onorario della società editrice del gruppo mediatico, il comando operativo è rimasto in famiglia, essendo passato al figlio secondogenito Marco. Del quale chissà perché Lilli Gruber non ha voluto ricordare al suo ospite televisivo il giudizio positivo recentemente espresso su Repubblica, mentre il padre ne parlava con delusione, amarezza, preoccupazione e quant’altro dicendo che essa deve  ritrovare la sua identità”. Evidentemente persa anche quando di recente, con un editoriale non firmato e perciò riconducibile alla direzione, il giornale ha preso le distanze da lui e dalle sue vicende di finanziere di fronte alle polemiche e ai rischi giudiziari che egli potrebbe ancora correre, sulla carta, per quei maledetti 600 mila euro guadagnati tre anni fa con i titoli delle banche popolari in corso di riforma. Ma guadagnati, sia pure con un investimento inferiore alle abitudini delle puntate in Borsa di De Benedetti per questo tipo di affari, dopo avere parlato proprio delle banche popolari con l’allora presidente del Consiglio a Palazzo Chigi, e qualche giorno prima col vice direttore generale della Banca d’Italia in via Nazionale, in entrambe le occasioni –curiosamente- nel momento del commiato, sulla porta dell’ascensore.

              Oddio, qualche parola a sua difesa Carlo De Benedetti aveva francamente il diritto di aspettarsela dalla pur sempre “sua” Repubblica, e da Scalfari, di fronte all’esplosione dello scandalo gridato dal solito Fatto Quotidiano. Gli argomenti favorevoli al finanziere sono stati d’altronde condivisi dalla Procura di Roma. Che prima lo ha tenuto fuori dalle indagini, al pari di Renzi, aperte su segnalazione della Consob e poi ha chiesto l’archiviazione, addirittura più di un anno e mezzo fa, di quelle contenute a carico dell’operatore di borsa di De Benedetti. Lavarsi pilatescamente le mani di quegli argomenti rivendicando un’assoluta estraneità rispetto all’”editore a lungo” del giornale, non è stata francamente una bella cosa. E l’ingegnere, come De Benedetti viene spesso chiamato per la sua laurea scimmiottando un po’ l’abitudine del compianto Gianni Agnelli di farsi chiamare avvocato, non ha tutti i torti quando si rifà al don Abbondio dei Promessi Sposi, citato nel salotto della Gruber, per dire che il coraggio bisogna averlo per poterselo dare. Evidentemente a Repubblica, la sua “unica moglie” di carta, come l’ha chiamata De Benedetti escludendo di volerne avere altre fondando qualche nuovo giornale, il coraggio è stato smarrito con la già ricordata “identità”.

              RTanta pur comprensibile delusione, tanta insofferenza, tanto rancore, che peraltro oggi va purtroppo di moda, non hanno purtroppo trattenuto De Benedetti da taluni eccessi. Come mi sono francamente apparsi quelli in cui l’ingegnere è caduto dando quasi dello svanito a Scalfari, come ho già ricordato,  parlando della sua età e di una presunta incapacità di reggere a un contradditorio, e rinfacciandogli “il pacco pazzesco di soldi” versatogli liquidandolo  a suo tempo come socio, dopo averlo salvato dal fallimento “tecnico” in cui era caduta ad un certo punto la testata da lui fondata con Carlo Caracciolo.

            Da imprenditore incallito e di successo, al netto di tutte le operazioni che non sono riuscite neppure a lui, De Benedetti sa bene che gli affari non possono essere confusi con opere pie. I miliardi, sia delle vecchie lire sia della moneta europea che ne ha preso il posto, si danno e si ricevono con logiche di convenienza, non di carità, e relativa gratitudine. Che De Benedetti ha  invece reclamato da Scalfari nel suo sbotto televisivo.

