Le differenze fra l’Italia reale e quella percepita

E’ proprio vero che, storditi o accecati  dalla  percezione, abbiamo finito col perdere il suono o la vista della realtà. Lo dimostra la semplice, disarmante lettura dei dati del Ministero dell’Interno sull’andamento della criminalità negli ultimi venticinque anni. Ce lo ha meritoriamente proposto sul Dubbio il direttore Piero Sansonetti nel primo numero di questo 2018.

            L’Italia in preda totale e incontrollata alla criminalità, organizzata o comune che sia, si dissolve  nella riduzione degli omicidi dai 2000 del 1991 ai poco più dei 300 dell’anno scorso, e ancor più nel quasi dimezzamento dell’impunità, scesa dal 73 al 40 per cento, intesa come mancata soluzione delle indagini e dei processi. Rapine e furti in casa hanno subìto una riduzione del 10 per cento.

            Gli immigrati, dietro ai quali una certa opinione di destra e da qualche tempo anche di sinistra immagina la maggior parte degli assassini, dei rapinatori, dei ladri e degli stupratori, hanno rispetto alla popolazione italiana  una incidenza minore di molti altri paesi di cui condividiamo confini d’acqua, o confini di terra precari.

            Il tasso di corruzione è un altro dato che si dissolve, o quasi, nel confronto fra i dati reali, ricavabili dalle denunce e dalle iniziative giudiziarie, e la percezione diffusa con le classifiche di Transparency. Che sono fatte di sondaggi in cui si chiede a chi viene ascoltato se abbia mai  abbia avuto notizia o sentore di corruzione. Si fa presto così a scendere o far scendere un paese all’inferno, come avviene da anni con l’Italia. E con l’effetto di fare rassegnare fasce sempre più larghe di opinione pubblica all’idea di una emergenza continua, affrontabile solo col sacrificio delle garanzie, a vantaggio dei confini e dell’azione dell’ordine giudiziario, anzi del potere giudiziario: un potere vero e proprio, rappresentato anche fisicamente da chi, magistrato in carriera, frequenta i salotti televisivi e sentenzia che gli assolti nei processi sono più semplicemente sfuggiti alla condanna che probabilmente –se non sicuramente- meritavano.

            E’ nata così all’ombra della Tangentopoli scoperta o esplosa nel 1992, con l’arresto di Mario Chiesa a Milano in flagranza di corruzione nel suo ufficio di presidente del Pio Albergo Trivulzio, ed è cresciuta via via la Repubblica giudiziaria, o delle Procure, al posto di quella parlamentare voluta nella Costituzione entrata in vigore 70 anni fa. E di cui sono passate non le riforme più o meno organiche tentate nel 2005 e nel 2016, rispettivamente, dal centrodestra e dal centrosinistra, ma solo modifiche parzialissime, funzionali al ribaltamento dei rapporti voluti dai costituenti fra la politica e la magistratura, cioè fra la democrazia e le procure.

            Mi riferisco, in particolare, alle modifiche apportate agli articoli 68 e 79 della Costituzione, rispettivamente nel 1993 e nel 1992, per tagliare la polpa delle immunità parlamentari e per togliere di fatto al Parlamento il diritto a disporre dell’amnistia e dell’indulto. Che da 25 anni sono possibili solo con “legge deliberata a maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, in ogni suo articolo e nella votazione finale”, testualmente. Cioè, in condizioni praticamente impossibili, come hanno dimostrato i fatti. E con l’effetto di fare praticare l’amnistia negli uffici giudiziari, dove l’azione penale è obbligatoria, come prescrive la Costituzione, ma la prescrizione è a portata di mani e di piedi.

Le mani e i piedi degli operatori di prescrizioni non appartengono solo agli astuti difensori d’imputati ma anche ai magistrati, specie se si considera il fatto che gran parte del tempo necessario a dissolvere i reati nell’acido della non procedibilità trascorre al coperto, in segreto, per ritardi o omissioni, senza neppure arrivare ai processi. Lo denunciava spesso, inascoltato, il compianto Marco Pannella parlando di un’amnistia che egli chiamava “di casta”.

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