Maria Elena Boschi “vittima” di fanfanismo, non di familismo

Finisce in “ismo” ma non è il familismo la “colpa” di Maria Elena Boschi in quest’affare della Banca Etruria, vice presieduta per un po’ dal padre,  che gli avversari di Matteo Renzi le contestano sino a reclamarne le dimissioni dal governo, e qualcuno all’interno del Pd anche la rinuncia a ricandidarsi alle elezioni di marzo.

La sottosegretaria di Paolo Gentiloni alla presidenza del Consiglio, già ministra dei rapporti col Parlamento e delle riforme nel governo di Renzi, soffre -si fa per dire- di fanfanismo. Che d’altronde lei stessa, nata in terra aretina, ha orgogliosamente rivendicato pubblicamente in Parlamento dichiarando una volta di riconoscersi nella storia, appunto, dell’aretino Amintore Fanfani. Una storia politica, tutta democristiana, e di stile di governo. Che l’ha portata a muoversi tra le competenze ministeriali con lo stesso dinamismo e a volte persino con la stessa disinvoltura del suo illustre predecessore, non abituato certamente a contenersi quando riteneva di dover difendere gli interessi del suo territorio elettorale.

Per ricordare solo una vicenda, e non certamente la maggiore della sua lunga storia politica, Fanfani non si fermò certamente davanti alle competenze dell’allora Ministero dei Lavori Pubblici, di cui non ebbe mai la guida, quando impose una  costosa variante al progetto dell’Autostrada del Sole per farla passare dalla sua Arezzo.

L’interesse politico, non certo familistico, per quella variante, somiglia in qualche modo a quello avvertito dalla Boschi come ministro pur soltanto delle riforme e dei rapporti col Parlamento per le sorti della Banca Etruria, dei suoi clienti e, più in generale, dell’economia del suo territorio di nascita e di elezione. E’ stato un interesse per le sorti della Banca e dei suoi clienti, non certo del padre, decaduto dalla carica di amministratore col commissariamento disposto dal governo di cui faceva parte la figlia, e finito sotto indagine come altri sul dissesto dell’istituto di credito.

Visto il problema in questi termini, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan avrebbe potuto francamente cavarsela meglio di quanto abbia voluto fare davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche. Dove egli ha colto l’occasione offertagli da una domanda non certamente casuale  per rivendicare tutte le sue competenze e fare risultare con un’evidenza strumentalizzata dalle opposizioni il carattere del tutto  personale dei colloqui, incontri e quant’altro avuti dalla sua collega di governo sulle sorti della banca aretina. Sarebbe bastato che il ministro davanti alla commissione apprezzasse le finalità delle iniziative della collega, senza lasciarla agli assalti mediatici e politici che le sue parole le hanno rovinosamente procurato.

Ma Padoan è un tecnico prestato alla politica, alle cui logiche i tecnici sono estranei. O vi arrivano, e vi si adeguano, quando vogliono: solo in seconda, terza e a volte ancor più lontana battuta.

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