 

 

Quel piccone di Pietro Grasso contro la ministra della Sanità Beatrice Lorenzin

            Comunque finirà la sua avventura politica alla guida dei Liberi e uguali, Leu in acronimo, Pietro Grasso potrà vantarsi con la sinistra, che ama da ragazzo, di avere scoperto, denunciato e forse anche neutralizzato un’infiltrata  pericolosa e troppo a lungo sfuggita ai radar mediatici. Che sono stati probabilmente distratti dal gradevole aspetto fisico, dalla maternità e anche da qualche buona iniziativa della ministra della Sanità nei tre governi succedutisi durante la diciassettesima legislatura. Si tratta infatti proprio di lei, Beatrice Lorenzin, ex Forza Italia e ora in groppa a quel cavallo di Troia che il presidente uscente del Senato ha individuato in Civica Popolare, come si chiama il movimento di recentissima formazione dove si sono raccolti uomini e donne di tradizione moderata, fra cui Pier Ferdinando Casini, convinti che la collaborazione col Pd sperimentata negli ultimi cinque anni al governo possa proseguire.

            Di questa collaborazione è stato in qualche modo partecipe per quattro anni, nove mesi e qualche giorno dal suo pur alto scranno istituzionale anche Grasso, sino a quando non si è dimesso dal gruppo parlamentare del Pd. E non è trasmigrato altrove, peraltro rifiutandosi di pagare al partito di provenienza un debito di 80 mila euro e rotti, per contributi rapportati alle indennità parlamentari, accusando l’amministratore di non avergli chiesto il saldo nei tempi e soprattutto nei modi dovuti, più in pubblico che in privato. Eppure quel debito l’ex segretario del Pd Pier Luigi Bersani, artefice dell’arrivo di Grasso al Senato e poi anche della sua incoronazione al vertice di Leu, lo ha pagato senza fare tante storie, staccando un assegno e basta.

            Comunque, almeno per quanto riguarda l’estrema pericolosità politica, il carattere inquinante della Lorenzin per la sinistra e via dicendo, o sproloquando, meglio tardi che mai. Una volta che ha scoperto il bubbone, da procuratore generale della sinistra, emulo della missione giudiziaria compiuta contro la mafia, e un po’ anche da chirurgo, Grasso si è mosso con  energia. E ha spiegato personalmente nel salotto televisivo di Porta a Porta, dove peraltro l’interessata gli è subentrata sulla poltrona dell’ospite ricevendone anche un disinvolto saluto sorridente, di avere reclamato e ottenuto dal governatore uscente della regione Lazio Nicola Zingaretti l’esclusione della Lorenzin dal perimetro del cosiddetto centrosinistra.

            Informatone, come  ha poi avuto la bontà di rivelare la ministra della Sanità,  il segretario del Pd Matteo Renzi se n’è doluto molto, ma nulla di più ha potuto fare per non compromettere l’unico caso di alleanza con gli scissionisti nelle elezioni regionali abbinate a quelle politiche del 4 marzo. Se in cuor suo, almeno, se ne sia doluto anche il piddino Zingaretti subendo il diktat del procuratore generale della sinistra, non si sa. E forse non è neppure il caso di saperlo per non mettere ingiustamente a rischio la simpatia che si è conquistato nel vasto pubblico televisivo l’incolpevole fratello di Zingaretti. Che è Luca, l’ormai mitico commissario Montalbano.    

Irrompe nella campagna elettorale anche il fantasma di Bettino Craxi

            A quasi diciannove anni dalla morte di Bettino Craxi in terra tunisina d’esilio, altro che di latitanza, come si ostinano a chiamarla i suoi persecutori, ci voleva il vecchio e saggio Sergio Staino con la sua felicissima matita a ricordarne la lezione a una sinistra smemorata. Che continua a procurarsi danni irreparabili costruendosi in casa, più che fuori, il nemico da combattere e da distruggere con ogni mezzo.

            Negli anni Novanta, cavalcando le inchieste giudiziarie sul fenomeno politico più diffuso e tollerato per decenni come il finanziamento irregolare dei partiti e delle loro correnti, i comunisti, post-comunisti e quant’altri si liberarono di quel rompiscatole del leader autonomista del partito socialista. Che aveva osato essere appunto autonomista, collaborare con la Dc senza l’autorizzazione di lor signori delle Botteghe Oscure, strapparle persino Palazzo Chigi,  dopo avere “tagliato la barba” a Marx, come gli aveva rimproverato Eugenio Scalfari alla guida della sua Repubblica di carta, e sostenere una grande riforma della Costituzione per far camminare il Paese al passo della modernità.

            Il risultato della guerra a Craxi fu per la sinistra tanto apparentemente vittorioso, col segretario socialista costretto a riparare all’estero e a morirvi, quanto concretamente disastroso per chi l’aveva condotta. La sinistra fu clamorosamente battuta nelle elezioni politiche del 1994, quelle dell’esordio della cosiddetta seconda Repubblica, da un esordiente della politica –Silvio Berlusconi- che aveva improvvisato un partito dandogli il nome di un grido allo stadio: Forza Italia.

            Pur di riprendersi dalla botta la sinistra post-comunista incoronò un leader pescato nel mondo della Dc, Romano Prodi, per fargli poi le scarpe, sino a candidarlo al Quirinale, nel 2013, giusto per bocciarlo a scrutinio segreto nell’aula di Montecitorio. Nel frattempo quella sinistra, imprudentemente fusasi con i resti della sinistra democristiana, aveva trovato sulla sua strada un giovanotto intraprendente contro il quale finì poi per maturare lo stesso odio nutrito contro Craxi. E ciò, per quanti sforzi facesse il giovanotto –naturalmente Matteo Renzi- di esorcizzare il fantasma del leader socialista preferendogli nei discorsi la buonanima di Enrico Berlinguer, e negandogli nella sua Firenze la titolazione anche di un vicolo.

            E’ proprio in odio a Renzi che la sinistra ha consumato la scissione del Pd e ha allestito un nuovo movimento al solo scopo, neppure nascosto, di far perdere al fiorentino le elezioni del 4 marzo: un movimento nel quale anacronisticamente Massimo D’Alema, sempre in odio a Renzi, per contrapporglielo, ha scoperto col solito ritardo di vent’anni e più le qualità di Craxi, sino a conferirgli la qualifica di statista, e a vantarsi di avere inutilmente cercato di farlo almeno morire in patria.

            La vignetta di Staino, affidata al Dubbio, è tanto più apprezzabile e significativa quanto più si riflette sulle circostanze in cui è stata confezionata: a pochi giorni, come dicevo, dal diciottesimo anniversario della morte di Craxi, che ricorre il 19 gennaio, e mentre Silvio Berlusconi, salvo ripensamenti, si accinge a raggiungerne la tomba addirittura per “cominciare” da lì –come ho letto su qualche giornale- la sua campagna elettorale per il rinnovo delle Camere.

            Non è la prima volta che Berlusconi s’improvvisa e si propone anche con una certa disinvoltura come erede politico, e non solo come amico in vita, del leader socialista. E ciò profittando, questa volta, della perdurante paura di Matteo Renzi di richiamarsi a Craxi e alle sue battaglie per l’ammodernamento della sinistra che pure qualcuno, fra i post-comunisti, ha avuto il coraggio di riconoscergli senza le strumentalizzazioni di D’Alema. Mi riferisco a Piero Fassino, che da ultimo segretario dei Ds- ex Pci  ha scritto di Craxi  anni fa, nel suo libro autobiografico “Per passione”,  come dell’uomo di sinistra rivelatosi più moderno di tutti, tanto da mettere Enrico Berlinguer in una crisi dalla quale non ne sarebbe uscito vivo.

            E’ proprio a Fassino –guarda caso- che Renzi si è rivolto in questa stagione politica  per gestire i rapporti con i potenziali o possibili alleati del Pd. Mi chiedo a questo punto che cosa aspetti ancora l’ex presidente del Consiglio a non farsi più intimidire dagli ormai perduti compagni della sinistra di Liberi e uguali, annessi e connessi, e a non lasciare a Berlusconi la memoria di Craxi, che  tirerebbe quanto meno le orecchie all’amico di Arcore per i pasticci politici che sta facendo nei rapporti di alleanza con Matteo Salvini.  

Una mano non richiesta, forse immeritata, ma dovuta a Carlo De Benedetti

Di fronte al clamore del processo mediatico aperto col solito rito sommario contro Carlo De Benedetti vi confesso di avere pensato che fossero ammontati a 600 milioni di euro i guadagni da lui realizzati in Borsa nel 2015. Quando lui puntò sulle banche popolari che il governo di Matteo Renzi si apprestava a riformare con un decreto legge.

Ma, stropicciandomi gli occhi, mi sono reso conto che il guadagno fu di 600 mila euro, pari a poco più del dieci per cento dei 5 milioni investiti. Allora sono chiesto che razza di “soffiata” De Benedetti avesse ricevuto da Renzi, peraltro sulla porta dell’ascensore di Palazzo Chigi, dopo avere fatto colazione con lui, per investire e guadagnare così poco. Una soffiata, sempre secondo la versione dell’accusa mediatica, evidentemente molto poco convincente agli occhi di un imprenditore abituato a ordinare al suo agente di borsa l’acquisto di pacchetti di titoli da non meno di venti milioni di euro  l’uno, e per un ammontare complessivo –in una stagione- di 600 milioni.

Per giunta, quel pacchettino anomalo di cinque milioni di euro fu ordinato da De Benedetti con un supplemento di cautela, al costo di una specie di assicurazione indicativa di una certa incertezza sull’investimento. Eppure, sempre secondo l’accusa mediatica ricavata dalle carte di un’inchiesta giudiziaria finita nei cassetti della commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, e da lì alle redazioni delle agenzie di stampa e dei giornali, la soffiata dell’allora presidente del Consiglio era stata preceduta da notizie raccolte personalmente poco prima dallo stesso De Benedetti in Banca d’Italia. A carico dei cui dirigenti nessun giornale ha sollevato dubbi, essendo abitudine generale dei benpensanti passare davanti alla sede dell’ex istituto di emissione, in via Nazionale, levandosi doverosamente il cappello, anche sotto la pioggia.

A completare il quadro delle informazioni e farmi puzzare ulteriormente di bruciato il processo mediatico contro l’ingegnere, come De Benedetti viene comunemente chiamato, al pari di come si faceva con Gianni Agnelli dandogli dell’avvocato, è intervenuta la notizia –certificata dall’insospettabile Fatto Quotidiano di Marco Travaglio- della richiesta di archiviazione dell’indagine della Procura di Roma su quei maledetti 600 mila euro risalente a giugno del 2016:  più di un anno e mezzo fa.

Mi sono chiesto e mi chiedo tuttora perché mai il giudice investito di quella richiesta si sia preso tanto tempo per decidere, finendo per doverlo fare forse nel momento peggiore, quando il processo mediatico è andato già a sentenza, naturalmente di condanna, e qualsiasi ordinanza di quel magistrato si presterà a cattive letture.

Se sarà per l’archiviazione, la decisione del giudice sembrerà a molti una grazia a De Benedetti, anche se l’indagato – a dire il vero- non è lui ma solo il suo agente di Borsa. E questo per un gioco complesso di modelli 22 e 45 dei registri della Procura di Roma che Travaglio, da par suo, ha cercato di spiegare ai lettori senza riuscire a convincere quel testone che sono io.

Se sarà rinvio a giudizio o richieste di indagini suppletive, o imputazione “coatta” di De Benedetti e del suo amico Renzi, come vorrebbero forse Travaglio, nessuno toglierà dalla testa di un bel po’ di testoni come me che il magistrato è caduto, magari inconsapevolmente, nella trappola del clima giustizialista ed elettorale in cui viviamo.

Che un giornale come Il Fatto Quotidiano abbia deriso gli argomenti a difesa di De Benedetti, continuando a sparare a pallettoni di carta contro l’ingegnere e Renzi, non mi ha stupito. Che una volta tanto quello stesso giornale non si sia riconosciuto nella posizione di un pubblico ministero, insolitamente convintosi della necessità di archiviare l’inchiesta, neppure mi ha sorpreso.

Mi ha invece stupito, da ingenuo che sono, la decisione del giornale di cui De Benedetti è stato “editore a lungo”, come ha ricordato un editoriale di qualche giorno fa, di comportarsi come Ponzio Pilato di fronte agli argomenti della difesa. E di unirsi di fatto al processo mediatico contro il padre dell’editore attuale pur di liberarsi dal sospetto –ma forse sarebbe bene dire dal complesso- di uno scomodo “conflitto d’interessi”, come ha scritto l’estensore anonimo dell’editoriale di pratico commiato di Repubblica dall’ingegnere.

Vedete, la tolleranza a lungo avuta da De Benedetti verso i processi mediatici contro i suoi concorrenti o avversari, se non vogliamo parlare addirittura di una sua attiva partecipazione, potrebbe indurmi a dire, di fronte a ciò che gli sta accadendo, che se l’è cercata. Ma non lo dico per il rispetto che ho ancora di questa benedetta professione che si chiama giornalismo, e per la coerenza che comporta il garantismo. Che vale sempre, non a giorni, a circostanze, a persone alterne. Un garantismo che mi spinge anche ad augurare a De Benedetti un esito favorevole del processo d’appello in programma il 7 febbraio a Torino contro di lui per omicidio plurimo colposo, che gli è costato in primo grado una condanna a cinque anni di reclusione, in relazione alle morti per amianto avvenute nel vecchio stabilimento della sua allora Olivetti.

 

 

 

            Pubblicato su Il Dubbio

Il non detto di Eugenio Scalfari sul suo ex editore Carlo De Benedetti

            L’omelia laica di Eugenio Scalfari su Repubblica nella seconda domenica del tempo ordinario di questo 2018 era particolarmente attesa dai suoi fedeli lettori dopo le prese di distanza della direzione del suo giornale dall’”editore di lunga data” Carlo De Benedetti. Che, pur non imputato in tribunale, o non ancora, per i 600 mila euro guadagnati nel 2015 giocando in Borsa sulle banche popolari, dopo averne appreso sulla porta di un ascensore di Palazzo Chigi l’imminente riforma dall’allora presidente del Consiglio e amico Matteo Renzi, è incorso in un processo mediatico col solito rito sommario. Cui, dopo qualche esitazione, il quotidiano fondato da Scalfari nel lontano 1976 non si è sentito di sottrarsi in veste di accusatore, rifiutando la parte di difensore che forse l’ingegnere –noto per la sua mancata professione come il compianto avvocato Gianni Agnelli- si aspettava non solo per i soldi da lui spesi in azienda per tanti anni ma anche, e forse soprattutto, per i buoni argomenti di cui dispone. Tanto buoni, questi argomenti,  da essere stati condivisi dal pubblico ministero della Procura di Roma, che ha chiesto più di un anno e mezzo fa l’archiviazione dell’inchiesta condotta, sia pure solo contro l’operatore di borsa del finanziere incaricato per telefono di investire sulle banche popolari, in quella maledetta mattina di tre anni fa, 5 dei 20 milioni che costituivano il pacchetto abituale di quel tipo di interventi. E, per di più, al costo aggiuntivo di una specie di assicurazione che tradiva una certa insicurezza davanti alla “soffiata” attribuita a Renzi.

            Ebbene, di tutta questa vicenda Scalfari ha ritenuto di non occuparsi nel suo appuntamento domenicale con i lettori di Repubblica, dedicato per i tre quarti abbondanti ai problemi dell’Europa, troppo grandi per essere evidentemente immiseriti dai fatti del suo ex editore, ora solo presidente onorario della nuova società proprietaria del giornale. Una vicenda che però Scalfari ha ritenuto troppo modesta, o imbarazzante, per spendervi anche solo un’allusione nella parte finale e succinta dell’omelia dedicata alla politica italiana, in particolare alle elezioni politiche e regionali del 4 marzo. A proposito delle quali Barpapà –nome d’arte, in redazione, del fondatore di Repubblica- ha esortato praticamente Renzi a non strapparsi le vesti per il mancato accordo fra tutte le componenti della sinistra a favore del candidato ch’egli ha scelto alla guida della regione Lombardia: Giorgio Gori, inviso ai Liberi e uguali di Pietro Grasso e compagni per i trascorsi come dipendente e poi fornitore televisivo di Berlusconi.

            Neppure col sostegno di cotanta sinistra combattiva e un po’ anche razzista, diciamo la verità, almeno sul piano politico, Gori ce l’avrebbe potuta fare a vincere la partita del Pirellone, vista la forza della destra leghista e berlusconiana in Lombardia, ha avvertito Scalfari. Che ritiene la capacità attrattiva di Gori più utile a Renzi a livello nazionale. Dove il segretario del Pd ha ancora buone carte da giocare, pur avendo perso negli ultimi tempi anche la stima di De Benedetti, che di recente ne ha parlato criticamente, ancor più di quanto avesse già fatto due anni fa alla Consob liquidandone il governo a qualcosa di inconsistente, ridotto a “quattro persone” che lui –l’ingegnere- gratificava di sopportazioni e inviti conviviali. Ma neppure di questo Scalfari ha ritenuto di occuparsi nella sua omelia, avendo deciso evidentemente di buttare De Benedetti nel “cono d’ombra” dove di solito egli vanta di gettare impietosamente  chi perde la sua fiducia, amicizia e quant’altro, trattandolo peggio di un estinto.

            Si può quindi ben dire, o sospettare, che il non detto di Scalfari su De Benedetti nella seconda domenica –ripeto- del tempo ordinario della liturgia di questo 2018 sia persino peggiore di quel che avrebbe potuto dire. E pensare che l’ingegnere fra meno di un mese, come gli ha appena ricordato in prima pagina il Giornale della famiglia Berlusconi, dovrà affrontare nella sua Torino il processo d’appello per omicidio plurimo colposo con l’amianto del vecchio stabilimento dell’Olivetti, che gli è costato in primo grado una condanna a cinque anni di reclusione.

             

Una campagna elettorale degna del Carnevale che l’accompagna

            Già sfibrata e sfibrante di suo per la lunghezza che la contraddistingue, essendo praticamente in corso da più di un anno, cioè da quando Matteo Renzi perse il referendum sulla Costituzione e la guida del governo, la campagna elettorale ci sta offrendo un supplemento, un sovrappiù di stranezze, di vicende contrarie al buon senso, di guerriglia coi mortaretti  per sintonia con la stagione in cui è entrata cavalcando la scopa della Befana. E’ la stagione del Carnevale, degli scherzi ammessi, che si concluderà quest’anno il 13 febbraio con un martedì grasso, al minuscolo, che chissà cosa potrà riservarci, a meno di un mese – in quel momento- dall’appuntamento con le urne per il rinnovo delle Camere. Bisognerà infine vedere se e quali sorprese potranno darci i pochi giorni di Carnevale suppletivo garantito col rito ambrosiano a Milano. Dove peraltro la politica ha già offerto spettacolo più che altrove.

            E’ esplosa a Milano, per esempio, la zuffa nella Lega fra Roberto Maroni e il segretario del suo partito Matteo Salvini. Che ha preteso da Berlusconi, procurandosi la qualifica di “stalinista”, l’impegno pubblico a tenere lontano da Palazzo Chigi e dintorni dopo le elezioni il governatore uscente e volontariamente non rientrante della Lombardia, sospettato di reconditi progetti per  boicottare la candidatura, a quei  posti, proprio di Salvini. E tutto questo nell’ipotesi, quanto meno improbabile, che il centrodestra nel suo insieme, al netto di tutte le divisioni che lo attraversano, riesca a guadagnare la maggioranza assoluta dei seggi parlamentari, e non solo quella relativa che gli attribuiscono i sondaggi.

            E’ esploso a Milano anche il pallone politico gonfiato di Grasso, questa volta al maiuscolo, leader incontrastato dei Liberi e uguali raccoltisi attorno a lui qualche settimana fa con l’unico e per niente nascosto obiettivo di far perdere le elezioni al Pd perché guidato da Matteo Renzi.

            Piuttosto che accorrere nella città della Madonnina per misurarsi con l’ala più dura e prevalente del suo movimento, contraria ad accantonare per una volta un antirenzismo di spirito quasi razzista pur di tentare nelle elezioni regionali la conquista del Pirellone lasciato da Maroni alla candidatura del leghista non famosissimo Attilio Fontana, il presidente del Senato è rimasto a Roma. Dove ha patrocinato, senza correre rischio alcuno di essere messo in minoranza, il sostegno alla conferma al vertice della regione Lazio del governatore uscente Nicola Zingaretti. La cui colpa di appartenere al Pd è attenuata dalla disponibilità a fare le scarpe a Renzi alla prima occasione possibile, anche a costo di usare la polizia del commissario televisivo Montalbano, che è il fratello del governatore.

            Sempre Grasso, e sempre al maiuscolo, ha ritrovato però tutte le sue doti di “comando” apprezzate particolarmente da Massimo D’Alema, che di queste cose s’intende, liquidando sbrigativamente l’opposizione dichiarata dalla presidente della Camera Laura Boldrini, anche lei di Liberi e uguali, all’ipotesi di un accordo di governo con i grillini dopo le elezioni. “Decideremo dopo il voto”, appunto, ha dichiarato il presidente del Senato, ma dopo avere avvertito con piglio da caporale, secondo versioni giornalistiche non smentite sino al momento in cui scrivo: “Qui comando io”. O “decido io”, al singolare, che è la stessa cosa.

            Anche fra i grillini non scherzano a….scherzi. Uniti contro tutti gli altri, brutti e cattivi, sporchi e ladri, fra di loro se ne danno sopra e sotto la cintola profittando della momentanea distrazione, diciamo così, del “garante” Beppe Grillo. Che ogni tanto dà l’impressione –si vedrà se a torto o a ragione- di essere preoccupato, o addirittura spaventato, di ciò che ha politicamente prodotto nel Paese col movimento delle 5 stelle, nonché delle grane giudiziarie che gli ha procurato la sua gestione.

            E’ Carnevale anche per certa magistratura e per certa stampa che le corre dietro, o cerca di strumentalizzarla trasformando nei soliti processi mediatici,  e sommari, indagini vere o presunte, come quella appena annunciata dall’ex giornale della Fiat su una finta vendita cinese del Milan di Berlusconi per chissà quali oscure manovre finanziarie. Non parliamo poi dell’inchiesta, questa volta vera ma di cui è stata chiesta l’archiviazione a Roma un anno e mezzo fa, sui guadagni di borsa da bruscolini, per i suoi giri di euro, dollari e altre valute, che Carlo De Benedetti avrebbe realizzato nel 2015 acquistando e rivendendo azioni delle banche popolari dopo avere appreso dall’allora presidente del Consiglio, sulla porta dell’ascensore di Palazzo Chigi, dopo una delle solite colazioni insieme di prima mattina, che stava finalmente arrivando la riforma di quel tipo di banche inutilmente tentata dai governi precedenti, e auspicata dalla vigilanza di via Nazionale.

            Ne era così condizionato, fu così riconoscente De Benedetti di quella “soffiata” e dei guadagni di seicentomila miserabili euro, per lui, che gli avrebbe procurato Renzi quella mattina sulla porta dell’ascensore della Presidenza del Consiglio, da parlare l’anno dopo alla Consob del suo governo  come di una compagnia di giro di “quattro persone”, accomunate solo dalle frequentazioni conviviali con lui.  

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